Dalla ferita alla luce: il valore etico della cura e dell’arte nel libro di Gabriella Di Natale

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di Enza Spagnolo

Ci sono momenti in cui la letteratura smette di essere un semplice esercizio di stile e diventa un atto di assoluta necessità etica. È questa la sensazione profonda che ho provato, e che ho condiviso con il pubblico, durante la presentazione del libro “Oltre il Buio” di Gabriella Di Natale (Lussografica Editore), tenutasi nei locali del Mondadori Bookstore a Catania, in Via Gabriele D’Annunzio.

L’incontro non è stato una semplice presentazione, ma un vero e proprio laboratorio di riflessione interdisciplinare. Insieme a me, nel ruolo di relatori, figure come l’artista Simona Impellizzeri, lo scrittore Gianfranco Cammarata (Presidente dell’Associazione “Incontriamoci in biblioteca”) e il musicista Alessandro Mascali hanno tessuto un dialogo polifonico attorno a un testo che definirei, senza mezzi termini, necessario. La presenza di un’artista alla moderazione ha permesso di valorizzare al meglio quel profondo dialogo tra pagina scritta e linguaggio visivo che caratterizza l’opera.

Di particolare intensità è stato proprio il contributo di Gianfranco Cammarata. In veste di Presidente dell’Associazione “Incontriamoci in biblioteca”, lo scrittore ha arricchito la discussione leggendo un penetrante articolo dedicato a Oltre il Buio, precedentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Galleria, diretta dallo storico Luigi Santagati e stampata – in perfetta continuità editoriale con il libro – dalle Edizioni Lussografica.

Come critico letterario, nell’esaminare le pagine di Oltre il Buio, ho voluto isolare i nuclei fondanti di un’opera che non si limita a raccontare un’esperienza, ma la trasforma in forma, visione e responsabilità.

La lucida testimonianza del dolore

Il libro nasce dal trauma di una diagnosi aggressiva, dalla lacerazione improvvisa di un’esistenza che sembrava già definita nei suoi affetti, nel suo lavoro, nella sua vocazione artistica. Ma Gabriella Di Natale non cede mai alla pura registrazione del dolore: lo guarda in faccia, lo nomina, lo percorre con una sincerità che diventa subito atto etico. Il corpo che muta, la fragilità che irrompe, la fatica delle cure, la perdita e la paura non vengono nascosti; diventano, al contrario, materia di una testimonianza che rifiuta ogni retorica e ogni facile consolazione. La scrittura, qui, non consola né abbellisce: illumina. E proprio in questa sua lucidità trova la propria necessità più profonda.

È in questo punto che il libro dischiude il suo nucleo più significativo: la distinzione tra curare e prendersi cura.

Il primo è l’ordine della medicina, della competenza, dell’intervento sul male; il secondo è l’ordine più vasto e più umano della relazione, dell’ascolto, della prossimità.

Oltre il Buio mostra come la guarigione non sia mai soltanto un fatto clinico, ma anche un’esperienza interiore e condivisa, che coinvolge gli affetti, la memoria, la dignità, la resistenza. In questo senso, la pagina si fa luogo di presenza, e la parola diventa una forma di cura che non sostituisce la medicina, ma le si affianca con una forza complementare e necessaria.

Il dialogo tra parola e immagine

Un aspetto che ho ritenuto fondamentale sottolineare durante il mio intervento – e che ha trovato una perfetta risonanza nella lettura visiva dell’incontro – riguarda il connubio tra la pagina scritta e l’espressione visiva. Accanto alla scrittura, infatti, l’arte pittorica di Gabriella non funziona come semplice illustrazione, ma come estensione del pensiero emotivo.

Parole e immagini, nel libro e nella mostra, non si limitano a coesistere: entrano in dialogo profondo, costruendo una semantica visiva che traduce l’esperienza interiore in forme condivisibili. L’opera pittorica amplia il campo del senso e offre al lettore-spettatore un accesso ulteriore al vissuto dell’autrice, facendo dell’immagine non un ornamento, ma un’altra lingua del dolore e della rinascita.

Una domanda aperta per il lettore

La qualità più alta di questo libro sta forse proprio nella sua capacità di tenere insieme verità e bellezza, ferita e forma, intimità e restituzione pubblica. Non vi è compiacimento nel racconto, ma la volontà di trasformare un evento devastante in un gesto di responsabilità verso gli altri.

Questo lavoro si configura a tutti gli effetti come “Un viaggio attraverso la sofferenza e la rinascita“. L’autrice ci confessa tra le pagine di aver “danzato con l’ombra”, ma rivendica con orgoglio la scelta più importante, quella di aver “scelto la luce”.

Chi sfoglia queste pagine, giunto alla fine, non porta con sé soltanto la memoria di una sofferenza narrata con limpida intensità, ma anche una domanda più vasta: come abitare il dolore senza esserne vinti, come restare umani quando la vita si incrina, come ritrovare, dopo la tempesta, il vento tra i capelli. Soprattutto, questo libro ricorda con forza il valore della prevenzione, unico vero gesto capace di trasformare la consapevolezza in tutela della vita. Ed è stato proprio questo il messaggio più importante che, insieme a Gabriella e agli altri relatori, abbiamo voluto consegnare al pubblico di Catania.

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