…E per fortuna ci sono i tributi!

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dal Prof. Claudio Vassallo riceviamo e pubblichiamo:

E per fortuna ci sono i tributi! Lo so che può apparire paradossale, se non addirittura folle, ma …

“coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”.

(Friedrich Nietzsche)

Sì, dico per fortuna e non come effetto postumo dell’intensa calura estiva siciliana, ma lo affermo convintamente, in quanto consapevole che senza i tributi la mia vita, così come quella di tanti altri, risulterebbe peggiore. A scanso di equivoci, i tributi io li pago perché lo ritengo giusto e non rientro tra coloro che, pur riconoscendone l’importanza, preferiscono che a pagarli siano gli altri.

I tributi, così come da previsione contenuta nella Legge di bilancio 2026 – 2028, quest’anno ammonteranno (in termini di competenza) a 675,338 miliardi di euro e permetteranno la copertura del 98,98% dalla spesa corrente al netto degli interessi sul debito pubblico (dell’85,35% della stessa comprensiva di interessi), cioè di quelle uscite sostenute dallo Stato per il funzionamento del suo apparato e per la predisposizione ed erogazione dei diversi servizi pubblici: sanità, per l’istruzione, giustizia, ordine pubblico, difesa … e altro ancora.

Senza tributi non ci sarebbero: gli ospedali dove curarsi; le scuole e le università dove formare e istruire i nostri figli; i giudici, le forze dell’ordine e i diversi presidi di sicurezza nelle strade, nei luoghi di lavoro e ovunque.

Senza questi servizi erogati dallo Stato, quanto dovrei e dovremmo spendere per assicurare i medici, le visite, i ricoveri presso le strutture sanitarie, nonché i necessari trattamenti a noi e ai nostri cari? Quanto per costruire quel “fortino familiare”, munito di adeguati strumenti di difesa, nonché di personale qualificato, all’interno del quale garantire almeno un minimo di sicurezza alle nostre famiglie? Quanto ancora per sostituire tutti gli altri servizi pubblici di cui, talvolta senza accorgercene, beneficiamo? Molto. Ci costerebbe moltissimo e certamente più rispetto all’ammontare dei tributi che versiamo e probabilmente così tanto da non poterceli permettere.

Quindi, certo di affermare cosa sensata, ribadisco: e per fortuna ci sono i tributi!

Sensatezza che è difficile riscontrare in chi, guidando o proponendosi come guida del Paese, alterna la promessa di maggiori e più efficienti servizi, con quella della riduzione dell’imposizione, cosa, questa, che fa tornare in mente quell’antica storia della “botte piena” e della “moglie ubriaca”.

Fuorviante e paradossale è invece assistere, con sempre maggiore frequenza e da ogni dove, alla richiesta del consenso al grido: noi non metteremo le mani nelle tasche degli italiani.

Fuorviante in quanto presenta il prelievo non come il necessario presupposto per costituzione di quel “capitale comune” da impiegare al meglio e a beneficio della collettività, ma quale atto deplorevole, assimilabile al furto, perpetrato ai danni dei cittadini.

Paradossale poiché esso nasconde, senza riuscirci pienamente, la consapevole incapacità a valorizzare la ricchezza raccolta di chi quel grido leva. Ma il nostro è un Paese bizzarro, in cui accadono cose talvolta singolari, visto che in nessuna società o organizzazione al mondo verrebbero chiamati ad amministrare coloro che apertamente dichiarano di non avere assolutamente l’idea di come fa fruttare il capitale dei soci.

Certo, non si può nascondere come esistano sacche di inefficienza o veri e propri sprechi nella gestione della spesa pubblica; ma cosa c’entra il modo con cui sono spesi i soldi con il prelievo? Se è la spesa ad essere inefficiente, che ci si concentri su di essa!

In realtà è da anni che si discute ampiamente di contrasto agli sprechi, organizzando sul tema congressi e tavole rotonde e lo si fa da così tanto tempo, che viene spontaneo chiedersi: cosa ci sarà da disquisire così a lungo? Gli sprechi si contrastano e basta!

Ma il nostro, come già detto, è un Paese bizzarro, in cui il lungo dibattere, genera spesso più soddisfazione rispetto all’agire e in cui l’impiego di così tanto tempo “nel discutere”, fa sì che non ne rimanga più per “il fare”.

Ma per fortuna ci sono i tributi, che costituiscono per ogni Stato ed anche per la nostra Repubblica, l’indispensabile “polmone”, che garantisce le risorse necessarie alla loro esistenza e al loro operare. Affermare che i tributi siano indispensabili, non significa che su di essi non si possa e debba riflettere, allo scopo di verificare se il loro concreto funzionamento risulti equo.

A tale fine ogni riflessione deve obbligatoriamente partire dai concetti di “capacità contributiva” e “progressività” inseriti nel nostro ordinamento dall’art. 53 della Costituzione e dallo stesso elevati a principi.

In relazione al primo aspetto i tributi possono legarsi alla capacità contributiva direttamente o indirettamente. Nel primo caso, quello dei tributi diretti, essi tengono conto del reddito e/o del patrimonio di ciascuno, che costituiscono indicatori diretti e completi della capacità di farsi carico della copertura di una quota di spesa pubblica, posseduta dal contribuente.

Capacità dei singoli che risulta ancor meglio stimata se i tributi, oltre che diretti, sono anche “personali”, ossia capaci di tener conto delle diverse situazioni personali in cui i contribuenti versano (stato di salute, impegno assunto per acquistare la casa in cui vivere, spese sostenute per la perdita di un familiare …).

I tributi indiretti, al contrario, colpiscono gli atti posti in essere dal singolo; atti che della capacità contributiva rappresentano solo un parziale indizio, risultando inidonei alla sua rappresentazione complessiva. Se si acquista un gioiello si dispone della necessaria ricchezza ed è questa viene colpita; ma la situazione è differente, ma non in termini impositivi, se a farlo è chi sta acquistando l’unico gioiello della propria vita o qualcuno che ne possiede già tantissimi e che ne acquista uno a settimana.

Ora appare chiaro come in termini di giustizia sociale i tributi diretti e ancor più quelli diretti e personali risultino i più equi.

Nel nostro attuale sistema i tributi diretti (secondo le previsioni contenute nella legge di bilancio) garantiranno per l’anno in corso un’entrata di 374,071 mld, che corrisponde al 55,39 % del totale del prelievo fiscale, il quale complessivamente ammonterà a 675,337 mld, risultando in cresciuta rispetto alla previsione 2025, pari a 640,156 mld, del 5,49% (legge di bilancio 2025 – 2027).

Tra i tributi diretti, particolare attenzione merita l’IRPEF, a cui, quale unica imposta diretta, personale e progressiva (per scaglioni di reddito), è demandato il compito di “informare” il nostro sistema a “criteri di progressività”, così come sancito dal già citato art. 53 della Costituzione.

L’IRPEF assicurerà anche quest’anno il maggior introito erariale, che la previsione di bilancio stima in 248,101 mld, ossia il 36,74% dell’intero carico tributario,

Tale introito, è doveroso sapere (anche per soffrire meno all’atto dell’autoliquidazione e del versamento dell’imposta), consentirà di finanziare (previsioni di spesa 2026), gli interventi e i servizi relativi alla “tutela della salute” (2,121 mld), alla “compartecipazione statale alla spesa sanitaria delle autonomie locali” (93,232 mld), all’“istruzione scolastica” (57,798 mld) e all’“istruzione universitaria” (22,240 mld), alla “difesa e sicurezza del territorio” (31,829 mld), alla “giustizia” (11,632 mld), all’“ordine pubblico e sicurezza” (12,960 mld), al “soccorso civile” (6,576 mld), all’“agricoltura” (1,643 mld), all’“energia e diversificazione” (1,047 mld), a “giovani e sport” (1,355 mld) e al “turismo” (0,253 mld).

Alla luce dei numeri riportati, appare lecito chiedersi se possa ritenersi in linea col principio che impone di legare il prelievo alla capacità contributiva, un sistema in cui i tributi diretti costituiscono il 55,39% del totale dell’imposizione fiscale o se tale percentuale è da ritenersi poco congrua.

Analogo, se non più critico, ragionamento può essere svolto sul versante della progressività, laddove il 36,74% assicurato della sola IRPEF, appare insufficiente ad “informare” il nostro sistema a “criteri di progressività”.

Si aggiungano a ciò come, in questi ultimi anni, il peso dell’IRPEF si sia ridotto, passando dal 39,41% del 2024 a quello attuale (meno 2,67 punti percentuali), ciò nonostante l’aumento delle entrate tributaria di 69,606 mld, registrato nel medesimo periodo, e come la riduzione del numero di scaglioni di reddito, passati dai quattro previsti per il 2023 agli attuali tre, ha reso l’imposta sul reddito delle persone fisiche sempre più piatta o, come sarebbe più opportuno dire, meno progressiva.

Si, quindi: E per fortuna che ci sono i tributi … ma che siano più equi, o, almeno, più rispondenti al dettato costituzionale.

Prof. Claudio Vassallo

Coordinamento regionale “Più Uno” Sicilia

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