Tra Rimini e Bozzolo: perché i cattolici devono liberarsi dalla tentazione del potere

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di Rocco Gumina

Ieri Leone XIV è stato ospite al Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione.

L’evento è iniziato venerdì con il significativo incontro tra la sorella di padre Jacques Hamel e la madre di uno degli attentatori che gli tolsero la vita.

A lanciare qualche giorno fa il programma e i temi della manifestazione, è stato il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione – Davide Prosperi – che dalle colonne de “La Stampa” fra le altre cose ha affermato che «un vero cristiano deve occuparsi di politica» nella consapevolezza che «non esistono più partiti di riferimento».

Mentre ancora molti ricordano la lunga standing ovation che lo scorso anno ha accolto l’attuale presidente del Consiglio, qualcuno ha già segnalato la presenza di undici ministri nel programma della kermesse ciellina.

Lungi dall’ipotizzare una “speciale relazione” tra la proposta della fraternità fondata da don Giussani e l’orientamento culturale e politico dell’attuale maggioranza di governo, le parole di Prosperi mi hanno fatto ripensare a don Primo Mazzolari il quale – subito dopo la fine della seconda guerra mondiale – sosteneva che la religione non poteva lasciarsi confinare in una «politica di parte» ma è semmai destinata a scegliere la parte con cui stare quella del «povero nella sua accezione di ogni uomo».

Ha ragione Prosperi quando afferma che l’impegno politico è un’istanza della fede. Il punto è quello connesso alla finalità del servizio legato alla politica. Infatti, per riprendere il pensiero del parroco di Bozzolo, quelli che «confondono la religione con un partito non hanno mai capito cos’è la religione cristiana».

Di conseguenza, anche se non esistono più i partiti di riferimento, i credenti non possono più tergiversare con il registro della pressione comunitaria ora su questa, ora sull’altra forza politica al fine di ottenere riconoscimenti, finanziamenti e in definitiva il potere. Si tratta, invece, di cambiare il paradigma dell’impegno politico il quale, secondo Mazzolari, per un cristiano non può più assumere «un colore confessionalistico e particolaristico» ma deve estendere ed abbracciare «tutte le voci dell’uomo e tutte le sue esigenze di libertà e di giustizia anche terrena».

Nel rivolgersi ai giovani volontari del Meeting, Leone XIV ha lanciato l’appello a mettersi in gioco aprendosi ad una vera cattolicità in grado di contrastare tutto ciò che «vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri». Se volessimo declinare politicamente le considerazioni del vescovo di Roma, siamo chiamati a rispolverare la lezione della Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II per la quale i fedeli sono invitati a percorrere le vie della ricerca del bene comune con chiunque purché si pongano al centro questioni come la pace, la tutela della vita, la promozione della giustizia e della libertà, la dignità umana, la solidarietà.

Dato per scontato che l’idea di un partito cattolico è dell’altro secolo – come sostenne papa Francesco nel 2017 durante il suo viaggio di ritorno dall’Egitto – a me pare che i cattolici italiani debbano finalmente liberarsi anche dalla tentazione corporativista tesa ad influenzare la politica. Allora l’invito avanzato da Prevost al Meeting di Rimini di «uscire» e di andare «incontro a tutti» potrebbe risultare per i credenti come un appello ad essere lievito testimoniando anche in politica – per dirla con la lettera A Diogneto – una forma di vita «meravigliosa e indubbiamente paradossale». E, dunque, liberarsi definitivamente dalla tentazione del potere.

Rocco Gumina

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