C’è mare calmo e cielo sereno comandato da una luna alta e luminosa quando nella notte tra il nove e il dieci di settembre del ’943 la “Baionetta” – una moderna corvetta costruita nei cantieri di Porto Marghera, varata poco meno di un anno prima il cinque ottobre del 1942 – imbarca quello che sino al giorno avanti, l’8 settembre del 1943, è stato il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III.
Nel momento in cui mette piede sulla corvetta è già retrocesso a Sovrano del Regno del Sud. Il giorno prima è stata annunciata la firma dell’armistizio tra l’Italia e le Forze Anglo-Americane. L’esercito tedesco, di colpo, si trova in territorio nemico. La guerra si combatterà sullo stivale, con esclusione della Sicilia già conquistata dagli Alleati e parte del Sud.
Badoglio e il suo Governo, ambiguo post-fascista, hanno già giocato una partita a poker con i vertici militari Inglesi e Americani.
I bluff e i controbluff non si contano.
Badoglio e quel che pare rimanere dell’Esercito Italiano assicurano di potere tenere il controllo quanto meno della Capitale Roma. I vertici militari Alleati assicurano che sono già in corso i preparativi per paracadutare reparti dell’esercito americano sull’agro romano e per un imminente sbarco di mezzi e truppe nelle vicinanze della Capitale.
Entrambi gli ex nemici sanno che non è così.
Lo sbarco avverrà molto più a sud, a Salerno, e Roma sarà lasciata senza protezione, riconsegnandola di fatto al potere temporale del Papa, come a rinnegare la “Breccia di Porta Pia”.
C’è una poco onorevole calca, se non vero panico, all’imbarco nel porto di Ortona. Il trasbordo dai motopescherecci Littorio e Nicolina alla corvetta avviene in un clima di autentica fuga dominata dalla disorganizzazione. Moltissimi alti ufficiali, funzionari e i relativi bagagli vengono abbandonati sulla banchina tra urla, spintoni e minacce a causa della fretta di salpare prima dell’arrivo dei tedeschi.
E’ forse lo “Stellone” italico, che dominerà il futuro, che si mostra benevolo con i fuggiaschi.
Se il clima meteorologico è clemente, il “clima” umano e militare a bordo e attorno alla nave è una miscela di estrema tensione, paura e caos. Il Re, agli occhi degli Alleati già un ex monarca, e quello che gli storiografi continueranno a ritenere un Governo di Sua Maestà Vitorio Emanuele III vivono la paura dei bombardamenti. La notte così chiara e la luna così alta accresce la profonda inquietudine dei passeggeri. La nave viaggia rigorosamente a luci spente per evitare di essere intercettata dai ricognitori o dalle motosiluranti della Luftwaffe tedesca, o dai sottomarini alleati che non sono ancora informati del cambio di casacca della Corona.
L’atmosfera in plancia e cupa. Il Principe Umberto II è forse l’unico che si rende conto del futuro compromesso della dinastia che aveva unito l’Italia. O almeno così le cronache racconteranno.
Durante le circa quindici ore di navigazione verso la Puglia l’atmosfera a bordo rimane spettrale. L’ammiraglio Raffaele de Courten, ancora consapevole dei doveri della Regia Marina che sarà l’ultima ad arrendersi, resta costantemente in plancia di comando insieme al capitano della nave, Piero Pedemonte.
Nessuno dei due riposerà.
Regna una totale diffidenza.
Il Re, il Governo, lo Stato Maggiore ignorano se Brindisi sia davvero sicura o se sia già caduta in mano nemica. Prima di entrare in porto nel pomeriggio del dieci settembre, la scorta militare dovrà osservare a lungo con i binocoli per verificare che sulle fortezze della città sventoli ancora il tricolore italiano e non la svastica. L’approdo avviene in relativa sicurezza.
Il mare piatto e la notte estiva hanno fatto da surreale contrasto al crollo di un intero Paese.


