“La Sicilia gialla”

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di Angelo La Rosa

E scendeva lo zolfataro dentro la Terra. Scendeva scalino dopo scalino, segnando ogni suo passo con colpi rancorosi di piccone. Convinto che stesse dominando la Terra. E di fatto la violentava nella sua intimità, generando buche sempre più profonde, tortuose, asfittiche, con la morte spesso nascosta dietro ogni angolo. Sgranava gli occhi lo zolfataro mentre scendeva. Allungava lo sguardo oltre il tremolio della fiammella della sua vecchia lampada arrugginita in cerca del colore giallo dell’oro, fino a percepirne l’odore acre, pungente, soffocante. Quel giallo forte capace di tingere tutto quello che incontrava: l’aria, il respiro, le facce, la pelle, i muri delle case, le strade, i carretti, i ricordi. Bruciava l’erba lo zolfo, gli alberi, i frutti. Spaccava le mani e tingeva di giallo financo la morte. Digeriva anime prima di rinascere nei vigneti, nelle botti di rovere, nei fiammiferi, nel pane di tutti i giorni, nei palazzotti ottocenteschi dei signori dello zolfo fatti di balate ancora grondanti del sudore dei morti vivi.

Era invisibile lo zolfo, strategico, motore trainante nella rivoluzione industriale, perché “re muto” dei prodotti chimici.

Ma dietro la crescita delle fabbriche tessili inglesi e dei colossi chimici europei c’era, di fatto, il lavoro durissimo di chi lo aveva scippato dalle viscere della terra siciliana anche con le unghie, fino a barattare i polmoni prima dell’ultimo affanno.

Le flotte, soprattutto inglesi e francesi, arrivavano a fare incetta dell”oro giallo” di Sicilia per alimentare le loro industrie in pieno fermento. E mentre con un fischio lasciavano la costa agrigentina, nell’ entroterra rimaneva il fumo soffocante dei calcaroni e la fatica disumana degli zolfatari.

Si, un lavoro spesso disumano, perché basato anche sullo sfruttamento minorile dei carusi e, cosa poco nota, delle caruse, negando loro la fanciullezza, la dignità umana, il fascino del gioco, i sogni. Nella Sicilia gialla la pratica della compravendita o dell’affitto dei minori ha di fatto mortificato moltissime famiglie di quel tempo, generando vite senza luce; inducendo scrittori e poeti a marcare con le loro opere una delle pagine più vergognose.

“Matri chi mannati li figghi a la surfara

iu vi dumannu

picchì a li vostri figghi

ci faciti l’occhi

si nun ponnu vidiri lu jornu?

Picchì ci faciti li pedi

si caminanu a grancicuni?…”

Bisognava spaccare quelle appetibili balate per liberare la ricchezza di alcuni dai lamenti che l’avevano impastata. Altro che bei tempi!

[in copertina Angelo La Rosa, “Caruso”, carboncino su foglio 33×48 cm, anno 2021]

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