“Il Saraceno di Sicilia” e la storia raccontata con le parole dei poeti nello spazio magico del Parco Sotto il Monastero

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“Il Saraceno di Sicilia” è un uomo senza tempo, con la valigia in mano e un cappotto da reduce di guerra, interpretato da Michele Celeste, che irradia emozioni anche quando sta immobile in scena, e accompagna gli spettatori in un viaggio nella profondità del mito, di ieri e di oggi, scandito dalle voci dei poeti siciliani, Ignazio Buttitta, Bernardino Giuliana, Mario Gori, Angelo Rizzo.

Lo spettacolo si offre in un luogo magico del nostro territorio: il teatro delle Naiadi nel Parco Sotto il Monastero, creato dalla generosità intelligente di un mecenate, il dottor Giuseppe Virzi, investimento di futuro e di pensiero reso disponibile per tutti, spazio di natura autentica abitata dalle pietre della storia e da ulivi secolari, uno al centro della scena, full immersion in una atmosfera di sospensione delle tensioni della quotidianità, che rende naturale anche l’ascolto, la visione, la riflessione sulle emozioni che si irradiano dalla scena.

Sabato 17 ottobre la prima nazionale dello spettacolo, co-prodotto dal Teatro d’essai La Condotta al suo decimo anno di attività, e dalla Compagnia Officina Teatro, scritto e interpretato da Michele Celeste, con la danza potente di Josephine Giadone, che danza anche con i capelli, con le mani, con il ritmo del suo corpo e della sua anima, muovendosi su suoni primordiali, indossando e togliendo una maschera da teatro antico, opera di Luna Marongiu. Josephine è Cloto, una delle Parche, che tengono in mano il destino degli umani e ne scandiscono la vita e la morte, e Cloto fila e tesse, evocando le altre due (Marco Tullio Mangione e Bruno Sari con le voci di Adriano Dell’Utri e Simona Scarciotta), e trasformandosi in Madonna della misericordia che avvolge con il suo velo il Saraceno di Sicilia, quando si evocano i carusi di miniera, sacrificati allo sfruttamento dalla miseria in cui erano costretti a vivere.

Sfruttati di ieri e di oggi, come i migranti e Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso a Caltanissetta per avere denunciato il lavoro nero e il caporalato, a cui lo spettacolo è stato dedicato.

Le immagini di questo percorso nella storia e nella cultura del popolo siciliano scorrono su un maxischermo, montate da Elia Miccichè e Angelo Gueli, scandite dalle musiche dei fratelli Mancuso dell’album Manzamà, costruendo una meccanismo scenico limpidamente complesso ed equilibrato, perfettamente sintonizzato con la natura autentica in cui è immerso.

La storia che raccontano è quella della Sicilia che si vuole dimenticare, quella delle lotte per il riscatto dalla povertà di generazioni di contadini e di zolfatai, dei sacerdoti uccisi dalla mafia, dei sindacalisti sterminati nel dopoguerra, la storia di una Sicilia che si è ribellata all’ingiustizia, anche con le parole dei poeti, che hanno dato voce a quel popolo che non voleva più farsi schiacciare e ha saputo conquistare e difendere la dignità del proprio lavoro, anche al prezzo del proprio sangue.

Non è una storia locale, quella di questa Sicilia, è un archetipo, una storia che si rinnova nel mondo, con i bambini ancora sfruttati nelle miniere in Asia e in Africa, con gli operai che muoiono ancora sul lavoro, con i migranti di tutti i tempi costretti all’esilio dalla povertà, e le loro madri, che oggi scavano il deserto come ieri scavavano la terra e lo zolfo per ritrovare i loro figli perduti, simbolo del dolore degli innocenti.

I colori estremi dei costumi di Tiziana Morreale, il nero e l’avorio a scandire il ritmo della vita e della morte, della speranza e del dolore, le voci fuori campo di Giorgio Villa e Gabriele Ferrara, le coreografie pulsanti di Bruno Sari, le musiche originali di Vincenzo Farinella e i cori eseguiti da Diapasong diretto da Gabriele Ferrara, la scenografia progettata da Giovanni Arena e realizzata da Paolo Previti, tutto ha composto con coerenza e grande forza espressiva un sistema-spettacolo emozionante e ricco di pensiero, capace di provocare il pubblico con la memoria scomoda di quella Sicilia dimenticata che è la madre della nostra contemporaneità

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