La cripta della famiglia Lanza nella Chiesa di Santa Cita a Palermo

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di Calogero Barba

Nel mandamento di Castellammare, nel centro storico di Palermo, sorge l’antico insediamento conventuale di Santa Cita (o Zita), fondato sulle ceneri di una preesistente chiesa quattrocentesca fin dalle origini intitolata alla santa lucchese.

L’attuale edificio di culto rappresenta la terza fabbrica eretta e diretta dai Padri Predicatori Domenicani a Palermo. A partire dal XV secolo, il complesso fu interessato da molteplici interventi di ampliamento e trasformazione architettonica; tra questi, di particolare rilievo risulta quello del 1586, affidato al mastro fabbricatore Giuseppe Giacalone.

Nel corso dell’intero Seicento i lavori proseguirono con l’ampliamento dell’aula centrale e, successivamente, con la definizione degli spazi del transetto e del cappellone, culminando nel completamento delle navate laterali. Il prospetto esterno, impostato su canoni di matrice neoclassica, risale al 1781 ed è opera di Nicolò Peralta, autore anche dell’altare maggiore della chiesa di Maria SS. dei Miracoli di Mussomeli, purtroppo distrutto e sostituito nel 1903.

Attualmente intitolata a San Mamiliano, la chiesa fu elevata a parrocchia e riaperta al culto nel 1952. Fino al sesto decennio dell’Ottocento, l’edificio costituiva parte integrante del vasto complesso conventuale di Santa Cita, in seguito acquisito dal demanio e riconvertito a diversi usi, tra cui quelli di ospedale e caserma militare. Per circa cinquecento anni il complesso monastico fu gestito dai Padri Domenicani, sino alla soppressione degli ordini religiosi sancita dal Regio Decreto n. 3036 del 7 luglio 1866, che dispose la confisca di tutti i beni mobili e immobili. Il convento di Santa Cita rappresentò un polo di primario rilievo per la formazione religiosa e culturale dei frati predicatori siciliani.

In questo contesto, merita di essere menzionato il sodalizio con la famiglia Lanza, la quale si adoperò attivamente per la costruzione della chiesa di Maria SS. dei Miracoli e per la fondazione del convento di San Domenico a Mussomeli. Intensi e continuativi furono i rapporti con i religiosi domenicani mussomelesi, i quali compirono il proprio iter di formazione, studio e professione monastica presso il convento palermitano e in altri cenobi dell’isola. Tra i frati che operarono e rivestirono la carica di priore nel convento di San Domenico a Mussomeli si ricordano: P. L. Francesco Langela, P. Tommaso Maria Mingoia, P. L. Vincenzo Maria Biondolillo, P. M. Giacinto Maria Bellanca, P. Antonino Bellanca, P. Nunzio Matrona, P. B. Vincenzo Giudici, P. M. Gaetano Cicero, P. Tommaso Milioti, P. L. Diliberto, P. Vincenzo Ferreri, P. Giovanni Sorce e molti altri, tra cui il servo di Dio P. F. Giuseppe Bonfante, domenicano che nel XVII secolo professò nell’antico convento di Santo Stefano di Quisquina.

Il complesso custodiva inoltre un ingente patrimonio artistico firmato da maestri di altissimo prestigio. Tra gli artisti che vi lasciarono testimonianza figurano Vincenzo da Pavia, Filippo Paladino, Pietro Novelli, Antonello Gagini, Gioacchino Vitagliano, Salvatore Passalacqua, Gaspare Bazzano, Pietro Dell’Aquila, Vincenzo La Barbera, Antonio Manno, Giovanni Giacomo Cerasolo e Onofrio Tomaselli. Parte di queste opere d’arte, gravemente danneggiate dai bombardamenti del luglio 1943 durante la Seconda guerra mondiale, è stata successivamente rimossa, sottoposta a interventi di restauro e in parte ricoverata ed esposta presso il Museo Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo.

Nel maggio del 1943, analogamente a numerosi altri edifici del centro storico palermitano, la chiesa domenicana fu colpita dai devastanti eventi bellici. Santa Cita subì ingenti danni e la navata laterale meridionale fu completamente distrutta, con la conseguente perdita definitiva di alcune cappelle e dei beni artistici in esse conservati. Nel dopoguerra l’edificio fu messo in sicurezza e parzialmente recuperato attraverso interventi di ricostruzione che ne hanno tuttavia cristallizzato le mutilazioni strutturali, consegnandoci l’aspetto odierno.

All’interno dello spazio sacro dell’ex complesso monastico si segnala infine la magnifica cripta sotterranea appartenuta ai Principi Lanza di Trabia e Conti di Mussomeli, nobile e influente casata che a partire dal Cinquecento ha rivestito un ruolo di primaria importanza nella storia politica e sociale di Palermo.

La famiglia Lanza, nota a livello popolare soprattutto per il celebre «delitto d’onore» del 1563 legato al misterioso parricidio di Laura Lanza, baronessa di Carini, e del suo amante Ludovico Vernagallo per mano del padre Cesare Lanza nel castello di Carini, vanta una ben più ampia e complessa rilevanza storico-documentaria. Dell’esistenza della cripta in esame avevano in passato fornito notizia diversi storici, tra cui spicca la figura di monsignor Antonino Mongitore (Palermo, 1663–1743).     

La riscoperta e la divulgazione contemporanea della cripta sono tuttavia avvenute nella seconda metà degli anni Novanta, in occasione degli interventi di restauro condotti da professionisti sotto l’alta sorveglianza delle istituzioni competenti, quali la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo.

Alla luce di recenti riscontri documentari, si evince che Blasco Lanza, nel proprio testamento del 1506, avesse vincolato sei onze per lo ius patronatus nella cappella del Crocifisso, situata nella seconda chiesa antica dei domenicani. In tale spazio si trovava il sepolcro impreziosito da un’immagine ad altissimo rilievo, quasi a tutto tondo, opera in marmo di Carrara raffigurante la Maria SS.ma Addolorata con il SS. Gesù in grembo. Questa scultura tardo-quattrocentesca è attribuita allo scultore lombardo Giorgio da Milano, noto come il Brigno (Milano, ? – Termini Imerese, 1553).

Nel 1614, la cappella del Crocifisso e la cripta furono concesse alla famiglia Lanza, nella persona di Don Ottaviano Lanza, principe di Trabia, e della consorte Donna Giovanna Ortega di Gioeni. A essi si deve l’iniziativa di trasferire i sarcofagi cinquecenteschi e le sepolture gentilizie dalla vecchia alla nuova chiesa. I committenti promossero inoltre i lavori di costruzione della nuova cripta, caratterizzata da un apparato sepolcrale pittorico e plastico a marmi mischi che spazia dalle pareti a rilievo con marmi colorati alle pitture geometriche ottagonali a finto cassettone della volta.

L’antica opera scultorea della Pietà fu ricollocata nella nuova cripta, al di sopra di un altare arricchito da un paliotto a marmi mischi siciliani. L’opera è inserita all’interno di una nicchia incorniciata da due colonne binate tortili a marmi mischi dal forte valore simbolico.

Il complesso parietale presenta una raffinata configurazione: al centro l’altare barocco con il paliotto e la mensa intarsiati a marmi mischi e la nicchia della Pietà, mentre le parti laterali risultano riccamente ornate da un drappo barocco plastico ed elegante, sorretto da sette putti in marmo ad altorilievo, alcuni dei quali colti nell’atto di scostare il sipario sacro.

Poco distanti dall’altare sono collocati i quattro sarcofagi marmorei, trasferiti nel secondo decennio del XVII secolo dalla vecchia chiesa e ricollocati nella cripta della nuova chiesa di Santa Cita. Le tombe accolgono le spoglie di membri della famiglia Lanza, nello specifico:

il primo sarcofago di Blasco Lanza morto a Palermo nel 1535 e il secondo sarcofago di Cesare Lanza, tumulati insieme alla seconda moglie di quest’ultimo, Castellana Centelles, nello stesso sarcofago dove si legge: HOC MAUSOLEUM ILLUSTRI CONIUGI CASTELLANE CENTELLES PUDICITIA ET GENERE INSIGNI CAESAR LANCEA MUSSUM. COMES P. ET SIBI UT QUOS UNA CARO IUNXIT CONTI NEAT URNA NON SEPARET GLORIA. VIX. AN: 54 OB: 8 AUG: MDLXXIIII.

Il terzo sarcofago di Don Ottaviano Lanza, realizzato nel 1617 (anno della sua morte) dallo scultore lombardo Giovanni Giacomo Cerasolo. Sulla lastra frontale si leggeva originariamente l’epigrafe in lingua latina:

DOM OCTAVIUS LANCEA I PRINCEPS TRABIAE ET COMES MONTIS MELLIS INTER SICILIAE PROCERES ANIMI PRAESTANTIA SECUNDIS ADVERSISQ. REBUS VIR CLARISS QU VIX. ANN. LXX HIC JOANNAE ORTEGA IUENIAE NOBILLISS PRINCIPIS ET CONIUGIS AMANTISS MUNIFICENTIA AC PILTATE IACET MORTALIBUS EXEMPLUM OB: V NON MARTIJ AN. D. CI I C XVII.

Il quarto sarcofago, in marmo bianco di Carrara, verosimilmente riconducibile alla produzione gaginesca, custodisce la scultura di una giovane donna. Questa effigie ha alimentato nei secoli la suggestione popolare e il mistero attorno all’identità della defunta, tradizionalmente identificata con la figura di Laura Lanza, baronessa di Carini.

Sebbene le iscrizioni presenti sui diversi sarcofagi risultino oggi parzialmente illeggibili, la quasi totalità di esse è stata salvaguardata grazie alla trascrizione sistematica effettuata da monsignor Antonino Mongitore nella sua imponente opera manoscritta in più volumi Storia delle chiese di Palermo.

Calogero Barba

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