di Lina Riccobene
“Memorie”! “E…alla memoria”! Leggendo appassionatamente, e con non poca emozione, questo libro, tante volte mi sono soffermata su questi due termini. La memoria. E’ la facoltà della mente e del cervello di ricevere, conservare, rielaborare e richiamare alla coscienza esperienze, immagini, informazioni e nozioni del passato. Deriva dal latino memoria (a sua volta collegato a memor, ovvero “consapevole, ricordevole”).
L’espressione “Alla memoria di…” è una locuzione italiana che significa dedicare o intitolare qualcosa a una persona dopo la sua scomparsa, in segno di ricordo, onore o gratitudine
La rispettiva valenza delle due espressioni sopracitate, costituiscono una originalità ed un binomio indissolubile in questo libro, poiché il suo Autore ha ben saputo, e con magnificenza, alternarli tenendo vigile ed attiva l’attenzione del lettore, svegliando e tenendo desta la sua coscienza su fatti ed accadimenti che in quest’epoca, caratterizzata da indifferenza nei riguardi del passato (e del passato della nostra Italia …forse con eccessiva leggerezza appresa dai nostri giovani sul libro di storia) risulta essere un’attenzione fatta di coinvolgimento, partecipazione, interesse, emotività.
E il libro del Prof. Giuseppe Piccillo, scritto alla memoria di un suo concittadino, che ebbe la fortuna di tornare vivo al suo paese dopo essere stato prigioniero nei lager tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale, costituisce l’alternarsi dei sopracitati termini con i quali l’Autore ha inteso rendere una affettuosa testimonianza e per esprime tutta la sua gratitudine al protagonista dello stesso. E perchè tutti non dimentichiamo!
“E FU…LA GUERRA” sintetizza e schematizza la Seconda guerra mondiale, ricordando, attraverso “due voci” (quella dell’Autore e quella del suo amico ex prigioniero) le informazioni più importanti fornite e ricordate dal nostro Autore e relative agli accadimenti nella 2^ guerra mondiale. E leggendo, anch’io ho rivissuto quanto prima appreso e poi insegnato ai miei ex alunni.
Con sapiente abilità di sintesi , il Prof. Piccillo ha riportato alla nostra mente che nell’autunno del 1943, circa 800.000 soldati italiani vennero catturati e disarmati dai tedeschi. Si trovavano in patria o all’estero, tra Iugoslavia, Francia, Albania, Grecia e isole dell’Egeo, Polonia, paesi baltici e Unione Sovietica. Di questi, circa 650.000 mila finirono, dopo viaggi interminabili in nave (non poche sono quelle che affondarono) e nei famigerati vagoni piombati nei campi di prigionia tedeschi in Germania, Austria ed Europa orientale.
Il regime nazista non considerò i nostri soldati catturati come prigionieri di guerra, ma li classificò presto come “internati militari italiani” (IMI), privandoli così delle tutele garantite ai prigionieri dalla Convenzione di Ginevra, sottraendoli alla protezione della Croce Rossa Internazionale e obbligandoli al lavoro. Era il lavoro per il Reich, infatti, l’obiettivo principale della politica tedesca nei confronti degli italiani catturati, un lavoro che verrà svolto in condizioni disumane, in totale spregio delle norme di guerra e di quelle umanitarie.
E durante l’internamento, i militari italiani – soprattutto gli ufficiali, perché i soldati furono ritenuti più utili al lavoro coatto – vennero incessantemente invitati, in cambio della liberazione, ad arruolarsi nelle forze armate tedesche e soprattutto nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. La stragrande maggioranza degli internati rifiutò, dando vita a una forma di Resistenza “disarmata” o “passiva”. Molti si opposero a qualsiasi tipo di collaborazione: tutti si rassegnarono alle tragiche condizioni di vita dei lager.
La RSI non aiutò in alcun modo i connazionali nei campi che, nell’agosto 1944, furono trasformati, con il consenso di Mussolini, in “lavoratori civili”, ma non per questo le loro condizioni migliorarono. Sfruttati, malati, sottoposti a torture fisiche e psicologiche, non di rado oggetto di veri e propri crimini di guerra, gli italiani dei lager pagarono spesso con la vita la loro resistenza. Le vittime dei lager saranno, alla fine della guerra, tra le 40 e le 50.000.
Ma tra le righe di questo interessante libro leggiamo anche della realtà sociale, economica e delle normative applicate, come in altri paesi della Sicilia, al paese di Montedoro, il paese dei due protagonisti in questo capolavoro di storia e di grande umanità. E anche “Montedoro, il 14 luglio del 1943, fu investita da “un cannoneggiamento proveniente dalle colline di Canicattì” e da parte di truppe Americane sbarcate tra Gela e Licata”, scrive l’Autore.
Ebbe seguito presto l’armistizio con le truppe tedesche, ma furono numerosi i montedoresi catturati, alcuni dei quali in seguito liberati, altri deceduti.
Ma Giuseppe Mantione tornò a casa. Non fu un facile rientro ma tornò. “Favorito dal mio carattere introverso, evitai le opportunità di parlare (della mia prigionia) con amici e conoscenti ma qualche tempo dopo mi accorsi che non si può sfuggire per sempre a fatti che ci hanno segnato per tutta la vita/…/ I ricordi cominciarono ad affiorare con sensazioni ,angosciose durante i sogni delle ore notturne, /…/ (e cominciai) a rievocare i due anni trascorsi nei campi di concentramento.”: tanto riferisce l’Autore del suo amato amico.
Come non tentare di calarsi, dopo tale lettura, ma anche dopo l’ascolto diretto degli alunni nelle scuole e degli amici e familiari del sopravvissuto Mantione, in tale vissuto e triste testimonianza fortemente intrisa di sofferenza? E aggiunge il nostro Autore che il rientro dell’amico nella sua agognata, sospirata e tanto amata Sicilia, non fu favorita da un periodo facile o felice, poichè in Sicilia stavano convivendo “separatismo”, “mafia” e “smantellamento dei grandi feudi”. E ci vollero tempo e interventi mirati dai politici del tempo perchè i contadini montedoresi potessero, col lavori precari loro assegnati “nelle piccole porzioni di terra”, procurare il necessario per le famiglie. E così ebbe inizio l’emigrazione di cui tutti abbiamo esperito nelle nostre famiglie del sud.
Leggere la storia del passato – che si tratti della grande storia collettiva o dei ricordi personali – attiva una complessa risonanza emotiva in grado di connettere epoche lontane con il nostro presente. Questa esperienza non è una semplice decodifica di dati oramai conclusi, ma un vero e proprio ponte empatico capace di risvegliare vissuti profondi e modificare la nostra percezione attuale
Immergermi nelle pagine del passato di Giuseppe Mantione e scritte con grande accuratezza di dettagli dal Prof. Piccillo, ha attivato in me principalmente quattro dinamiche emotive:
- – La nostalgia agrodolce: è il sentimento più frequente quando il passato rievocato tocca corde personali o epoche idealizzate. La psicologia moderna, infatti, definisce la nostalgia come un’emozione mista, “dolceamara”, capace di generare tenerezza per ciò che è stato e, al contempo, un senso di mancanza o perdita nel presente.
– Empatia intertemporale e Teoria della Mente: la saggistica storica e la narrativa ci costringono a guardare il mondo attraverso gli occhi di chi ha vissuto sfide completamente diverse dalle nostre. Questo esercizio stimola i nostri circuiti neurali legati all’empatia, allenandoci a riconoscere e comprendere le emozioni altrui anche fuori dalle pagine scritte.
– Senso di continuità e appartenenza: rileggere gli eventi passati aiuta a ricucire l’identità individuale e collettiva. Sapere da dove veniamo offre una cornice di significato che disinnesca l’angoscia del presente, trasformando il disorientamento in un sentimento di radicamento e stabilità.
– Distacco catartico o rifiuto: in alcuni contesti, la lettura della storia passata suscita sentimenti intensi di indignazione, vergogna o rifiuto verso gli errori commessi dall’umanità o dalle figure del nostro vissuto. Questa reazione ha una forte funzione adattiva: ci permette di elaborare i traumi collettivi o personali (elaborazione narrativa), separando la paura passata dalle azioni del presente
In sintesi, i libri e le memorie storiche agiscono come attivatori emotivi: non leggiamo il passato solo per sapere cosa è successo, ma per sentire la vita di chi ci ha preceduto e, attraverso questo specchio, comprendere meglio noi stessi. Nessun rimorso abbia l’Autore se questo libro non è stato scritto e pubblicato mentre il suo amico era in vita. La grandezza di un Autore la si coglie nelle sue motivazioni, nelle sue intenzioni e nel suo obiettivo da centrare: in questo caso, come egli scrive nel risvolto di copertina, “sollecitarci a rigettare ogni forma di odio e di intolleranza”. Grazie all’Autore per quanto sapientemente raccontato e raccomandato alla nostra Memoria!

