A proposito dell’intitolazione della villa comunale di San Cataldo

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di Luigi Bontà

Immaginate solo per un istante di attraversare via Trieste a San Cataldo e osservare, al posto dell’area della villa comunale e del parco giochi, una grande quantità di edifici dallo stile anonimo e “popolare”. Costruzioni che si sarebbero potuto sorgere sull’onda di un improvviso benessere, conseguenza di un aumento demografico e dell’aspirazione delle classi medie a un’abitazione moderna, dotata di tutti i confort.  Anziché godere del verde, giocare con i propri figli o sedersi tranquillamente con la propria ragazza su una delle tante panchine disseminate nella villa o semplicemente passeggiare in solitaria, vi sareste trovati davanti a una fungaia di cemento dal profilo poco armonioso, un quartiere anonimo come quelli dei tanti dell’estrema periferia urbana, pronto a soffocare l’intera area. Non è pura fantasia la mia, né un esercizio di penna, ma un’ipotetica realtà che avrebbe potuto concretizzarsi se alcuni uomini di buona volontà non avessero bloccato, negli anni ’70, un’operazione di mera speculazione edilizia, ideata dalla lobby del cemento e da una parte della classe politica locale.  Quel progetto, avviato in barba al Piano regolatore, prevedeva invece una villa comunale e un parco giochi, fattori necessari a garantire la vivibilità nella nuova zona di espansione urbanistica.

 Questa partita si giocò interamente all’interno del maggior partito dell’epoca, la D. C., a capo dell’amministrazione comunale sin dal secondo dopoguerra. Ed ebbe due protagonisti indiscussi: l’avvocato Biagio Falzone, di area alessiana, e l’ingegnere Arcangelo Emma, espressione dell’Azione Cattolica, i quali lottarono con le unghie e con i denti, al fine di vedere uno spazio verde nel nuovo cuore del paese. Nel 1975 i due, in contrasto con la segreteria locale riguardo al Piano regolatore generale che disponeva – come testé ricordato – anche la realizzazione di una villa e di un parco giochi, formarono un gruppo consiliare autonomo. Questo dissidio interno costrinse la segreteria provinciale democristiana a designare un nuovo sindaco nella figura del dottor Calogero Lauricella. Quest’ultimo, con il sostegno esterno dei socialisti e comunisti e forte del lavoro svolto da Emma e Falzone, poté dare avvio alla realizzazione della villa comunale nel 1977.

 Un sogno dunque che divenne realtà grazie a questi due uomini che, nonostante le minacce ricevute, contribuirono a dare un nuovo volto alla cittadina: un piccolo polmone verde dove trovare un vero contatto con la natura.

 Chiedere ora di intitolare la villa comunale all’ex sindaco Vittorio D’Addeo – persona certamente rispettabilissima, ma priva di quel legame necessario per riconoscere nella sua azione amministrativo-politica meriti legati alla realizzazione dell’opera stessa  – mi sembra una forzatura. Significa distorcere le vicende storiche e tradire la memoria di coloro che si sono spesi per il bene comune e che hanno anteposto i propri interessi alla causa sociale collettiva. Se poi si ritiene opportuno — come scrive il consigliere Mangione, proponente dell’intitolazione della villa a D’Addeo — premiare la sua “dedizione per il bene della comunità”, gli si dedichi una via (onore che, a dire il vero, molti altri potrebbero giustamente rivendicare), ma non certo la villa comunale. Penso che, per un’onesta sottomissione alla verità, quest’ultima spetterebbe innanzitutto e soprattutto all’avvocato Falzone e all’ingegnere Emma, e non ad altri. Il miglior modo per coltivare la memoria e assicurare il giusto merito è il senso di gratitudine e di riconoscenza verso chi, prima di noi, ha pensato e  progettato il nostro presente.

Luigi Bontà

nella foto di copertina l’avv. Biagio Falzone

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