di Edvige Presti
Nel libro di Alessandro Baricco “Omero, Iliade”, le storie narrate dalla voce degli stessi personaggi si svolgono in un eterno campo di battaglia, dove si agitano passioni, ira, ambizioni, audacia, astuzia, vendetta e pietà. Gli dei sono lasciati volutamente in secondo piano, forse per far sì che le voci dei protagonisti siano più vicine possibili alle nostre. Del resto, se la guerra di Troia narrata da Omero è durata dieci lunghi anni, in generale la guerra non è mai finita e ha caratterizzato da sempre la nostra storia fino ad oggi, insanguinando il mondo; sono cambiati solo i modi di combattere, non più corpo a corpo. L’astuzia dell’uomo di oggi va ben oltre la scaltra invenzione del cavallo di Troia ideato da Ulisse. Oggi l’uomo possiede altri mezzi grazie allo sviluppo della tecnologia che, anziché essere messa al servizio della vita, viene usata per seminare distruzione e morte.
Nella splendida figura di Ettore, primogenito del re Priamo e il più coraggioso tra tutti gli eroi troiani, riconosciamo una concezione della guerra di stampo neoclassico. Questa, infatti, trova una giustificazione nelle motivazioni per le quali combatte l’eroe: per difendere la patria, la sposa, il figlio, la famiglia. Nella celebre opera di David “Il Giuramento degli Orazi” sono esaltati questi stessi valori. Come le donne nel dipinto di David, Andromaca piange temendo la morte del suo amato sposo e lo supplica di ritirarsi dalla guerra, pur sapendo che Ettore non lo farà mai.
Ma in questo eterno campo di battaglia, dove le sorti pendono ora da una parte ora dall’altra, accade un episodio che rompe improvvisamente la logica del conflitto, dell’uno contro l’altro. È un’eccezione luminosa che stupisce come una stella cadente, che stravolge la logica della guerra mostrandone l’assurdità. Una punta di umanità commovente in mezzo a tanto orrore, che ci fa comprendere come la guerra non possa mai avere alcuna giustificazione poiché, anziché risolvere i conflitti, provoca solo distruzione e morte: è contro la vita.
L’episodio cui mi riferisco riguarda il grande re Priamo che, distrutto per la morte del suo figlio più amato per mano di Achille, senza scorta, senza guerrieri, attraversa l’accampamento nemico nel buio della notte e osa introdursi da solo nella tenda dell’eroe acheo per chiedere la restituzione del corpo di Ettore.
Achille, che in guerra aveva mostrato una forza bruta acuita dall’odio e dall’ira verso il nemico che aveva ucciso il suo amato amico Patroclo, alla vista e alle parole accorate di Priamo sente vacillare il suo animo, sciogliersi la sua ira, commuoversi come se avesse davanti a sé il suo stesso padre. Si commuove l’animo duro di Achille, che intavola un bellissimo dialogo col vecchio re e lo invita a riposare nella sua tenda. Così non sono più due nemici che si fronteggiano, un re troiano e un eroe acheo; adesso sono un vecchio ormai senza forze e un giovane pieno di ardore, un padre e un figlio, due esseri umani l’uno di fronte all’altro. Ognuno mette nelle mani dell’altro il suo dolore, sperando che venga ascoltato e rispettato. Priamo, in particolare, pone il suo dolore nelle mani di Achille e le bacia – quelle stesse terribili mani che tanti figli gli avevano ucciso. Gli occhi di Achille si riempiono di lacrime, lo accoglie come un padre e gli restituisce il corpo di Ettore, dopo aver ordinato che fosse lavato e profumato affinché sembrasse ancora intatto. La sua ira si scioglie negli occhi del vecchio re, resi più profondi dal dolore.
Rimasero lì, uno di fronte all’altro, a parlare nella notte. Per il breve spazio di un “dialogo” la guerra è sospesa. Si è usciti da quell’eterno campo di battaglia che era stato lo scenario di tutta la storia narrata; per un breve lasso di tempo si esce dalla logica dell’uccidere o essere uccisi, si esce dalla “storia”. Questo è lo stupore, ciò che esce dall’ordinario, che muove perciò il nostro animo offrendoci nuovi punti di vista sulla realtà, nuovi orizzonti.
Forse, come suggerisce la Cassandra di Christa Wolf, “tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere”. Chissà quando questa sua profezia sarà finalmente ritenuta possibile dagli uomini.
Sarebbe stato bello se gli eroi nascosti nel ventre del cavallo di Troia fossero usciti di notte ad aprire le porte Scee per fare entrare gli Achei con le loro torce accese, ma non per distruggere Troia, bensì per festeggiare insieme ai troiani, con danze e musica, la fine di una lunga guerra e l’inizio di un periodo di pace che potesse durare molto più di dieci anni.


