Fede, giustizia e società: “Vangelo e politica” il nuovo libro di Rocco Gumina

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Vangelo e politica è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Rocco Gumina, edizioni Plumelia, con prefazione di Pierluigi Castagnetti e postfazione di Pietro Piro. L’Autore affronta l’annoso, ma sempre attuale, tema del rapporto tra cattolici e politica, non con toni nostalgici e neppure con il proposito, o l’auspicio, di riproporre situazioni definitivamente archiviate. Come traspare bene dal sottotitolo, suo intento è piuttosto offrire «spunti per interpretare la realtà».

Dunque un piccolo e intenso saggio ermeneutico, nell’accezione gadameriana secondo cui «la comprensione non va intesa tanto come un’azione del soggetto, quanto come l’inserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storico nel quale passato e presente continuamente si sintetizzano». Scrive, infatti, Gumina che «Il fare memoria è una necessità connessa al raggiungimento di due finalità: riconoscere l’importanza dei protagonisti del passato e illuminare il presente e il futuro delle nostre comunità».

I protagonisti che Rocco sottopone all’attenzione dei lettori appartengono alla migliore tradizione del cattolicesimo popolare: da Luigi Sturzo ad Alcide De Gasperi, da Giuseppe Dossetti a Giorgio La Pira, da Aldo Moro a Piersanti Mattarella.

Il volume, che raccoglie alcuni articoli pubblicati dall’Autore su diverse riviste di approfondimento teologico, politico e culturale, consta di quattro parti. La prima è incentrata sulla dimensione caritativa della politica, oggi decisamente sacrificata, ma che il magistero degli ultimi pontefici ha provato a rilanciare. Viene fatto particolare riferimento a quello di papa Francesco per il quale «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza». Nell’ottica cristiana e, più in generale, biblica la carità non è separabile dalla giustizia, ma come scrive Benedetto XVI nella Caritas in veritate, essa esige la giustizia e, nel contempo, «la completa nella logica del dono e del perdono».  I cattolici impegnati in politica, devono allora farsi imitatori di Cristo e, seguendo l’insegnamento della lettera A Diogneto, divenire cittadini del mondo in uno spirito di fratellanza universale. Consapevoli della propria appartenenza trascendente, spetta loro il compito di rispettare la polis, di migliorarla e di amarla per renderla più umana.

Da questa premessa scaturisce una delle finalità precipue, che i responsabili della cosa pubblica devono perseguire: la pace. Ad essa è dedicata la seconda parte della pubblicazione, che inizia con i discorsi di papa Bergoglio, rivolti ai Movimenti popolari tra il 2014 e il 2016, dai quali emerge la necessità di tradurre il Vangelo in azione concreta. La pace, infatti, «non è uno stato ma un processo, non un possesso individuale, ma un cammino comune», non è l’assenza di violenza ma la presenza di giustizia. Ecco perché la sostanza dei discorsi di Francesco si può riassumere in un’attenzione costante per gli esclusi, con uno sguardo speciale per i poveri, e nel tentativo legittimo e cristianamente doveroso di cambiare la realtà, tutelando i diritti umani, promuovendo economie solidali e salvaguardando il creato.

Si tratta indubbiamente di una visione profondamente diversa dall’attuale, perlomeno nell’occidente opulento e capitalista, dove sono stati concepiti, affermati e spesso conquistati quei principi, che oggi in gran parte vengono disattesi. Negli anni del suo pontificato, Bergoglio fu accusato, per questo, di marxismo e di posporre il fine spirituale della Chiesa a una sorta di attivismo politico, funzionale a superare le diseguaglianze sociali tra gli uomini. Commentando una famosa pagina degli Atti degli Apostoli, in cui si narra che «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune», nell’omelia della messa dell’11 aprile 2021 il Papa argentino aggiunse: «e questo non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro».

D’altro canto il bisogno di esprimere la fede attraverso le opere è contenuto nella Lettera di Giacomo, in cui l’apostolo, dopo avere stigmatizzato l’indifferenza dinanzi alle esigenze altrui, spiega che «la fede se non ha le opere è morta in se stessa». Sono valutazioni riconducibili al monito di Gesù, che precede il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci: «voi stessi date loro da mangiare». Se la dignità dell’essere umano non tornerà a stare a cuore agli uomini politici, la pace giusta e duratura, da loro auspicata e cercata, rimarrà un’utopia. Essa è sì un dono di Dio, ma è anche opera dell’uomo in quanto la storia della salvezza non è separabile da quella dell’umanità.

Gumina prosegue la sua riflessione, focalizzando uno dei protagonisti della politica italiana e siciliana del secondo dopoguerra: Piersanti Mattarella, una figura che «incarna le caratteristiche politiche del leader politico del nostro tempo». E le incarna secondo una visione cristiana autentica, ispirata da una fede matura e consapevole, suggellata dal martirio. Fondamentali i richiami ai trascorsi di Piersanti nell’Azione Cattolica e, in generale, nell’associazionismo cattolico, dove maturò l’importanza dell’educazione e dell’attenzione ai giovani. Quest’ultima ebbe modo di esplicarsi nella costituzione del “Gruppo politica”, col quale si prefisse di generare «un gruppo di sostegno, formato non da capibastone e da signori delle tessere, ma da intelligenze ed energie capaci di attirare nuove fasce di elettorato cattolico e di opinione; dall’altro formare nuove leve di giovani preparati, competenti e idealisti, spingendoli verso l’impegno politico per realizzare, attraverso il ricambio generazionale, il rinnovamento del partito e delle istituzioni». Da La Pira e Moro Mattarella apprese che mettere la città al servizio dell’uomo significa metterla a servizio di Dio. Del secondo divenne amico personale e, per la stima di cui godette presso lo statista pugliese, fu da lui designato a raccoglierne l’eredità e il testimone.

Il desiderio di “una politica dalle carte in regola”, espresso attraverso una serie di interventi, tesi a riformare le istituzioni autonome siciliane e a modificare profondamente la mentalità dell’isola, emancipandola dai condizionamenti clientelari e criminali, lo resero inviso al sistema politico-mafioso, che egemonizzava la regione. Il suo impegno a favore di un umanesimo politico che compendiasse «progettualità, etica, cultura, formazione, responsabilità, capacità critica e abnegazione», fu stroncato il 6 gennaio 1980, a meno di due anni dal ritrovamento del cadavere dell’on. Moro, dopo 55 giorni di prigionia.

L’ultimo capitolo riguarda l’azione di don Lorenzo Milani, a partire dalla celebre Lettera a una professoressa, scritta da otto allievi della scuola di Barbiana, col proposito non solo di muovere una severa critica alla scuola, alla società borghese e alla politica del tempo, ma soprattutto di istruire i cittadini sui loro diritti e sul dovere di difenderli. Ancora una volta il pensiero è per i più deboli, frequentemente bistrattati dall’istituzione fino a decretarne la bocciatura. Gumina parla della “mistica integrale dell’insegnante e dell’insegnamento”, in base alla quale la professione del docente presume una donazione totale di sé, paragonabile a quella di un missionario.

Don Milani è stato un precursore della didattica tra pari, esortando gli alunni più grandi ad accompagnare i più piccoli. Ha sognato una scuola in cui nessuno fosse negato per gli studi, che non respingesse, ma come un ospedale efficiente, si prendesse cura di tutti e specialmente dei più fragili. È stato tra i primi a inserire la lettura del giornale nelle ore di lezione e si è adoperato per la nascita di una cittadinanza attiva e responsabile, che non escludesse i ceti meno abbienti. Nella visione milaniana, scrive Gumina «l’educazione possiede una densità fortemente politica perché tende al superamento di ogni forma di ingiustizia, quindi per generare una politica rinnovata occorre educare».

La mancanza di un partito di ispirazione cristiana nel panorama odierno e l’improbabilità di ricostituirne uno nuovo, non può giustificare l’estraniamento dei cattolici dall’impegno sociale. Questo libro di Rocco Gumina dimostra non solo che l’attività politica è un modo non facoltativo di vivere e attuare il Vangelo, ma che essa deve svolgersi trasversalmente perché «il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento».

Nicola Filippone Preside dell’Istituto Don Bosco-Ranchibile Palermo

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