Cristiano è tornato a casa, nella sua piccola città indifferente, che per qualche giorno ha fatto sentire ancora il battito del suo cuore, per il dolore immenso della sua scomparsa tragica. Una piccola città, periferia estrema dell’Occidente sempre più svuotato di senso, che si è scoperta, attraverso Cristiano, il suo lavoro, la sua visione, il suo cinema, ancora legata con un filo sottile ma tenace al resto del mondo in movimento.
Il cinema pensato da Cristiano, i suoi documentari, i suoi cortometraggi, ignorati ancora da molti qui, sono stati riconosciuti e valorizzati nel suo ricordo dalle sedi più prestigiose, dalle scuole di cinematografia, dai critici che ne hanno ricordato la qualità, l’originalità, la profondità e la delicatezza insieme.
Cristiano sapeva fare parlare i silenzi, fare emergere l’anima della natura e ri-sintonizzarla con l’anima dell’umanità, sapeva puntare il suo sguardo nelle profondità, così come in quel mare in cui ha vissuto gli ultimi istanti della sua vita, in cui si immergeva in apnea, trattenendo il respiro come di fronte alla realtà che rappresentava nelle sue dimensioni più marginali, border line, amare e rimosse dai nostri perbenismi borghesi. Sempre con delicatezza, senza giudicare, ma con lo sguardo di chi sa scoprire la bellezza e la bontà dove gli altri spesso non riescono a vedere che desolazione o spazzatura. Restituendo legittimazione esistenziale agli invisibili, ai dimenticati, agli irregolari irriducibili al sistema.
L’ho conosciuto ragazzo, studente in una mia classe del Liceo: intelligenza radicalmente creativa, contro-corrente, capace di dire la verità, spontaneamente, anche quando poteva costare. Libero nella mente e nel cuore, ma responsabile, e lo dichiarava, di fronte alla sua coscienza e al suo senso della giustizia autentica, non formalistica, non soltanto “legale”. Uno splendido esempio per quella “educazione al pensiero divergente” che abbiamo studiato all’università come una delle finalità principali della pedagogia e della scuola, ma che poi, quando la incontriamo nelle costre classi, nei nostri studenti, troppo spesso ci sforziamo di “omologare”.
Dietro la sua divergenza rispetto agli schemi c’era sempre una bontà sconfinata, una dolcezza impegnativa, perchè metteva in discussione le rigidità del “sistema” e dei suoi ruoli, e richiamava al dovere dell’autenticità, sfidando senza paura le convenzioni in nome di una ricerca di senso che già lo impegnava, giovanissimo, profondamente.
Era riuscito a portare nel suo cinema la Sicilia abbandonata dell’interno, senza mai dimenticarne i paesaggi, i linguaggi, i suoni, le solitudini, senza edulcorarli, facendone metafore universali, con immagini potenti, essenziali, come nel suo “Il ritorno delle lucciole” dal titolo pasoliniano, presentato al Festival dei Popoli di Firenze, che lo aveva lanciato in un orizzonte artistico nazionale che lo ha riconosciuto come una promessa della cinematografia contemporanea.
Quando si riesce a rappresentare così la propria terra non ci sono più periferie nè marginalità, ma si ritesse una trama di significati in cui da questa terra “lontana e sola” possiamo ancora parlare al mondo, attraverso le visioni di Cristiano, che custodiscono, anche dopo di lui, la preziosità di questo abbandono e lo faranno parlare per sempre, seminato di potenzialità, per chi le sa vedere..
Caltanissetta non deve dimenticare Cristiano Giamporcaro, la voce e lo sguardo poetico di un giovane intellettuale che l’ha fatta parlare con il mondo rappresentandola nella sua nudità essenziale. Sarebbe bello e giusto legare il suo nome al lavoro di altri giovani registi di tutta Italia, con un appuntamento annuale, che chieda loro di documentare con la sua stessa passione per la verità, che non è mai quella che appare, una realtà del nostro Paese che l’informazione e l’immaginario convenzionali tendono a rimuovere e ad ignorare, a rendere invisibile per non affrontarne le contraddizioni. Per non guardare in faccia la realtà.
La sua città glielo deve, e deve essere possibile, mettendo insieme realtà diverse, anche non istituzionali, per dargli la possibilità di continuare a vivere generando altre visioni, altri sguardi di profondità, contrastando una cultura dell’immagine come gabbia multicolor del potere, dei poteri, restituendo all’esperienza cinematografica la libertà di espressione più radicale che lui ha coltivato.
Una libertà nutrita di rispetto, per la natura e per l’umanità che la abita e a volte la distrugge, quel rispetto a cui Cristiano si riferiva costantemente, nelle interviste che motivano il suo cinema, rispetto nutrito di responsabilità, senza la presunzione di dominare, senza egocentrismo, ma mettendo in discussione le nostre certezze a partire da noi stessi per primi.
“Lasciare il bosco migliore di come l’abbiamo trovato” il suo motto scout che spesso ricordava, è un richiamo che ci deve accompagnare sempre e orientare la quotidianità di ciascuno di noi. Sarà il modo migliore per onorare davvero la sua memoria. Senza retorica, senza ipocrisia

