Frutti, non radici. L’apporto del cristianesimo alla politica europea

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di Rocco Gumina

In una recente comunicazione pubblicata sui social, la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno sostenuto di voler difendere l’Europa da un’immigrazione incontrollata e di voler proteggere il patrimonio culturale cristiano del vecchio continente di cui sono orgogliose.

Già Paolo VI, penultimo papa italiano, con l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi del 1975, sosteneva che il Vangelo – quindi il cristianesimo e il suo annuncio – non si identifica con culture particolari, bensì le feconda dall’interno pur restando indipendente.

Nella confusa e scomposta stagione di trumpismo che viviamo – nella quale il vicepresidente degli Stati Uniti d’America, il convertito al cattolicesimo James David Vance, sostiene che il papa deve fare attenzione quando parla di questioni teologiche – sembra urgente ricordare che la politica e la religione non sono la stessa cosa. Tanto la tradizione della Chiesa, su tutti Agostino con il suo La città di Dio, quanto la costituzione italiana e i documenti del Concilio Vaticano II, delineano una distinzione senza netta separazione fra la finalità ricercata dalla comunità dei credenti e quella delle istituzioni di qualsiasi livello. Difatti se la missione della Chiesa è quella di annunciare il Vangelo di salvezza e di rivolgere l’appello alla conversione delle coscienze, la finalità della politica coincide con l’edificazione concreta del bene per tutti e tutte.

In questa logica la visione cristiana, anziché declinarsi in un patrimonio culturale da difendere, può offrire alla politica un contributo etico teso a limitare la sua azione e a preoccuparsi degli uomini e delle donne, specialmente delle persone ai margini, degli oppressi, dei sofferenti. Così l’etica del limite e della cura appare come il seme che il cristianesimo europeo può far germogliare fra i politici odierni più attenti ai sondaggi e al mantenimento del potere che alle future generazioni.

Messa in questi termini, la rilevanza sociale del cristianesimo – invece che esprimersi attraverso un insieme di principi da difendere e di patrimoni da custodire – diviene una sorta di memoria pericolosa per l’attuale classe politica poiché spinge gli uomini e le donne a muoversi dinanzi alle ingiustizie, ad accogliere la sofferenza degli altri, a promuovere il diritto alla vita dignitosa per chiunque.

In definitiva, la vera posta in gioco per il cristianesimo contemporaneo non riguarda la conservazione nostalgica di un’identità culturale da difendere quanto la capacità di rimanere lievito critico capace di scuotere le coscienze. L’operazione del duo Meloni-Frederiksen, sulla scia del modello trumpiano, riduce la fede a una mera bandiera identitaria e a uno strumento di propaganda elettorale. Occorre, all’opposto, riscoprire la dimensione profetica del cristianesimo che invita costantemente le istituzioni alla responsabilità verso gli ultimi e verso il bene comune.

Rocco Gumina

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