Intervista (impossibile) a Winston Churchill. Il Primo Ministro inglese che vinse la guerra ma perse le elezioni

Lillo Ariosto
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Tra le tante passioni che abbiamo la fortuna di potere coltivare, non ci siamo fatti mancare quella del (buon) cinema. In anni liceali eravamo abbonati ai tre cineforum che le organizzazioni studentesche contrapposte mettevano in campo, per disputarsi il primato ideologico. Al giorno d’oggi – con la desensibilizzazione ideologica in atto – roba da far tremane i polsi. Tra “Nouvelle Vague” francese, la americana “Hollywood Renaissance, corrente cinematografica di protesta degli anni ‘70 e quella inglese del “Neorealismo Sociale”, accumulammo una serie di titoli che ci hanno accompagnato nel corso della nostra vita. Più recentemente, stante l’età (più che) matura, ci siamo accostati al cinema storico. Uno dei film da cui siamo stati attratti più è stato L’ora più buia” (Darkest Hour) del 2017. La pellicola segue le vicende del Primo Ministro britannico Winston Churchill, interpretato da Gary Oldman, nei primi mesi della seconda guerra mondiale, quando dovette – con una Londra sotto le bombe naziste –  raccogliere tutte le superstiti energie del popolo inglese, per sostenere il conflitto contro la Germania. Confessiamo che abbiamo sempre ammirato la sua tempra e la sua determinazione, lontane dai bizantinismi dei nostri Premier. Non potevamo quindi non incontrarlo per la nostra intervista “impossibile”. Ci documentiamo dunque con quale formula ci si rivolge a un Primo Ministro di Sua Maestà britannica. Rimaniamo stupiti quando appuriamo che, a differenza dei molti titoli onorifici spettanti a un nostro Presidente del Consiglio, la locuzione corretta per rivolgersi alla massima Autorità governativa della “Perfida Albione” è un semplice “Prime Minister”. Così dunque procediamo.

– Prime Minister La ringraziamo per averci concesso questo colloquio. Vorremo iniziare dal principio, anche se per noi Italiani poco gradevole. Cosa pensa dell’Italia del 1945, quella della fine della seconda guerra mondiale?

– Non utilizziamo formule di rito nei ringraziamenti. Procedo quindi nella risposta alla sua domanda. La mia opinione è che l’Italia del 1945 ha pagato il prezzo di una scelta folle. Quella di Mussolini. La rovina di quell’Italia è da ricondurre a un uomo solo. Mussolini, avventatamente, trascinò un popolo – per indole non incline alla guerra – contro l’Impero Britannico, la prima Potenza mondiale di quel momento. L’entrata in guerra di Mussolini fu un atto di insensato opportunismo e soprattutto un tradimento nei confronti della Francia, in quel momento sopraffatta dalla Germania nazista. Strategicamente, vedevo però nell’Italia come il punto debole dell’Asse e quindi il “soft underbelly”, il “ventre molle”. Ero convinto che colpirla avrebbe portato al collasso del fronte nemico. Cosa che in effetti avvenne.

Ammiravo però il genio italiano anche se restavo stupito dello scarso carattere bellico. Ciò mi indusse alla mia affermazione, passata alla storia, che “Gli Italiani vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e alle partite di calcio come se fosse la guerra”.

Fu in ogni caso una tragedia per una nazione che non meritava quel disonore e quel disastro.

– Facciamo un passo indietro. L’Italia nella seconda metà dell’Ottocento si era realizzata, di fatto, ai danni dell’Impero Austro-Asburgico. Si era completata con la vittoria, sempre sull’Austria, nella prima Guerra Mondiale. Mussolini si schierò con la Germania di Hitler, un austriaco, sino a pochi anni prima acerrimo nemico dell’Italia. Si è ha mai chiesto perché?

– Ribadisco quello che ho poco prima detto. Il paradosso di un’Italia alleata con un ex nemico austriaco è stato il risultato della “follia di un uomo solo”. Nella Grande Guerra, l’Italia e la Gran Bretagna avevano combattuto fianco a fianco contro gli austro-ungarici. Considerai la scelta di Mussolini di allearsi con Hitler, in fondo un ordinario ex caporale austriaco, come un tradimento della memoria dei caduti sul Piave. Mussolini aveva svenduto la dignità di una nazione vincitrice per diventare il vassallo di un uomo che, fino a pochi anni prima, rappresentava il nemico storico dell’unità italiana.

Non c’era alcuna fratellanza tra popoli, ma solo l’opportunismo cinico di un dittatore.

Mussolini si era convinto che la Gran Bretagna fosse ormai al tramonto e che Hitler avrebbe vinto rapidamente la guerra. Mise da parte l’odio storico per l’Austria pur di sedersi al tavolo dei vincitori. Mussolini scelse di dividere le spoglie di un mondo in agonia invece di restare fedele ai suoi vecchi alleati.

 – Un tentativo opportunistico destinato al fallimento.

– Bisogna dire che nonostante Hitler fosse austriaco, rappresentava per Mussolini il modello di un potere totalitario che il Duce stesso aveva contribuito a inventare. L’affinità ideologica tra Fascismo e Nazismo finì per oscurare i secolari interessi nazionali italiani. Mussolini preferì un fratello-dittatore austriaco a una sorella-democrazia britannica. Ebbe torto. Come dissi, “È il tragico destino dei dittatori: iniziano cercando di dominare il mondo e finiscono per essere dominati dai propri complici”. Mussolini ha trasformato l’Italia da nazione che aveva sconfitto l’aquila austriaca in una nazione che puliva gli stivali al suo erede più brutale.

– E’ vero che fu lei a volere la morte di Mussolini, perché temeva delle sue precedenti relazioni epistolari con lui intrattenute?

– Questa è una delle teorie “complottiste”, come le chiamate voi nel vostro tempo. Si dice che Mussolini portasse con sé, durante la sua fuga verso Dongo, una borsa contenente lettere compromettenti scambiate con me negli anni ‘30. Io, quindi, avrei ordinato ai servizi segreti britannici e ai partigiani legati agli stessi servizi inglesi di uccidere il Duce, per evitare che quelle lettere rendessero pubblico il mio iniziale apprezzamento per il Fascismo e le sue proposte di pace segrete. È un fatto storico che negli anni ‘20 e primi ‘30 avevo espresso ammirazione per Mussolini, anche se in chiave anti-comunista. L’alleanza con Hitler spazzò via questa mia opinione. È vero anche che, poche settimane dopo la guerra, andai in vacanza sul Lago di Como sotto lo pseudonimo di “Colonnello Warden”. Molti hanno creduto che fossi lì per recuperare personalmente i documenti spariti. La versione ufficiale è che andai lì solo per dipingere e riposare.

– Cosa pensò dell’Italia quando avvenne il “voltafaccia” con Badoglio?

L’armistizio dell’8 settembre 1943 e il governo Badoglio furono per l’Italia un atto di necessità biologica e politica. E’ oramai noto che i primi contatti furono presi con il nostro ambasciatore in Portogallo. Io stesso compresi che l’iniziativa andava incoraggiata, pur non nutrendo alcuna stima per i protagonisti. Non vedevo però il passaggio dell’Italia agli Alleati come un ravvedimento morale, ma come la presa d’atto del fallimento militare. Badoglio e il Re stavano semplicemente cercando di “pagarsi il passaggio” fuori da una nave che affondava. Scrissi che l’Italia aveva cercato di “scivolare via” dalla guerra con la stessa leggerezza con cui vi era entrata. Nonostante il disprezzo per il “voltafaccia”, rimasi il più grande sostenitore del governo Badoglio tra gli Alleati. Mentre gli Americani con Roosevelt volevano una punizione esemplare, io volevo stabilità.

– Quindi lei stava con Vittorio Emanuele III?

A me interessava che il Re e Badoglio restassero al potere per evitare il caos e il rischio di una rivoluzione comunista in Italia. Avevo bisogno che l’esercito italiano smettesse di combattere per facilitare l’avanzata alleata. Per me Badoglio era solo uno strumento utile. Amavo dire, in quei giorni: “Non si cambia cavallo mentre si attraversa un torrente in piena”.

– Ma la fuga del Re e del Governo Badoglio a Brindisi?

– L’abbandono di Roma da parte del Re e di Badoglio fu per me un atto deplorevole dal punto di vista dell’onore militare, ma provvidenziale dal punto di vista strategico. Permise all’Italia, almeno a quella che affermava di avere rinnegato il Fascismo, di avere un governo legittimo con cui firmare la resa, evitando di dover amministrare un paese nel vuoto totale di potere. Vede, in politica internazionale non esistono amici. Esistono solo interessi. L’Italia di Badoglio non aveva cambiato cuore, aveva solo cambiato padrone quando aveva capito che il precedente era un folle destinato al cappio. Dal mio punto di vista quella scelta ha risparmiato migliaia di vite britanniche. Se un nemico decide di smettere di spararti, non gli chiedi se lo fa per convinzione o per paura. Gli stringi la mano e gli dai una nuova divisa.

– Questo per quanto riguarda il corso del conflitto ma cosa pensa – veramente – di Vittorio Emanuele III. Non crede che sia stato un Re che pregiudicò il futuro della sua Corona?

– Sono stato sempre un fervente monarchico. Devo quindi dire che vedo in Vittorio Emanuele III il peggior esempio di regnante. Il perfetto interprete di colui che distrugge una Istituzione millenaria per mancanza di carattere. Per me la Monarchia è stata sempre come una àncora di stabilità per una nazione. Proprio per questo, non posso perdonare a Vittorio Emanuele III la sua passività. Aveva già commesso il peccato originale nel 1922 non opponendosi alla Marcia su Roma. Un sovrano che non sa dire di no a un agitatore di piazza ha già abdicato. Vittorio Emanuele III non è stato un uomo “piccolo” per la sua statura. Madre natura a volte può essere avara. Ma è stato “piccolo” di spirito, schiacciato dall’ombra di Mussolini. La fuga di Brindisi dell’8 settembre 1943, al di là della necessità formale per la legittimità degli atti di governo, di cui ho detto prima, è stato il colpo di grazia alla Corona. Dopo la guerra sentivo di proteggere politicamente la monarchia sabauda per paura che l’Italia cadesse in mano ai comunisti ma confesso che provavo un profondo disprezzo per il modo in cui il Re aveva abbandonato Roma e il suo esercito.

– Pensa che l’Italia non sarebbe diventata una Repubblica se il Re fosse rimasto a Roma a guidare la Resistenza? O il destino della Monarchia era ormai segnato da vent’anni di Fascismo?

– Se il Re fosse rimasto a Roma l’8 settembre? Vede caro amico sappiamo tutti che la storia non si fa con i “se”, ma la politica si fa con i simboli. Rimanendo, Vittorio Emanuele III avrebbe lavato via la macchia della complicità con quel “folle” di Mussolini. Avrebbe dato all’Italia un centro di gravità che non fosse solo la rabbia partigiana o l’ambizione dei partiti, soprattutto quelli di sinistra. Tuttavia, bisogna dire che vent’anni di camicia nera avevano già corroso le fondamenta del trono. Il Re non ha solo permesso al Fascismo di entrare a Palazzo ma gli ha tenuto la porta aperta per due decenni. Anche con un gesto eroico nel ’43, la salita sarebbe stata ripidissima.

– Furono gli Americani a volere la Repubblica in Italia?

– A dire il vero, la questione istituzionale italiana fu in effetti un terreno di scontro diplomatico dove gli Stati Uniti però mantennero una posizione neutrale ma fortemente pragmatica. Come le ho detto io ero un convinto sostenitore della Monarchia per garantire stabilità contro il comunismo. Gli Americani seguirono una linea diversa. Loro, almeno in quel tempo, avevano una visione più democratica e meno legata alle tradizioni dinastiche europee. Preferirono che fossero gli italiani a decidere attraverso una libera consultazione popolare. Per Washington, la forma dello Stato, Monarchia o Repubblica, era secondaria rispetto all’obiettivo essenziale che era quello di mantenere l’Italia nell’alveo delle democrazie occidentali e lontano dall’influenza sovietica.

– Abbandoniamo il passato. Parliamo del presente. Iniziamo con l’Italia. Come vede quella di oggi?

– L’Italia del 2026…. Una democrazia matura in un mondo instabile Sono soddisfatto di vedere che la democrazia italiana, pur con le sue croniche dispute politiche, sia un fatto consolidato. Come ebbi a dire, anche in altre circostanze, “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”. E’, soprattutto in questo momento, una àncora atlantica ed europea. Apprezzo il ruolo dell’Italia in difesa della NATO e dell’integrazione europea, processi che ho sempre auspicato nel dopoguerra per prevenire nuovi conflitti. In un 2026 segnato da tensioni geopolitiche e sfide alla libertà, vedo un’Italia che ha smesso di seguire l’uomo della provvidenza, anche se spera ogni tanto in un “risolutore”. Forse siete ancora rumorosi come in una partita di calcio, ma almeno oggi giocate in un campo dove le regole sono scritte dalla libertà e non dal sangue.

– Lei preferisce una Italia che nel terzo decennio degli anni duemila sia governata da un governo di centro destra o vorrebbe che l’Italia fosse governata da un governo di centro sinistra?

– Le rispondo con il mio pragmatismo “aristocratico”. Per me non importa il colore di chi governa ma pongo attenzione alle condizioni e alle misure con cui si governa, che non possono disattendere alcuni miei valori storici e i miei fondamentali ideali di libertà. Sono sempre stato “allergico” agli estremismi. E’ risaputo che ho sempre disprezzato profondamente il comunismo. L’ho definito la più grande “cospirazione mondiale contro la civiltà”. Ma diffido altrettanto dei nazionalismi autoritari che hanno portato alla rovina dell’Europa e trascinato il mondo nella seconda guerra mondiale. Sono quindi contrario a qualsiasi governo, di destra o di sinistra, che strizzi l’occhio a populismi antidemocratici o a influenze autocratiche esterne.

– E quindi né Destra, né Sinistra?

– Sappiamo entrambi che oggi la Destra e la Sinistra non sono più quelle del mio tempo. Quindi la sua domanda, per me, non è “destra o sinistra”. Io mi pongo la domanda su chi garantisce la forza delle istituzioni. Sono sempre stato un fautore dell’ordine e del sistema parlamentare. In passato ho guardato con sospetto alla cronica instabilità dei governi italiani. Oggi, vedo che i due poli della politica italiana, si contestano di volta in volta, se sono alla opposizione o sono al governo ma – in concreto – per me è importante che ci sia un governo capace di mantenere l’Italia come un alleato solido e affidabile nel blocco occidentale e atlantico.

– Ma in economia le scelte sono diverse nei governi di Destra o di Sinistra.

Sono un leader conservatore ma non sono contrario alle riforme. Apprezzo un centrodestra che protegge le tradizioni e il libero mercato, ma questo deve essere collegato a un forte senso di responsabilità verso i più deboli. Allo stesso tempo, rispetto un centrosinistra riformista che difende le libertà civili, purché lontano da derive ideologiche radicali. Come ho già detto la politica non è una questione di etichette ma di carattere. Non mi importa se la mano che regge il timone sia la destra o la sinistra, purché quella mano non tremi di fronte ai tiranni e non venda la sovranità della nazione per un pugno di voti facili.

– Parliamo un pò del suo Paese. Perché gli Inglesi non la votarono dopo la fine della seconda guerra mondiale? Lei li aveva salvati dalla invasione nazista e portati alla vittoria.

– È vero. Può apparire come uno dei paradossi più famosi della storia. Io che avevo vinto la guerra ho perso le elezioni, addirittura prima ancora che la pace fosse del tutto firmata. Mi lasci però pensare che gli Inglesi non furono con me ingrati. Semplicemente erano esausti. Dopo sei anni di bombardamenti, razionamenti e sacrifici estremi, il popolo non cercava più un condottiero, ma un ricostruttore. Io ero stato l’uomo del “sangue, della fatica e delle lacrime”. La Gran Bretagna voleva case, ospedali e lavoro.

– Non commise forse qualche errore durante la campagna elettorale?

– Oggi è facile, ma inutile, ammetterlo. Mentre io ero concentrato sulle mappe geopolitiche e sulla minaccia russa, il Partito Laburista di Clement Attlee prometteva il Welfare State, lo Stato Sociale. Gli elettori temevano che i Conservatori avrebbero riportato il Paese alla disoccupazione e alla povertà degli anni ’30. Scelsero la prospettiva di un futuro che dimenticava la guerra. Accettai la sconfitta con nobiltà. Vede, la democrazia è una donna capricciosa. Mi ha dato la spada per vincere la battaglia e poi me l’ha tolta di mano perché temeva che non sapessi impugnare l’aratro. Non li biasimo. Hanno combattuto per il diritto di votare contro di me, e il fatto che lo abbiano esercitato è, in fondo, la mia vittoria più grande.

– Cosa pensa della Inghilterra che ha scelto di uscire dalla Unione Europea? Perché un gesto che la isola?

– Devo ricordarle che fui io uno dei primi a invocare, nel celebre discorso di Zurigo del 1946, la creazione di quelli che definii gli “Stati Uniti d’Europa”. Il mio vero scopo in effetti era quello di creare uno strumento istituzionale che riconciliasse Francia e Germania per prevenire nuove guerre. Vedevo però una Gran Bretagna sostenitrice esterna a questa Unione e non necessariamente un membro integrato. Non va dimenticata la mia frase celebre che chiariva questo concetto: “Siamo con l’Europa, ma non dell’Europa. Siamo legati, ma non inclusi”.

Riguardo alla “Brexit”, il rischio non è tanto l’isolamento geografico, quanto la perdita di quel ruolo di “ponte” con l’altra parte dell’oceano che rendeva la Gran Bretagna indispensabile su scala globale. Come fiero difensore della sovranità parlamentare britannica, guardo con legittimo sospetto alla burocrazia di Bruxelles. Tuttavia nutro timori all’idea di un’Inghilterra chiusa in se stessa. Per me la Gran Bretagna dovrebbe sempre scegliere il “mare aperto”, con l’Europa… e con il resto del mondo.

– Andiamo alla gente. “The people”. Cosa pensa degli italiani?

– Gli Italiani sono stati sempre troppo intelligenti e amanti della bellezza per farsi massacrare con entusiasmo in trincea. Non nascondo che ho sempre ritenuto l’Italia la culla della civiltà, dell’arte e della musica. E quindi ritengo che un popolo con tale passato non possa mai riuscire ad essere veramente “cattivo” per andare in guerra. Confesso di rimanere sempre affascinato dall’individualismo italiano. Vedo in ogni italiano un potenziale genio. Un Leonardo, un Marconi, un Machiavelli. Fatico però a capire come mai, messi tutti insieme, finiscono spesso per creare il caos politico. Però non si può non amare l’Italia. È come una bellissima donna che ha la sfortunata abitudine di scegliere sempre i corteggiatori peggiori.

– Come vede il popolo inglese di oggi?

– Devo confessare che guardando fuori dalla finestra vedo una Londra che non riconosco più. Vedo un popolo che ha smarrito la bussola ma non il coraggio. Vedo il popolo inglese diviso, in crisi d’identità. Tuttavia, riconosco negli Inglesi di oggi quella stessa resilienza mostrata durante i bombardamenti nazisti. La capacità di sopportare le difficoltà economiche e sociali senza perdere il senso dell’umorismo, seppur cinico. Rimango stupito dalla velocità della cultura moderna e dalla fretta che domina la vita britannica attuale. Vedere una nazione che discute il proprio futuro attraverso i social media mi è incomprensibile. Faccio fatica a comprendere la demografia della Gran Bretagna del 2026. Tuttavia, il mio pragmatismo mi porta ad apprezzare la vitalità dell’insieme di genti che oggi sono gli Inglesi del 2026. Vedo l’Inghilterra ancora al centro del mondo, un luogo dove persone di ogni provenienza cercano la libertà. Ammiro il fatto che l’inglese sia ancora la lingua del pianeta e che Londra sia sempre il cuore finanziario del mondo.

– Un’ultima domanda. Lei crede o mai creduto in Dio?

– La mia religiosità è sempre stata un miscuglio di pragmatismo britannico e profondo senso del destino. Sono un ottimista senza dogmi. Non sono mai stato un frequentatore abituale di chiese, né un seguace rigoroso dei dogmi. Insomma, a differenza della politica, non sono mai stato un pilastro della Chiesa. Semmai potrei considerami un “contrafforte” che la sostiene dall’esterno. Pur non essendo un uomo di preghiera nel senso tradizionale, sono stato un difensore dell’etica cristiana. Ho sempre visto nel Cristianesimo la base della democrazia, della libertà e dei diritti umani e che il Nazismo e il Comunismo cercano sempre di distruggere.

Quest’ultima risposta, insieme alle altre, ci fa ancor più comprendere la sua determinazione nell’affrontare ogni argomento. Le sue abilità oratorie e la sua eccezionale visione strategica. La sua fermezza, capace di mobilitare l’opinione pubblica e sostenerla nel morale. Tutte doti che purtroppo non abbiamo mai conosciuto nei governanti della nostra terra. In Italia, un luogo sinceramente da Winston Churcill amato per le doti di bellezza, di arte, di quiete e di buon vivere.

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