Alcune scritture nascono da un luogo mentre altre, dopo averlo attraversato, finiscono per trasformarlo in una categoria dell’anima. È in questa seconda prospettiva che sembra collocarsi il percorso letterario di Carmelo Salvatore Benfante Picogna, autore che negli ultimi anni ha progressivamente definito una voce riconoscibile, sospesa fra il rigore della forma e una profonda esigenza di memoria.
I suoi libri più recenti, “Echi” (di pietre tonfanti) e “Cunti e scantu” – Racconti della tradizione orale serradifalchese – presentati in questi giorni in diversi comuni della provincia nissena, appartengono a generi differenti, ma sono attraversati da una medesima domanda: che cosa rimane di un’esistenza, di una comunità, di una voce, quando il tempo sembra averne cancellato le tracce?
La risposta dell’autore non passa attraverso la semplice celebrazione del passato. Passa attraverso la parola. È questo, forse, il tratto più significativo della sua poetica: la convinzione che nominare significhi sottrarre qualcosa alla scomparsa.
La scrittura diventa così una forma di custodia, ma anche di trasformazione. Non conserva il passato come un reperto; lo riporta nel presente e gli permette di produrre ancora significato. In Echi (di pietre tonfanti) questa esigenza assume la forma della poesia. Il paesaggio non è mai soltanto paesaggio e la pietra non è soltanto materia.
Le cose sembrano possedere una memoria propria, custodire ciò che l’uomo ha dimenticato o che non è più in grado di dire. La natura diventa pertanto un sistema di segni, una lingua attraverso la quale il poeta interroga il tempo. La pietra, elemento ricorrente e fortemente simbolico, rappresenta ciò che permane mentre tutto il resto muta. Ma è una permanenza tutt’altro che statica: è la superficie sulla quale il tempo deposita le proprie stratificazioni.
Da qui il valore dell’“eco” evocata dal titolo: ciò che è accaduto non è più presente nella sua forma originaria, ma continua a risuonare. Questa idea dell’eco è centrale per comprendere la poesia di Benfante Picogna. Il poeta non pretende di recuperare integralmente ciò che è perduto; ne raccoglie piuttosto le risonanze. La memoria, dunque, non coincide con il ricordo fotografico, ma con una presenza indiretta, fatta di tracce, immagini, silenzi e assenze.
È una poesia che sembra muoversi continuamente sulla soglia. Soglia fra il visibile e l’invisibile, fra ciò che viene detto e ciò che resta taciuto, fra il passato e il presente. Non è casuale che in un componimento come “Elogio dell’esergo” (inedito) l’autore abbia assunto proprio l’“esergo” come figura poetica: il margine, il luogo preliminare, ciò che sta prima e intorno al testo diventa metafora di una condizione esistenziale. La scrittura si colloca sul confine e da quel confine osserva il mondo.
Anche il rapporto con la tradizione letteraria appare significativo. Benfante Picogna non sembra perseguire una poesia di pura immediatezza, né rinuncia alla complessità formale in nome di un linguaggio esclusivamente colloquiale.
Al contrario, la sua scrittura rivela una particolare attenzione alla struttura, alla musicalità del verso, alla scelta lessicale e alla metrica. L’endecasillabo, il sonetto, la rima e le forme della tradizione che pure rivelano la profonda conoscenza dell’autore delle regole stilistiche, non vengono utilizzati come esercizio archeologico, ma come strumenti ancora vitali.
La forma classica diventa un modo per dare ordine a una materia interiore spesso attraversata da nostalgia, inquietudine, assenza e interrogazione. È proprio questa tensione, fra tradizione formale e sensibilità contemporanea, uno degli aspetti più interessanti della sua scrittura.
La lingua poetica è ricercata, talvolta solenne, ma non semplicemente ornamentale. Le parole sembrano scelte per la loro capacità di portare con sé più livelli di significato. Il paesaggio naturale – la vite, il grappolo, il vento, la corteccia, la luce – diventa così un repertorio simbolico attraverso il quale parlare dell’uomo. La natura, in altre parole, non descrive: allude.
E l’allusione costituisce una delle cifre della poetica dell’autore. Il sentimento non viene sempre dichiarato; viene affidato a un’immagine, a una metafora, a un oggetto. L’assenza può diventare un alveo che conserva la forma dell’acqua; il tempo può essere letto nelle pietre; una propaggine vegetale può diventare figura della continuità, della memoria e della possibilità di rinascita. È una scrittura nella quale la concretezza delle immagini sostiene una riflessione più ampia sull’esistenza.
Ma se “Echi” rappresenta la dimensione più propriamente lirica di questa ricerca, “Cunti e scantu” ne rivela l’altra faccia: quella rivolta alla memoria comunitaria. Qui Benfante Picogna abbandona, almeno in parte, la voce individuale del poeta per mettersi in ascolto delle voci degli altri. I racconti della tradizione orale serradifalchese diventano materia narrativa, ma soprattutto diventano testimonianza di un mondo nel quale la parola aveva ancora una funzione comunitaria. Il “cunto” non era soltanto intrattenimento.
Era una maniera di spiegare l’inspiegabile, di trasmettere valori, di dare forma alle paure, di costruire un immaginario condiviso. E lo “scantu”, la paura, non è soltanto l’elemento fantastico o inquietante del racconto: è una delle forme attraverso cui una comunità ha imparato a confrontarsi con ciò che non conosceva. In questo senso, “Cunti e scantu” non va letto semplicemente come una raccolta di curiosità locali o come un’operazione folkloristica. Il suo valore sta nel gesto culturale del recupero.
Raccogliere quelle storie significa riconoscere che dentro una tradizione apparentemente minuta sono contenuti frammenti di identità, di mentalità, di linguaggio e di storia. E qui emerge con particolare chiarezza una caratteristica dell’autore: la capacità di passare dalla memoria individuale alla memoria collettiva senza perdere il filo della propria ricerca. La poesia di Echi ascolta le pietre; Cunti e scantu ascolta le voci.
Ma pietre e voci sono, in fondo, due forme della stessa cosa: tracce. È forse proprio questa la parola che meglio definisce la poetica di Benfante Picogna. Traccia è ciò che resta quando la presenza si è ritirata. È il segno lasciato dal tempo. È qualcosa che non coincide più con l’evento originario, ma permette ancora di raggiungerlo. La sua scrittura sembra nascere da questa consapevolezza: noi viviamo circondati da tracce e il compito dello scrittore è imparare ad ascoltarle.
Non sorprende, allora, che il percorso poetico dell’autore abbia incontrato anche il riconoscimento di importanti premi letterari.
Nel Premio Letterario Nazionale “Federico De Roberto”, nel 2024, la poesia in vernacolo “Lu zi Masi” ha ricevuto un riconoscimento che appare particolarmente significativo proprio alla luce del rapporto fra lingua, memoria e identità che attraversa la sua opera.
Nel giugno 2025, al Premio Letterario “La Ginestra di Firenze”, nella sezione poesia inedita, all’autore è stato conferito un Diploma di merito per “Caos e Cosmos”, riconoscimento consegnato nella suggestiva cornice della Biblioteca delle Oblate di Firenze.
E recentemente, nel Premio Nazionale di Poesia “Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga”, “Lettere d’amore” è risultata vincitrice nella sezione “Caprona”.
Tre riconoscimenti che, pur riferiti a testi differenti, restituiscono un’immagine coerente del percorso dell’autore: da una parte il rapporto con la lingua e con la cultura della propria terra, dall’altra una poesia capace di confrontarsi con temi lirici universali. Il dato più interessante, tuttavia, non è il premio in sé.
È ciò che i premi sembrano confermare: la possibilità per una scrittura fortemente radicata in un territorio di non rimanere confinata al territorio. Questo è forse il passaggio decisivo della poetica di Benfante Picogna.
Serradifalco è il punto di partenza, non il limite. Il paese, con le sue pietre, le sue voci, i suoi racconti, le sue campagne e la sua memoria, diventa una lente attraverso cui osservare questioni che appartengono a tutti: il tempo che passa, la perdita, il desiderio, il rapporto con le proprie origini, la paura dell’oblio, il bisogno di lasciare una traccia.
È in questo passaggio dal particolare all’universale che la dimensione locale acquista una vera dignità letteraria. La scrittura di Benfante Picogna non cerca dunque l’universale cancellando il luogo. Fa esattamente il contrario: parte dal luogo per raggiungere l’universale. E questa scelta assume oggi un valore particolare.
In una contemporaneità nella quale la memoria rischia di diventare sempre più breve e le identità locali vengono rapidamente omologate, recuperare una parola, un racconto, un’immagine, un modo di dire significa compiere un atto di resistenza culturale.
Ma la resistenza, nella sua scrittura, non assume mai la forma della nostalgia sterile. Il passato non viene idealizzato. Viene interrogato. Ed è questa forse la differenza fra una scrittura semplicemente memoriale e una scrittura letteraria della memoria: la prima vuole salvare ciò che è stato; la seconda vuole capire che cosa ciò che è stato continua a dire a chi siamo oggi.
Fra Cunti e scantu ed Echi si sviluppa così un dialogo sotterraneo. Nel primo libro la comunità racconta se stessa; nel secondo il poeta raccoglie ciò che resta di quelle voci dentro il paesaggio e dentro la propria coscienza. La parola popolare e la parola poetica non si oppongono: si alimentano.
Ed è proprio in questa relazione che va cercata la fisionomia letteraria di Carmelo Salvatore Benfante Picogna: uno scrittore della memoria, ma soprattutto delle sue risonanze; un autore legato profondamente al proprio luogo, ma capace di farne una metafora dell’esistenza; un poeta che guarda alla tradizione senza rinunciare alla contemporaneità.
La sua è una scrittura che procede per ascolto. Ascolta ciò che rimane nelle pietre, ciò che sopravvive nelle parole, ciò che il tempo deposita nei luoghi e nelle persone. E, soprattutto, ascolta il silenzio che si forma quando una voce sta per scomparire. Forse è proprio qui che i due libri trovano la loro più autentica unità. Non nel semplice fatto di parlare entrambi di Serradifalco, ma nella volontà di restituire voce a ciò che rischia di non averne più.
La letteratura, in questa prospettiva, non è soltanto invenzione né soltanto memoria. È un modo di abitare il tempo. E la scrittura di Benfante Picogna sembra aver scelto proprio questo compito: abitare il tempo, raccoglierne le tracce e trasformarle in parola. Perché, in fondo, una pietra può diventare un’eco, un racconto può diventare memoria e una memoria, quando trova la parola giusta, può tornare a essere presente.
Tonino Calà



