di Rocco Gumina
Sin dal sorgere delle prime civiltà, il connubio fra religione e politica è stato rilevante. La giustificazione degli atti governativi, il bisogno di una moralità collettiva, la necessità di un finalismo della contingenza e dei popoli, sono stati a lungo – e in molte parti del mondo lo sono ancora – gli ingredienti che hanno cementificato la relazione fra sacro e profano, fra tempio e città, fra spiritualità e storia.
Con l’avvento del cristianesimo, almeno sino alla svolta costantiniana del IV secolo d. C., lo stile della comunità dei credenti nel maestro di Nazareth è apparso come una novità in merito al legame fra il trono e l’altare. Infatti, di fronte alle urgenze del mondo, i discepoli di Gesù assumevano una postura insorgente tesa a criticare l’assolutismo dei regni mondani, a distinguere il potere di Cesare da quello di Dio, a porre al centro l’inviolabilità e l’indisponibilità della persona creata a immagine e somiglianza della divinità.
Penso che il Collettivo Anastasis – fondato in Francia nel 2022 e impegnato in diverse attività fra le quali l’organizzazione di un festival annuale di teologia politica – con lo scritto intitolato Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi, 2026), abbia ripreso il carattere insorgente tipico del cristianesimo dei primi secoli, e riproposto dal Concilio Vaticano II, al fine di declinarlo e rilanciarlo come opzione di fede all’interno del marasma culturale, politico ed economico del nostro tempo.
Al centro del messaggio del manifesto vi sono i poveri, i periferici e i marginali i quali – seppur devastati in ogni epoca dalla prepotenza dei dominatori – con la loro debolezza tracciano nella storia un’istanza profetica, un segno dei tempi, un’incidenza messianica. Come sostiene il testo, arricchito dalla bella e intensa prefazione di Marcello Tarì, il Vangelo «chiama ad amare Dio e il prossimo» pertanto «non ci sono alternative: la fede cristiana farà la scelta della rivoluzione dell’amore e della giustizia o cesserà di esistere» (p. 30). La testimonianza neotestamentaria del Cristo è chiara: egli dialoga e accoglie lebbrosi, malati, afflitti, sconfitti, pubblicani e peccatori ovvero ama coloro che i “puri” e i “giusti” allontanano e denigrano. Questa fede senza frontiere è offerta agli uomini e alle donne di ogni tempo ed è in grado di sostituire «i rapporti di divisione e di dominazione politico-economici con dei rapporti di comunione che trascendono i conflitti alimentati dai poteri» (p. 55). In tal modo, si rileva quella dimensione sociale dell’annuncio del Kerygma salvifico – tanto cara a papa Francesco – che permette di ricomprendere la scelta credente nell’ordine della stretta e inseparabile congiunzione fra azione e contemplazione.
Nel groviglio della politica internazionale notiamo che il messaggio del cristianesimo, come il caso di coloro che detengono le chiavi del progetto culturale trumpiano riprodotto qua e là in Europa, venga usato per sostenere la forza, l’autorità, l’odio, la divisione, il maschilismo, il disgusto verso i migranti e le persone LGBTQ+ anziché la mitezza, la cura, l’accoglienza. L’icona di questa manipolazione del Vangelo è l’interpretazione al comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso» che il vicepresidente degli Stati Uniti d’America ha avanzato qualche tempo fa. Secondo il cattolico James David Vance, infatti, il prossimo coincide con il “più vicino” ovvero con la propria famiglia, nazione, civiltà. Per il Collettivo Anastasis, in questo scenario la fede cristiana «tradisce se stessa se si mette al servizio di progetti politici ingiusti, che sia per promuovere il razzismo e l’esclusione, aggravare le diseguaglianze socioeconomiche e la distruzione della natura» (p. 27).
Al contempo il capitalismo occidentale, ormai diffuso su tutto il pianeta, ha generato un’antropologia individualista fondata sulla sottomissione dei rapporti sociali e affettivi alle logiche del mercato. Come ha recentemente ricordato Leone XIV nell’enciclica sociale Magnifica humanitas, nell’odierno contesto culturale le prestazioni ottenute e le performance raggiunte sembrano misurare la bontà degli esseri umani. In questa prospettiva però, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati. Di conseguenza, secondo gli autori del manifesto, la fede cristiana non può tollerare concezioni degradanti del lavoro o interpretazioni assolutistiche del diritto alla proprietà privata. Invece, attraverso un ripensamento del mercato, dell’occupazione e la concretizzazione politico-giuridica del principio della destinazione universale dei beni, i credenti sono chiamati a innovare e riformare gli attuali assetti.
Dalla lettura del volume Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista viene fuori un profilo di credente che veniva abbozzato ormai qualche anno fa da Bergoglio «Un cristiano, se non è un rivoluzionario, in questo tempo, non è un cristiano!». La rivoluzione a cui chiama papa Francesco, riletta dal manifesto del Collettivo Anastasis, è quella della grazia ossia di rispondere all’appello della conversione e di opporsi alla devastazione del creato e dell’umanità; di ricercare la comunione del Regno di Dio anziché l’oscurantismo delle teocrazie; di avverare anche nei fatti storici e politici la liberazione di Cristo. Allora la ripresa del carattere insorgente del cristianesimo è un’urgenza alla quale i credenti devono rispondere.
Rocco Gumina

