Le (nuove) inchieste del Commissario Filippo Falconara. A Calatorre

Lillo Ariosto
Lillo Ariosto 423 Views
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Dodicesima puntata

Itaca, l’Ormeggio, la Pazienza, la Speranza e….

Falconara aveva visto giusto. E aveva avuto ragione.

La conferma ricevuta dalla vedova era stata come una inaspettata vincita al Lotto. Quella assicurazione sulla sua intuizione poteva apparire come una vittoria di pochi spiccioli. Era però il trionfo del suo personale algoritmo investigativo che nessun computer avrebbe saputo anticipare. Per Falconara, quanto convalidato dalla Lo Celso, era come avere ricevuto da un’anziana parente apparsa in sogno i canonici tre numeri di un decisivo terno. La sua indole avrebbe suggerito di attenersi alla tradizione popolare manifestando un gesto di gratitudine. Con un pizzico di ironia pensò che avrebbe dovuto accendere una candela in segno di ringraziamento. Ma era impossibile dal momento che l’anziana dispensatrice gli stava lì, di fronte, ed era viva e vegeta. Pensò anche di fare dono alla vedova di un mazzo dei suoi fiori preferiti ma scacciò l’dea visti gli esiti quasi nefasti dell’autonomo omaggio floreale. Decise pertanto di essere, per una volta, un comune sfacciato fortunato giocatore d’azzardo che aveva tentato la sorte uscendone vincitore.

Aveva l’informazione. Adesso doveva saperla usare.

Il primo passo era prendere più notizie possibili su “capello incendiato”. Roba da archivi e fonti confidenziali, come in gergo venivano chiamati gli informatori da “convincere”. Per questo c’era il buon La Manna.

Il secondo era riuscire a risalire al collegamento tra il La Muarra-Capello incendiato e la finta-coupé bianca dalla targa straniera. Roba da uffici pubblici.

Ci avrebbe pensato lui personalmente.

In ultimo pensò bene di prendersi una pausa per smaltire gli effetti della sceneggiata che aveva nella mattinata imbastito con l’aspra vedova e per cui aveva rischiato non poco.

– Pronto. Maria Stella…

– Commissario…. Come mai mi chiami a quest’ora… e in ufficio?

– Si, lo so. E’ un pò insolito. Sia l’ora che il posto. Ma avevo bisogno di parlare con qualcuno che non avesse nulla a che fare con la indagine che mi sta occupando la mente e non solo….

– Hai bisogno di un’ancora di salvezza?

– Molto di più.

Ho bisogno di te.

Quando voleva Falconara sapeva diventare un “amant galant”, dalla voce calda e avvolgente adeguata per tentare di far squagliare Maria Stella.

Lei, senza farsi scoprire, il più delle volte stava al gioco, facendo però intendere di conoscere i veri fini commissariali.

– Cosa c’è Dottore Falconara? Quale vento di porta a Itaca?

– Cosa hai scoperto che ti ha smosso dal tuo contegno serio e impettito?

– Ma cosa dici? Avevo solo bisogno di sentirti.

– Si va bè. Non fare il Commissario con me. O mi dici quale fine recondito hai davvero o chiudo e ti lascio a vagare per il tuo mare agitato di pensieri.

Maria Stella non era rimasta impressionata dal gioco di Falconara. Sapeva che il suo Commissario reclamava una sponda sicura ma voleva sentirselo dire.

– E va bene. Ho bisogno di un attimo di serenità. Ho affrontato una serie di ostacoli. Li ho superati. Almeno credo. E volevo condividere un attimo di tregua con te.

Ti va bene così. Adesso…. mi offri un ormeggio o mi butto a mare?

– Non fare l’Ulisse disperato. Vienimi a prendere.

E offrimi tu qualcosa in un posto elegante.

Sempre che tu ne conosca qualcuno.

Maria Stella sapeva giocare come una gatta col topo. Anche se Falconara era un topo che non si faceva acchiappare…. sempre che lui non volesse farsi catturare tra le braccia di lei.

La Manna, nonostante i singolari sillogismi che ogni tanto vaticinava, era un bravo poliziotto “da tavolino”. Un ricercatore metodico. Un instancabile talpa da archivi e registri di ogni sorta. Falconara aveva visto giusto quando aveva pensato a lui per mettere in piedi un dossier dedicato a Giovanni La Muarra. Aveva necessità di conoscere ogni risvolto di questo sfaccendato con l’hobby delle molestie innocue alle mondane del vialone alberato.

La Manna aveva redatto un puntuale rapporto sul soggetto, preceduto da dati anagrafici e residenziali a piè pari saltati da Falconara, già edotto dalla vedova Lo Celso. Si soffermò pertanto su quanto più importante ai fini dell’indagine.

Giovanni La Muarra risultava convivere more uxorio con tale Franca Ferro, sciampista con mire da parrucchiera, mestiere che esercitava per pochi euro “a parte di casa” (privatamente per i non siculi), presso le abitazioni delle clienti. Per le tariffe praticate queste erano casalinghe appartenenti a quello che una volta veniva definito “proletariato urbano” e adesso pure privo di appellativo. Fra di esse non mancavano le lavoratrici da marciapiede. Dall’incrocio di informazioni e dati eseguito da Falconara ad un certo punto era venuto fuori il nome di una altra “Franca”, anzi Francesca. Francesca Ferro, anch’essa esercente “in proprio” sul vialone dove “lavorava” Agata Lo Volsi.

La quasi omonimia della convivente di Giovanni La Muarra aveva creato quel “contatto” che era saltato all’occhio del commissario con innata mente di sbirro. Da ulteriori approfondimenti era anche emerso che Francesca Ferro risultava essere prima cugina di Franca Ferro, la sciampista convivente di Capello incendiato. Falconara iniziò a tessere la sua tela. Una chiacchierata con la quasi omonima si mostrava dunque necessaria.

Quella stessa sera Falconara si imbarcò sulla sua Golf bianca per raggiungere il boulevard delle signorine. Il clima era favorevole con la nebbiolina autunnale tipica di Calatorre. Le luci alogene degli alti pali dell’illuminazione pubblica unite ai fari delle macchine facevano il resto. Con la foto degli schedari della Questura sul sedile lato passeggero Falconara iniziò a salire e scendere su entrambe le corsie del largo viale. Il campionario delle poverette era abbastanza ampio anche se emergeva la prevalenza di capigliature rosse, alcune sicuramente date da parrucche professionali per la grande cura delle acconciature. Un paio si rivelano naturali per la pochezza delle pettinature. Una coda di cavallo attirò l’attenzione di Falconara per la somiglianza con un’altra sfoggiata in una foto da una delle ragazze schedate.

Falconara virò la Golf in direzione dell’angolo di marciapiede su cui la titolare della coda di cavallo rossa, sventolava la propria minigonna in renna, corredata da un paio di stivaloni alla coscia in stile “D’Artagnan”. Falconara sfilò una prima volta lentamente accanto al bordo del marciapiede, riconoscendo la “povera Crista” spontaneamente in vendita. Era proprio Francesca Ferro. Percorse sino alla rotonda il viale per invertire la rotta e ripassare davanti la padrona di coda, minigonna e stivali. Pigiò il pulsante del finestrino laterale e rivolse lo sguardo verso la ragazza. Stava iniziando a rivolgersi al suo indirizzo quando si sentì attraversare l’orecchio da una voce di un’altra sfortunata che sibilò

– “Qua un altro ce n’è. Che è collega di tuo cugino acquisito? Uno che si accontenta di guardare. “Ucchi chiini e manu vacanti”. Ma diccillu a tua cugina che sta diventando contagiosa sta malattia. Se continua così…

Pigliamu sulu friddu e munita nenti”.

Falconara recitò la parte del finto voyeur e, simulando di essere stato scoperto, accelerò di colpo dileguandosi, accompagnato dagli improperi delle due ragazze. Sperò di non essere stato visto da qualcuno di sua conoscenza ma si sentiva soddisfatto per la conferma che aveva ricevuto riguardo alla sua intuizione.

Per un attimo pensò se la circostanza fosse venuta a conoscenza di Maria Stella. Un brivido lo scosse dalla testa ai piedi. Come avrebbe potuto spiegare che questa gita fra le passeggiatrici era solo per una indagine? Ributtò a mare il pensiero e la sgradevole sensazione allegata.

L’antico Palazzo nobiliare, vanto di uno dei tanti Casati patrizi, una volta padroni di Calatorre, si era salvato dal declino e dal degrado quando era passato al patrimonio comunale. Una delle tanto vituperate Amministrazioni della “Prima Repubblica” ne aveva deliberato il restauro e la destinazione ad Uffici Pubblici. Si mostrava ancora degno e abbastanza curato. Falconara, stante la particolarità della vicenda, aveva deciso di presentarsi come un comune cittadino, tacendo – anzi occultando – il suo ruolo e il suo scopo.

Per questo motivo si era abbigliato con un pantalone tweed, sopra cui aveva abbinato una classica camicia rosa pallido, cravatta di un’alta sartoria napoletana, e un pullover scollato a “Vu”, sopra cui aveva infilato un sobrio trench coat, il classico soprabito leggero, impermeabile e antivento che lui amava e ideale per del clima collinare, da mezze stagioni, di Calatorre. Aveva attraccato, di prua, la Golf bianca lungo il marciapiede che precedeva il grande portone dell’edificio che ostentava un tris di vessilli in rappresentanza dell’Isola, dello Stato e pure dell’Unione. A Falconara gli venne di riflesso che il numero di stendardi andava considerato inversamente proporzionale alla efficienza dei servizi resi.

Pensò di mordersi la lingua per l’ingiusta riflessione ma forse, per quello che avvenne dopo, fece bene a risparmiarsi il dolore acuto e pungente, seguito da fastidio continuo, bruciore e gonfiore che può durare anche per giorni (che fortuna avere amici medici n.d.a.). Imboccò l’ex scalone d’onore e giunse al ballatoio al primo piano. Una bella porta in stile “Ottocento Siciliano” mostrava una grande mezza anta aperta che invitava ad entrare. Su un lato dominava una grande targa con il sovrastante “Stellone” di Stato con inciso “UFFICIO DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI”. Chissà perché a Falconara sembrò come l’ammonimento dantesco che tanto l’aveva impressionato sui banchi di scuola: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”. Pensò che l’ansia liceale che ogni tanto si ridestava gli stava facendo uno stupido scherzo.

Al suo ingresso gli si parò davanti un addetto al ricevimento.

– Buongiorno avrei bisogno una informazione dall’Ufficio delle Dogane per lo sdoganamento di una vettura proveniente da fuori dell’Unione.

Così aveva voluto presentarsi, senza spiegare il proprio ruolo e il vero motivo della necessità di informazioni. Tutto, come se fosse un utente qualsiasi.

L’addetto si mostrò gentile e lo invitò ad accomodarsi in una piccola saletta.

– Un attimo vedo se la dottoressa la può ricevere.

– Perché ci sono giorni di ricevimento?

Di riflesso, Falconara.

– No. Devo solo vedere se la dottoressa è occupata.

– Grazie. Molto gentile.

Il colloquio era parso a Falconara stranamente simile a un normale accesso in ufficio pubblico, ordinato, pulito, ben messo e con un addetto al pubblico diligente e gentile. Cosa strana.

“Cosa di romanzo”, pensò malignamente.  

L’addetto ritornò da Falconara.

– La dottoressa è momentaneamente occupata. Ma fra pochi minuti sarà da lei. Anzi se vuole seguirmi la faccio accomodare nella stanza della dottoressa.

– Grazie.

Così rispondendo Falconara venne accompagnato nella stanza della dottoressa.

Il tavolo era abbastanza ampio ma appariva smilzo per la grande quantità di fascicoli, e soprattutto di portacenere, che si intrattenevano sul piano di vetro.

Dopo qualche minuto di attesa, una nuvola di fumo di sigaretta senza filtro e dal marchio e soprattutto dal forte aroma transalpino precedette l’ingresso della dottoressa M.Speranza La Sorte, così era riuscito poco prima a leggere sulla targhetta sul tavolo che stentava a farsi spazio tra le carte e i numerosi cendrier. A Falconara andarono gli occhi su un cartello che stava su una parete della stanza che infruttuosamente ammoniva:

“E’ severamente vietato fumare. I trasgressori saranno puniti con l’ammenda prevista dall’art……..”.

Un Falconara in incognito obliterò tutto, per iniziare con il classico.

– Dottoressa buongiorno. Mi chiamo Filippo Falconara e vorrei alcune informazioni per lo sdoganamento di una vettura con targa fuori dall’Unione.

– Buongiorno signor Falconara. Mi spiace ma noi non ne facciamo di queste cose.

Falconara per un attimo pensò di essere davvero strammato e non essersi accorto di avere sbagliato ufficio.

– Mi scusi. Ma questo è l’Ufficio delle Dogane?

– Si. Questo è l’Ufficio delle Dogane di Stato. Io sono la dirigente.

Sono la dottoressa Maria Speranza La Sorte e io sdoganamenti non ne ho fatti mai.

Falconara, a cui si era risvegliato l’impeto investigativo, chiese.

– Scusi. Ma allora cosa fate?

– Sigarette.

Si sentì rispondere.

– Sigarette?

Un Falconara sempre più stranito.

–  Si. Noi ci occupiamo solo di far pagare dazi e accise sulle sigarette.

– E per gli altri beni provenienti fuori dall’Unione?

Chiese Falconara.

– Qui mai ne arrivano. Lei solo è il primo che mi sta chiedendo questa cosa dello sdoganamento. Le ripeto è la prima volta che mi capita. E francamente non capisco chi glielo fa fare.

– Cosa?

Sempre Falconara tra lo stupito e adesso il quasi irritato.

– Venire qui per chiedere dello sdoganamento.

Per queste cose c’è gente che se ne occupa per lavoro.

Ancora Falconara.

– Ma scusi questo è l’Ufficio delle dogane. L’Ufficio preposto.

La dottoressa adesso sembrava lei stupita.

– E io le ripeto che qui non ne abbiamo fatto mai.

– Dottoressa capisco. Mi può indicare come fare allora? Quali documenti sono necessari.

Quale è la procedura?

Adesso era la dottoressa che sembrava quasi irritata.

– Credo che ci siano dei moduli da riempire e dei documenti da allegare.

– Grazie. Quindi potrebbe darmi qualche ragguaglio su come avere questi moduli e quali documenti sono necessari.

La dirigente, con sigaretta tra le dita, guardò più seria all’indirizzo di Falconara.

– Le ho detto che noi no ne facciamo di queste cose.

– Dottoressa Speranza…… ma questo è l’Ufficio Provinciale delle Dogane? Si o no?

Un Falconara sempre più incredulo si sentì rispondere.

– Intanto io sono la dottoressa La Sorte. Speranza faccio di nome.

E poi le ho detto che noi ci occupiamo solo di sigarette.

Falconara imperterrito.

– Ma allora cosa faccio?

In un impeto di generosità, si sentì rispondere.

– Si guardi il computer.

– Per cosa?

Adesso la dottoressa con sigaretta tra le labbra, dopo avere fatto una tirata che aveva incendiato come un vulcano la punta della cicca bionda, sentenziò.

– Si colleghi al sito del Ministero delle Finanze e cerchi tra i vari servizi.

– Mi scusi, per favore, non può farlo lei, con le credenziali che sicuramente possiede e magari mi stampa i moduli di richiesta necessari?

La Speranza, intesa come dottoressa, ora sembrava avere perso ogni pazienza e con la sigaretta oramai quasi estinta dalle forti tirate.

– Senta caro signore, le ho più volte detto che noi queste cose noi non ne facciamo e non ne abbiamo mai fatte. Quindi si rivolga a un commercialista o meglio a un’agenzia di disbrigo pratiche, che loro di queste cose le fanno. E le fanno per lavoro.

Oppure veda da un buon avocato doganalista.

Adesso, mi scusi, ma avrei altro da fare.

Così congedando di fatto quello che alla dottoressa Speranza La Sorte sapeva essere un comune mortale utente, si accese l’ennesima sigaretta, buttando il fumo in direzione del cartello ammonitore che vietata “severamente” di fumare.

Falconara (falsamente) sorridente e ossequioso uscì dalla stanza, lasciando sia la Speranza, sia La Sorte. Un comune utente avrebbe lasciato l’ufficio con il pensiero di doversi dare da fare per far risolvere la questione da un operatore del settore e non dall’Ufficio preposto.

Lui però sapeva già cosa fare.

To be continued……

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