“E zitta zitta poi la nevicata del ‘56” canta Mia Martini in una celebre canzone che richiama quell’eccezionale evento meteorologico che dalla fine di gennaio e sino al 20 febbraio del 1956 strinse l’Europa in una morsa di gelo.
Il 4 febbraio – ci ricordano le cronache del tempo – buona parte dell’Italia era imbiancata ma il picco venne raggiunto il 7 febbraio, quando un potente nucleo gelido in quota colpì le regioni meridionali e la neve cadde copiosissima anche nel Vallone, stendendo il suo candido manto ovunque.
Proprio da quest’evento eccezionale accaduto settant’anni fa bisogna partire per ricordare l’evento luttuoso che quel giorno funestò la storia di una famiglia mussomelese e sul quale, nei decenni successivi, si sono aggrumati ombre e dubbi. Ombre e dubbi richiamati soprattutto dopo un altro “incidente” mortale avvenuto il 20 settembre 1973 e il conseguente crac della Cassa Rurale “San Giuseppe” che avvenne nel 1975.
E proprio la storica Cassa del Piccolo Credito, la cosiddetta “Banca di li parrini” è l’altro elemento contestuale da cui non si può prescindere nel ricordare le morti di questi due sacerdoti, il giovane Ludovico Calà, morto a 35 anni dopo una caduta dal lucernaio della banca in cui rivestiva il ruolo di componente del Collegio Sindacale, e padre Pasquale Canalella, morto a 61 anni, dopo essere caduto dal treno.
Particolare non da poco: il sacerdote rivestiva il ruolo di direttore del Piccolo Credito dal 1954. Carica elettiva avvenuta dopo la morte per cancro ai polmoni di don Carmelo Castiglione (era stato nominato sindaco dagli Alleati nel 1943), passato alla cronaca come il prete con la pistola, e in seguito alla cui scomparsa era cominciata la gestione della Cassa Rurale e Artigiana dell’avvocato Vincenzo Noto in qualità di presidente (fu anche eletto sindaco di Mussomeli dal 1956 al 1961). La gestione Noto è ampiamente citata anche negli atti della Commissione Parlamentare Antimafia degli anni ’70 in relazione ai legami e alle dinamiche di potere locali dell’epoca.
Di questo contesto parleranno domani 17 agosto, nella chiesa di San Francesco, fra’ Luigi Sapia e Mario Bertolone che presenteranno alla collettività il loro nuovo opuscolo dal titolo “La tragedia del lucernaio-In ricordo di padre Ludovico Calà”. I due autori tre anni fa avevano dato alla stampa l’altro interessante volume: “Il martire del Piccolo Credito” per ricordare i cinquant’anni della morte del sacerdote Pasquale Canalella.

Revisionismo storico o memoria perduta di un popolo alla base del lavoro di ricerca di Sapia e Bertolone?
Forse, più semplicemente, la necessità di sollecitare una riflessione autentica su quel che avvenne tanti anni fa, scevri dai condizionamenti del contesto locale oggi, per fortuna, profondamente cambiato.
Diciamo subito che l’opuscolo “La tragedia del lucernaio” non offre elementi dirimenti circa l’accidentalità o la dolosità della caduta dal lucernaio di padre Ludovico Calà, né vi sono prove certe a sostegno di questa o quella ipotesi. Tuttavia il nipote del sacerdote, Calogero Calà oggi in pensione, già comandante della Polizia locale a Meda (provincia di Monza) e dirigente dell’Area servizi alla cittadinanza, non lascia adito a dubbi e proprio in questo opuscolo mette nero su bianco il suo pensiero. Che poi riflette il pensiero della famiglia del sacerdote.

“Quello che posso dire senza ombra di dubbio è che mio zio, nella veste di componente del collegio sindacale della “Cassa Rurale ed Artigiana”, aveva scoperto delle gravi irregolarità nella gestione e aveva fissato un appuntamento con un ispettore della Banca d’Italia per riferire in merito al mancato rispetto delle leggi e della corretta amministrazione da parte di alcuni soggetti che ricoprivano ruoli di vertice nella Banca di Parrini.
La mia certezza deriva dal fatto che tali irregolarità si sono perpetrate nel tempo sino a causare il fallimento della Banca negli anni ’70, portando all’eliminazione fisica di padre Pasquale Canalella, Direttore dell’Istituto di credito . Mio zio aveva anche un rapporto epistolare con Don Sturzo, con cui si rapportava in merio alla poco chiara politica della D.C., di alcuni suoi rappresentanti ed anche sulle problematiche della Banca. Purtroppo non gli fu dato il tempo di portare a termine la sua opera di moralizzazione e denuncia”.

Parole che più chiare non si può e ricordano il celeberrimo J’accuse di Zola e l’altrettanto notissimo Io so. Ma non ho le prove di Pasolini.
Le cronache ufficiali dell’epoca raccontano però un’altra storia, ovvero quella di un incidente fortuito, richiamando proprio la magia del panorama innevato da quella straordinaria nevicata.
Nella cronaca parrocchiale di San Giovanni Battista scritta da don Gaspare Alessi, infatti si legge: “Nei primi giorni di febbraio era caduta tanta e tanta neve. Il sac. Calà, dopo aver cantato la messa delle SS. Quarantore nella chiesa del Collegio di Maria, si spostava alla locale cassa rurale. Preso dal desiderio di ammirare il vasto orizzonte tutto coperto di neve, saliva in terrazza. La neve gli preparava l’agguato e con questo la morte. Egli metteva il piede dove è tutt’ora esistente un lucernaio coperto allora dalla neve e cadeva così da un’altezza di circa nove metri sulla scala sottostante. Dopo alcune ore di atroci dolori finiva tra il compianto dei cittadini e lo strazio indicibile dei suoi. Aveva appena 35 anni e la sua fine così tragica suscitò grande cordoglio in tutto il popolo”.
Il parroco, dunque, nella sua ricostruzione, dà la colpa alla neve, caduta copiosissima, che aveva coperto il lucernaio trasformando lo stesso in una trappola mortale. Lucernaio la cui lastra di vetro, che aveva resistito al peso di quell’abbondantissima nevicata, cedette di schianto all’incauto passaggio del giovane sacerdote.
Questa in estrema sintesi la cronaca di quel fatto che funestò indelebilmente quel 7 febbraio 1956 a Mussomeli ma sulla cui dinamica ancora oggi rimangono non poche ombre. Dubbi e sospetti alimentati dalla tragica scomparsa di padre Pasquale Canalella avvenuta17 anni dopo.
Ancora una caduta, stavolta da un treno in corsa.
Il collegamento tra le due morti in seguito a cadute accidentali? La Banca.
Padre Canalella venne ritrovato cadavere il 20 settembre 1973 sulla linea ferroviaria Prato-Bologna, all’uscita della galleria di Vernio, in Toscana, mentre tornava dai consueti bagni termali a Montecatini Terme. Anche in quel caso le cronache ufficiali parlarono di disgrazia. In pratica il sacerdote, insonnolito, invece di aprire la porta del bagno, avrebbe aperto quella sul corridoio del treno e sarebbe stato risucchiato all’esterno dal movimento d’aria amplificata dalla corsa in galleria.
Una morte accidentale pressoché unica e di conseguenza meritevole di essere iscritta nel Guinnes dei primati…se di morte accidentale si trattò. I dubbi emersero fin da subito a Mussomeli. Scrive il Barba nel suo pregevole Chiesa e Società nello sviluppo storico di Mussomeli: “Nell’opinione pubblica si diffonde un certo scetticismo sull’accidentalità del fatto”.

Tra coloro che mai credettero alla disgrazia, la sorella del sacerdote, Anna, i cui gemiti e le accuse non certo velate circa la mano assassina che si era abbattuta sul fratello, superavano la fragile barriera delle imposte chiuse della sua abitazione e dipingevano un quadro fosco di connivenze e interessi che sarebbero esplosi due anni più tardi.
Esattamente il 20 settembre del 1975 su L’Unità, l’inviato Vincenzo Vasile firmò un articolo dal titolo esplicativo: IN DISSESTO PER MILIARDI UNA BANCA DIRETTA DA UN DC.
La banca, manco a dirlo, è la stessa, la storica Società Cooperativa “Cassa Piccolo Credito Agrario di Mussomeli” nata ufficialmente il 24 giugno 1907 con atto del notaio Salvatore Tomasini, sull’onda lunga della Rerum Novarum, l’enciclica promulgata da Papa Leone XIII il 15 maggio 1891, che incoraggiava l’accordo reciproco tra lavoratori e datori di lavoro in nome del solidarismo cristiano e condannava la sperequazione della ricchezza.
Gli appetiti umani però, si sa, sono troppo voraci per rispettare le nobili premesse di ogni opera buona, e quegli anni di gestione buia e affaristica, segnati dalla morte “accidentale” di due uomini di Chiesa che si occupavano anche delle cose degli uomini, sono una macchia scura su cui si continua a dibattere nonostante il passare degli anni, perché la memoria proprio a questo serve, a ricordare, fare riflettere e qualche volta anche a fare giustizia postuma.
Roberto Mistretta



