L’antico simulacro di Maria SS. dei Miracoli di Mussomeli. Mostra storico-documentaria

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di Calogero Barba

In occasione del 150° anniversario della realizzazione del gruppo statuario della Madonna dei Miracoli, patrona di Mussomeli, le celebrazioni si arricchiscono di una mostra storico-documentaria. L’esposizione raccoglie opere pittoriche, plastiche e testimonianze fotografiche interamente dedicate alla figura della Vergine.

L’iniziativa è promossa dal rettore del Santuario, Sac. Francesco Maria Miserendino, e dal Superiore della Confraternita di Maria SS. dei Miracoli, Domenico Piazza. Tra le opere esposte fino al 15 settembre in uno dei saloni dell’ex convento domenicano sede della confraternita, merita una particola attenzione la primitiva effigie scultorea di Maria SS. dei Miracoli, di autore ignoto che si configura come un manufatto ligneo policromo e dorato, integrato da colla e tela, risalente al XVII secolo (dimensioni: 170×50×37 cm).

La collocazione in permanenza dell’opera è all’interno di una nicchia nella cripta dell’omonimo Santuario di Mussomeli. La scultura è stata rinvenuta nell’intercapedine del sottotetto della volta centrale dell’edificio ecclesiastico, dove fu occultata alla venerazione dei fedeli circa 150 anni fa dal rettore Padre Giovanni Sorce (Mussomeli, 1825-1899).

La rimozione si rese necessaria per far posto al nuovo gruppo plastico, commissionato nel 1876 a Francesco Alfonso Vincenzo Biangardi (Napoli, 1832-1911, Caltanissetta) e ai suoi figli — scultori partenopei giunti a Mussomeli nel 1873 da Cittanova (RC) a seguito di molteplici committenze di carattere sacro da parte del clero locale. La monumentale composizione plastica dei Biangardi, pur suscitando una fase iniziale di dissenso, doglianze e proteste popolari, finì per soppiantare l’antico simulacro dorato, caratterizzato da un gusto di matrice bizantineggiante.

Solo in epoca recente l’antico manufatto è stato riscoperto e restituito alla fruizione pubblica; nel 1986, a seguito di un accurato intervento di restauro conservativo condotto dallo scrivente, la scultura è stata ricollocata nella cripta. Il restauro è stato seguito dal rettore dell’epoca, Mons. Giovanni Spinnato e sostenuto economicamente dai devoti Salvatrice Cardillo e Giuseppe Bellanca.

L’opera, che per secoli ha rappresentato un fulcro identitario della devozione popolare mussomelese, è verosimilmente collocabile all’inizio del XVII secolo ed è attribuibile a un ambito scultoreo agrigentino. Tale ipotesi trova riscontro in analoghe testimonianze plastiche coeve realizzate da maestranze attive a Racalmuto, Licata e Naro, centri che in quel periodo storico mantenevano frequenti scambi culturali e commerciali con Mussomeli.

In quella fase storica, Mussomeli era sotto la giurisdizione feudale della famiglia Lanza. In seguito al riconoscimento ufficiale del 6 settembre 1596 da parte della Curia Spirituale Agrigentina— formalizzato al termine di un processo istruito con la testimonianza di tredici individui (tre dei quali testimoni diretti e dieci parenti dei presenti all’evento prodigioso avvenuto tra il 1536 e il 1540) — e alla conseguente concessione del titolo di compatrona a Maria SS. dei Miracoli (accanto a San Ludovico Vescovo di Tolosa), emerse l’esigenza di estendere le celebrazioni liturgiche oltre i confini del piccolo santuario originario.  

Questo ampliamento del culto richiese l’introduzione della pratica processionale. Tuttavia, la sacra immagine originaria, ritratta su un elemento lapideo naturale, risultava intrasportabile per via dell’elevato peso; si rese pertanto indispensabile la realizzazione di un simulacro tridimensionale idoneo al trasporto processionale e più confacente alle pratiche devozionali collettive. Tra gli antichi documenti di contabilità emerge la figura di mastro Antonio Panzavecchia proveniente dalla città di Polizzi che nel 1682 per la processione dell’otto di settembre realizza il nuovo baiardo (fercolo) con le aste in castagno, lavoro e materiali pagati dal tesoriere della confraternita onze 5.16. Il simulacro, da ascrivere con certezza a un maestro siciliano rimasto anonimo, è stato concepito attorno al XVII secolo, a notevole distanza temporale dall’evento prodigioso della guarigione del paralitico risalente al 1530-1536, tramandato sia dalla storiografia, dai documenti e dalla tradizione orale.

Dal punto di vista iconografico, la statua adotta un’impostazione di chiara derivazione bizantina, mutuando verosimilmente i tratti figurativi dall’immagine affrescata sulla pietra del miracolo.

Attualmente, il dipinto primigenio sulla pietra risulta illeggibile, in quanto coperto da una successiva stesura ad affresco databile indicativamente al 1764. L’intervento è ascrivibile al “Pittore dei Lampedusa”, il palmese Domenico Provenzani (Palma di Montechiaro, 1736-1794), a quel tempo operoso nel Santuario per la decorazione ad affresco del ciclo pittorico dei Domenicani. Riguardo a questa sovrapposizione pittorica, è auspicabile l’avvio di una prima fase d’intervento strutturato di indagine conoscitiva e successivo restauro conservativo, avvalendosi di metodologie scientifiche avanzate quali riflettografia ultravioletta e infrarossa, radiografie e prelievi di campioni materici, con l’obiettivo di rendere nuovamente leggibile l’immagine originaria legata all’evento miracoloso.

La statua dorata, da una lettura formale generale non si presenta di grandi dimensioni e mostra una raffinata resa plastica nell’alzato frontale, a fronte di una struttura dorsale quasi del tutto piana e priva di modellato. Tale particolarità strutturale suggerisce una fruizione esclusivamente frontale, giustificata dal fatto che la parte posteriore era originariamente celata da un ampio manto azzurro a sviluppo semicircolare, disposto a ventaglio aperto.

Calogero Barba

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