Le medaglie dell’Italia e gli italiani per libera scelta in una “nazione” moderna

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Ai campionati europei di atletica di Birmingham l’Italia ha un grande medagliere: Nadia Battocletti, padre italiano e madre marocchina, nata a Cles (Trento), due medaglie d’oro nei 5000 e nei 10000 metri, Dariya Derkach, nata in Ucraina, cresciuta a Salerno e cittadina italiana dal 2013. oro nel salto triplo, Kelly Doualla, 16 anni, bronzo nei 100 metri, nata a Pavia da genitori di origini camerounensi, Fausto Desalu, bronzo nei 200 metri, nato a Casalmaggiore da genitori di origine nigeriana. Agli europei di nuoto Sara Curtis oro nei 50m dorso, record del mondo, nata a Savigliano (Cuneo), padre italiano e madre nigeriana. Sono solo le ultime eccellenze dello sport italiano, dopo Fiona May, Larissa Iapichino, Paola Egonu, Marcell Jacobs e tanti altri atleti prestigiosi di livello mondiale che hanno conquistato le medaglie più brillanti per il nostro Paese.

Sono italiani, amano il nostro Paese, parlano l’italiano con fluidità e correttezza e praticano gli sport meno “commerciali”, come l’atletica e il nuoto. Militano nelle formazioni delle Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria), dell’Aeronautica Militare, delle Fiamme Gialle, delle Forze dell’Ordine.

Sono italiani per nascita, per scelta, per amore, espressioni di una comunità in cui si riconoscono, e che li riconosce pienamente.

In Italia la società multietnica ha trovato nel mondo dello sport un laboratorio prezioso di formazione e di identità. Proprio nel campo in cui vale il merito e non altro, proprio nell’ambito della socialità che più di ogni altro mobilita l’entusiasmo “nazionale” intorno ai suoi successi e alle sue imprese.

Ma cosa dobbiamo intendere oggi per “nazione”? Parola ormai abusata nel lessico politico meloniano, evocata con uno spirito di esclusività, come se l’identità di un popolo si potesse definire, nel mondo globale di oggi, secondo lo schema ottocentesco di “sangue e terra”, che per due secoli è stato alla base di tante divisioni, odiose intolleranze e guerre sanguinose.

L’Italia come nazione ha una storia diversa. E’ nata dalla volontà di unirsi dei popoli di una decina di stati divisi e separati da secoli, uniti soltanto, per secoli, dalla religione condivisa e dalla lingua di una letteratura che era patrimonio di pochi. Sulla penisola per secoli si sono stratificati gli insediamenti di popoli diversi, con il loro patrimonio linguistico, genetico, antropologico. E, negli ultimi 40 anni, generazioni di migranti dal Sud del mondo hanno scelto di vivere nel nostro Paese, lavorando, frequentando le nostre scuole, conquistando la cittadinanza con impegno e fatica.

Nella semifinale del campionato mondiale di calcio, tra Francia e Marocco, la maggioranza dei giocatori francesi aveva la pelle scura, molti più che nella squadra dei marocchini. E’ il retaggio di un passato imperialista, così come per l’inghilterra, l’Olanda, per non parlare del retaggio della schiavitù per gli Stati Uniti.

I nostri atleti, italiani di seconda generazione, e i loro genitori, hanno scelto invece il nostro Paese liberamente, si sono identificati con la sua storia e integrati nel suo tessuto sociale. La loro scelta non è la conseguenza di una dominazione, di una coercizione, ma un frutto di libertà.

Nel mondo globale del terzo millennio una identità nazionale che possa contare su questa libera adesione, su un patrimonio antropologico e culturale in cui le differenze si valorizzano a vicenda e moltiplicano i talenti, una società che non si chiude ma accoglie, diventa più forte.

Almeno per un secolo l’Europa occidentale, e l’Italia con essa, ha guardato al “modello americano” come il paradigma di un sogno di mobilità sociale, di sviluppo, una società in cui niente era impossibile per chi avesse talento e fortuna. Il crogiuolo, il “melting pot” in cui si sono fuse etnie e popoli migranti da ogni angolo del mondo, ha dato agli Stati Uniti una forza unica, una energia e una marcia in più nella loro crescita mondiale. Non a caso oggi che il trumpismo aggressivo vorrebbe escludere e segregare, e parla di “remigrazione” si trovano in un contesto di crisi dell’egemonia statumitense e reagiscono alimentando spirali di guerra che mettono a rischio negativamente gli equilibri mondiali.

Se il “laboratorio” dello sport italiano si estendesse a tutti gli ambiti della nostra società l’Italia ne riceverebbe uno slancio di crescita inestimabile, che andrebbe a ridefinire radicalmente anche l’idea di “sicurezza” e a rafforzare la radice democratica della cittadinanza “nazionale”.

Non è semplice ma lo sport ha dimostrato che è possibile ed è una linea vincente.

Per la politica, a tutti i livelli, è una grande lezione

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