Oggi, 16 dicembre, mancano nove giorni a Natale. In Sicilia non è un conto alla rovescia qualsiasi: è l’inizio delle novene.
A Caltanissetta, più che altrove, è sempre stato così. In una città dove i pastori del presepe erano un lusso — roba da chiese, da mani esperte e tasche profonde — e dove l’albero di Natale sembrava un oggetto venuto da lontano, quasi straniero, le novene diventavano tutto. Erano il cuore della festa. Il suo respiro.
Ci si riuniva nelle case, nei cortili chiusi, negli spazi comuni dei vicoli. Luoghi piccoli, raccolti, dove le voci si riconoscevano. A organizzarle erano soprattutto le donne. Bastava un’immagine della Sacra Famiglia. La si adornava con ciò che c’era: arance e mandarini, rami d’alloro, nespoli “giappunisi”. E all’improvviso era festa. Non per ciò che si aveva, ma per ciò che si condivideva.
Le novene erano questo: comunità che si stringe, canto che scalda. Una liturgia domestica, popolare, profondamente umana.
E con le voci tornano anche gli strumenti. Il ciaramiddaru, con la sua ciaramella dal suono aspro e antico. La zampogna, che riempie l’aria e fa vibrare i muri dei vicoli. E poi la chitarra, semplice, domestica, capace di tenere insieme tutto. Bastavano pochi strumenti, spesso consumati dall’uso, per trasformare un cortile in una festa. Il suono annunciava la novena prima ancora del canto: era un richiamo, un invito. Dove c’era musica, c’era Natale.
Oggi resistono. Nelle chiese, in alcune strade, grazie a musicisti che in questo periodo si ritrovano per rimettere in circolo melodie antiche. Melodie fragili, che rischiano di perdersi tra un Jingle Bell Rock e una canzone di Mariah Carey, sommerse da un Natale che arriva da altrove.
Eppure Caltanissetta custodisce una tradizione fortissima di canti popolari natalizi. Un patrimonio che qualcuno ha avuto il coraggio di raccogliere. Come Laura Failla, maestra di musica, che tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila ha salvato queste novene dall’oblio, affidandole agli studenti e fissandole anche in un CD. O come Corrado Sillitti, con la sua fisarmonica, presenza silenziosa e fedele in tante parrocchie, a “cantare la novena”. E ancora Maurizio Principato, figlio di uno storico cuntista nisseno, che con la Banda San Pio X ha recuperato e ridato voce a melodie antiche.
Perché la novena non è solo preghiera. È racconto. È un lungo poema cantato, fatto di episodi, di immagini, di variazioni infinite. Simu junti a sta nuvena è forse il canto più diffuso. Ma cambia. Cambia da una strada all’altra, da una parrocchia all’altra. “A Maria dedicata” diventa “ppì Maria matri beata”. Le parole mutano, come mutano le voci che le custodiscono.
È il segno di una tradizione orale, imperfetta e viva. Scritta nella memoria prima che sulla carta.
Dentro queste novene c’è poesia pura. L’angelo Gabriele che resta abbagliato dalla bellezza di Maria, tanto da confondersi e scordarsi addirittura del paradiso. Giuseppe, falegname, che fatica a comprendere. La ricerca di un alloggio che si fa attesa e rifiuto. Una stalla al freddo e al gelo. Una malinconia antica, che accompagna la nascita.
E poi c’è Ora veni lu picuraru. O forse Simu junti a sta nuvena. Le melodie si intrecciano, si scambiano, si confondono. In una chiesa una melodia, nell’altra l’opposto. Come se il canto non appartenesse a nessuno, ma a tutti.
Dentro Ora veni lu picuraru il presepe prende vita. Arrivano tutti. Ognuno con ciò che ha. U picuraru, a viddanedda, u cacciaturi. E nel quartiere di Santa Barbara — Tirrapilatu — compare una strofa che altrove non esiste:
Ora vininu i minatura,
scanzi e chini di sudura.
Nessuno sa quando sia nata. Ma è lì. E dice tutto. Anche i minatori entrano nel presepe. Perché Santa Barbara è il loro quartiere. E poi quella chiusura misteriosa:
’n cielu e in terra l’adoraru.
Perché anche in cielo? Forse per il minatore che non c’è più ed ora può adorare il bambino direttamente dal cielo.
Le novene raccontano una Sacra Famiglia sorprendentemente quotidiana. Maria che lava i panni. Giuseppe che li stende. Il Bambino che piange per il latte, o per qualsiasi cosa. Bambineddu arrubbacori, che ruba il cuore. Ci sono i suoni: il tuppi tuppi del bussare. Il bue, l’asino. La fatica, la tenerezza.
Cu n’ammutta e cu nnì manna, jamunìninni a n’andra banna. Chi ci spinge, chi ci manda via. È una favola, sì. Ma con dentro tutto il peso del mondo.
Sono le novene di Natale di Caltanissetta. Un caleidoscopio di fede, musica e cultura popolare. Fragile, orale, imperfetto. Vivo.
E proprio per questo, da non lasciare scomparire.


