dalla dott. Claudia Montana riceviamo e pubblichiamo:
Le recenti affermazioni del generale Roberto Vannacci offrono l’occasione per una riflessione che merita di essere affrontata con rigore scientifico, psicologico e culturale, al di là delle contrapposizioni ideologiche.Asserire che il femminicidio sia semplicemente un omicidio significa cogliere soltanto l’esitofinale di un fenomeno molto più complesso, ignorandone la storia, il percorso psicologico e giuridico compiuto per definirne gli aspetti peculiari, le dinamiche e le motivazioni profonde.
𝗗𝗮𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗴𝗶𝘂𝗿𝗶𝗱𝗶𝗰𝗼 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 è 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝗻 𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼. “𝗠𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗼𝗴𝗻𝗶.𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 è 𝘂𝗻 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼. Il femminicidio non è dunque meramente o genericamente assimilabile ad un qualunque omicidio, perchè non lo è concettualmente, storicamente e tecnicamente.
Il concetto di femminicidio nasce infatti dall’esigenza di descrivere una specifica forma di, all’interno di una 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗮 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗮, relazione caratterizzata da asimmetria di potere, controllo, possesso e negazione dell’autonomia personale.Le evidenze empiriche degli ultimi decenni hanno consentito di individuare pattern ricorrenti che precedono molti femminicidi: 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗹𝘂𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗶𝘀𝗼𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼,𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮𝗹𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝘀𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮, 𝗴𝗲𝗹𝗼𝘀𝗶𝗮 𝗽𝗮𝘁𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮, 𝗿𝗶𝗰𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝘇𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.
Non si tratta di episodi casuali o improvvisi. Si tratta spesso dell’esito terminale di una 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗮𝗹𝗲 relazionale tossica, nella quale il partner non riconosce più l’altro come persona libera e autonoma, ma come un’estensione di sé. Alla base troviamo 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗼 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗶𝘃𝗼 𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗼. Un amore che non ama realmente l’altro, ma ama il controllo sull’altro. Un amore che confonde il legame con il possesso e l’intimità con la dipendenza.
Quando la donna tenta di sottrarsi a questa dinamica — interrompendo la relazione, riaffermando la propria autonomia o semplicemente rivendicando il diritto di scegliere — il soggetto violento può vivere tale separazione come una ferita narcisistica insopportabile. In alcuni casi estremi, il passaggio all’atto omicidiario rappresenta il tentativo patologico di ristabilire un dominio che percepisce come perduto.
E’ 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗺𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗴𝘂𝗲 𝗶𝗹.𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗱𝗮 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶.
𝑵𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒖𝒄𝒄𝒊𝒅𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒖𝒏𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂 𝑺𝒊 𝒄𝒐𝒍𝒑𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒅𝒐𝒏𝒏𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒉𝒂.𝒐𝒔𝒂𝒕𝒐 𝒔𝒐𝒕𝒕𝒓𝒂𝒓𝒔𝒊 𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒂 𝒅𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒆𝒔𝒔𝒐 Ridurre tutto a un generico “omicidio” significa rischiare di rendere invisibile quello che il grande psicologo culturale Giuseppe Mantovani avrebbe probabilmente definito un vero eproprio “elefante invisibile“, ossia quell’insieme di pregiudizi, stereotipi, modelli relazionali distorti e forme di dominio che, proprio perché culturalmente sedimentati, finiscono per non essere più visti.
La psicologia sociale insegna che nessun fenomeno umano nasce nel vuoto. 𝗗𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝘃𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹.𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲 𝗲 𝗱𝗲𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘁𝗲. Riconoscere la specificità del femminicidio non significa creare gerarchie tra le vittime né negare il valore universale della vita umana. Significa, piuttosto, comprendere che per prevenire un fenomeno occorre nominarlo correttamente, studiarne le cause e intervenire suifattori che lo alimentano. Le parole non sono mai neutre. Dare un nome a una realtà significa renderla visibile. E ciò che diventa visibile può finalmenteessere compreso, prevenuto e contrastato.A tutte le vittime di femminicidio e violenza di genere e alle loro famiglie..
𝗗𝗼𝘁𝘁 𝗖𝗹𝗮𝘂𝗱𝗶𝗮 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗮 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗮, Docente, 𝗗𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗮𝗻𝗮 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗖𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶𝗮𝗻𝗮

