Ci sono notizie che durano il tempo di una giornata. Altre, invece, hanno la capacità di raccontare molto più del fatto da cui prendono origine. Le piscine riservate alle donne appartengono alla seconda categoria. È bastata un’ora al Lido di Salorno, in Alto Adige, e quattro appuntamenti organizzati in una piscina comunale di Tor Tre Teste, a Roma, per trasformare un’iniziativa locale in un caso nazionale. Non perché qualcuno abbia imposto il burkini. Anzi. A Salorno come a Roma ogni donna può scegliere liberamente se entrare in acqua con un bikini, un costume intero o un burkini. Il punto, quindi, non è il costume. Il punto è la porta d’ingresso.
Quando l’inclusione cambia significato
Per anni abbiamo pensato che includere significasse abbattere le barriere, permettere a persone diverse di condividere gli stessi luoghi, gli stessi servizi, le stesse opportunità. Oggi il concetto sembra essersi spostato di qualche metro. Non si parla più soltanto di condividere gli spazi, ma anche di crearne alcuni dedicati, nella convinzione che, solo così, chi oggi resta ai margini possa sentirsi davvero accolto. È un cambiamento culturale importante. E merita di essere discusso senza slogan. Perché le iniziative di Salorno e Tor Tre Teste non nascono da un intento discriminatorio. Nascono, al contrario, con l’obiettivo dichiarato di permettere a donne che, per motivi religiosi, culturali o semplicemente personali, non frequenterebbero mai una piscina mista di vivere un momento di sport e socialità. È un’esigenza reale. Ed è giusto riconoscerlo.
Il paradosso
Ma ogni scelta produce inevitabilmente una conseguenza. Per consentire l’accesso esclusivo alle donne, durante quelle fasce orarie gli uomini restano fuori. È qui che la vicenda smette di essere una semplice notizia estiva e diventa una questione di principio. Perché l’inclusione, almeno nella sua accezione più comune, dovrebbe ampliare gli spazi condivisi, non ridisegnarli attraverso nuove separazioni. Naturalmente non si tratta di un’esclusione permanente. Nessuno mette in discussione il diritto degli uomini di utilizzare la piscina nel resto della giornata. Ma il principio resta intatto. Può una misura essere definita inclusiva se, per realizzarsi, comporta l’esclusione, sia pure temporanea, di un’altra categoria di cittadini? È una domanda scomoda. Proprio per questo merita una risposta seria.
La politica vede due Paesi diversi
Non sorprende che la politica abbia letto gli stessi fatti in modo opposto. Per il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che ha annunciato un’interrogazione ai ministri Andrea Abodi e Matteo Piantedosi, il problema non è la piscina in sé, ma il precedente che potrebbe rappresentare. Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, come riportato da più testate nazionali, adattare un servizio pubblico a esigenze riconducibili a precetti religiosi rischia di spostare, poco alla volta, il confine della laicità dello Stato e del principio di uguaglianza. Sul versante opposto, il Partito Democratico difende l’iniziativa come uno strumento di inclusione concreta, come un gesto di delicatezza sottolinea il Deputato Roberto Morassut.
L’idea è semplice: se alcune donne oggi rinunciano completamente a frequentare una piscina, offrire loro alcune ore dedicate significa allargare la partecipazione, non restringerla. Sono due visioni diverse della stessa parola. Inclusione. Per gli uni significa stare insieme. Per gli altri significa creare le condizioni perché tutti possano, almeno una volta, entrare.
La domanda che resta
Il rischio, in queste vicende, è lasciarsi trascinare dalla tifoseria. Chi parla di “sharia in piscina” probabilmente semplifica una realtà più complessa. Chi liquida ogni critica come razzismo o intolleranza rischia di fare la stessa operazione, soltanto dalla parte opposta. La vera domanda è più sottile.
Quando una società modifica l’organizzazione dei propri spazi comuni per rispondere alle esigenze di gruppi specifici, sta favorendo l’integrazione oppure sta accettando una progressiva separazione?
Non esiste una risposta semplice. Esiste però un principio che dovrebbe accompagnare qualsiasi decisione pubblica: l’inclusione non può diventare una parola talmente elastica da significare, allo stesso tempo, il suo contrario. Perché se, per includere qualcuno, la soluzione diventa escludere qualcun altro, anche soltanto per un paio d’ore, forse non è il regolamento della piscina che andrebbe discusso.
Forse è il significato della parola inclusione. Ed è una discussione che riguarda tutti. Anche chi, quest’estate, in piscina non ci metterà piede.


