Le (nuove) inchieste del Commissario Filippo Falconara. A Calatorre

Lillo Ariosto
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Sedicesima puntata

Finale

– Lei è la signora Franca Ferro. Giusto?

Falconara stava dando inizio alla tessitura della sua tela.

– Commissario di nuovo?

Mi ha fatto venire di nuovo qua per farmi la stessa domanda?

Ci siamo visti ieri. Cheffà se lo è scordato?

Come l’altra volta, cioè ieri, al poliziotto che sta davanti la porta ci ho lasciato la tessera.

Che fa mi vuole babbiare ancora?

Falconara non diede peso alle obiezioni.

– Signora la prego risponda alla mia domanda.

Lei è Franca Ferro, domiciliata in Vicolo della Rivoluzione n.48?

– Sissignore. Io sono.

Si sentì rispondere.

– Lei abita in questa casa con il suo compagno Giovanni La Muara.

Al nome di La Muarra la parrucchiera iniziò ad agitarsi.

– Che c’entra il mio zito e compagno?

Che volete da lui?

Lui niente ha fatto. Lui non è della mafia.

Falconara bloccò subito i mezzi isterismi della parrucchiera.

– Signora si calmi. La domanda è necessaria per dare un ordine formale alla indagine.

Falconara non si fece impressionare più di tanto dal palese tentativo della parrucchiera di distanziare il suo fidanzato da ogni contatto con ambienti malavitosi. Lui sapeva già cosa e come fare.

Programmò un reset del tutto.

– Ricominciamo.

La parrucchiera parecchio turbata ascoltò questa volta con attenzione.

– Lei è Franca Ferro, domiciliata in Vicolo della Rivoluzione n.48?

Lei abita in questa casa con il suo compagno Giovanni La Muara, commerciante ambulante, proprietario della vettura marca Samuzu GT 1300?

Qui Franca Ferro obiettò energicamente.

– Sbaglio c’è Commissario.

– Quale sbaglio?

Replicò Falconara.

– La macchina non è di quello sdisonorato lagnuso e mezzo cosa fitusa del mio – quasi ex – zito, “fatto a marito” (convivente per i non siculi n.d.a.).

Rispose Franca Ferro che adesso pareva avere cambiato opinione sul compagno.

– Perché quasi ex? Non state più insieme? Che significa?

Falconara chiese.

La Ferro soda-soda (con tranquillità estrema n.d.a.)

– Significa che se ci cadono i capelli… che lui dice che se li ha abbrusciati perché è caduto – di testa – sulla fornacella nel mentre che si stava facendo la manciata in campagna con l’altro tutto cosa inutile di Gianni Malerba….. Io lo lascio.

Lui per me la testa se l’è bruciata in un’altra maniera. E non lo vuole dire.

Falconara intervenne.

– E come si è bruciato?

La parrucchiera.

– Io non lo so. Ma a me i tignusi, quelli senza capelli per capirci, non mi piacciono.

Poi continuando, quasi parlando a sé stessa.

– Cheffà scherziamo?

Come? Io faccio la parrucchiera e sto con uno che capelli in testa non ce ne ha manco uno?

Cheffà babbiamo! Il lavoro è lavoro.

Falconara con piglio sicuro.

– Va bene, queste sono sue scelte personali. Ma facciamo un passo indietro. Mi spieghi.

 La macchina? Come sarebbe che non è del suo compagno? Dai nostri appostamenti risulta che l’auto viene costantemente guidata dal La Muarra che, spesse volte – questo ci risulta anche – si accompagna con tale Gianni Malerba. Anzi a tal proposito.

Come conosce questo Gianni Malerba? Sembra che sia stato lui a portare il suo compagno in Ospedale, dopo l’incidente per il quale aveva quasi preso fuoco.

Franca Ferro con occhi sgriddrati (fuori dalle orbite n.d.a.).

– Come lo conosco? Questo Malerba, che nome più preciso per inquatrarlo (non è un errore di digitazione) non ce ne può essere, è nipote di una mia cliente.

Falconara con finta innocenza.

– E chi è questa sua cliente?

La Ferro pure lei con più finta innocenza.

– E’ una vedova, mezza sittantina, che si mantiene bene. Ogni sabato pomeriggio, alle tre precise, ci vado a fare i capelli perché dice che di sabato vuole essere meglio che apposto. Perché, dice lei, che se ci accapita qualche occasione…. Abbonè, non si sa mai.

Falconara ancora.

– Si spieghi meglio.

La Ferro stavolta con tono sicuro e quasi irriverente.

– Commissario ma che mi vuole tastare u pusu?

Cheffà vuole farmi accapire che lei non lo sa chi è la mia cliente?

La mia cliente mi parla sempre di lei.

Come fa a dire che non la accanosce?

Falconara sembrò accusare il colpo.

– Che mi vuol significare? Cosa vuole dire?

– Che le voglio dire? Le voglio dire che la mia cliente, che è la vedova Teresa Lo Celso e che abita nel suo stesso palazzo, magari di impacce al suo appartamento, mi dice che si sente incuietata di lei. Insomma la mia cliente pensa che lei ci prova ogni volta che la vede.

Un Falconara incredulo.

– Ma cosa dice signora Ferro. Avrà capito male.

La Ferro stizzita, uscendo al “naturale” (spontaneamente, senza remore).

– Io ho capito male…. nà minkia!

La mia cliente è sicura che lei se la vuole fare.

Mi disse pure che ci manda mazzi di fiori.

Falconara a discolpa.

– Si, ho mandato dei fiori. Ma è stato tutto un equivoco. I fiori li ho mandati perché…..

 Ma insomma lasciamo perdere. Non devo dare io spiegazioni. Piuttosto….

La Ferro di rimando.

– Senta Commissario a mia non mi interessa che intenzioni avi lei. Io saccio questo. Lei mi spia, nel senso che mi domanda, e io ci sto arrispondendo. Se non ci crede se lo faccia spiegare dalla sua vicina di casa. Ma io le consiglio di stare attento. La mia cliente è vedova ma è esigente. Non si mette con il primo che passa…. o che sta di fronte la sua casa.

Per aggiungere sorridendo.

– Ma poi mi dissi che lei, Commissario, non è il suo tipo.

E’ troppo picciotto. Troppo giovane. Ci pare che non abbia la giusta esperienza.

Falconara era basito. Mai avrebbe pensato di ricevere simili informazioni. Decise comunque di passare oltre. Il suo primo pensiero era la chiusura del caso dell’incendio al “Sette Vite”. Erano altre le informazioni che voleva sentire.

Soprattutto su quanto accaduto al compagno della parrucchiera.

Assunse un contegno più accomodante e chiarendo quale era l’aspetto che a lui interessava ai fini della indagine, riprese.

– Signora chiudiamo questo capitolo. Lasciamo perdere la signora Lo Celso e mi dica della sua relazione con Giovanni La Muarra.

La donna, con sorpresa di Falconara, abbandonò la grinta che aveva dimostrato sin a quel momento e assunse un tono quasi malinconico.

– Commissario che le devo dire? Questo amico del mio zito, pure lui mancia pane a tradimento, un Malerba di nome e di fatto, si comprò sta machina che diceva al mio zito che somigliava alla “Ferrara” ma – per me – non era manco vero.

Falconara a chiarimento.

– Quindi la macchina non l’ha comprata il suo compagno.

La parrucchiera.

– Commissario aspettasse. Allora ave arragione la vedova mia cliente. Lei salta sempre sopra.

Falconara si sentì un moto di rabbia salire su dallo stomaco. Per il bene della indagine ingoiò anche questa mezza botta di bile.

Fece cenno alla parrucchiera di continuare.

– Le stavo dicendo che questo amico del mio zito, nipote della sua predetta vicina, una volta faceva finta di lavorare per un poco di buono che accatta macchine usate al Nord. Macchine mezze arrubbate, mezze non pagate, venute dalla Germania….

Poi facendo un giro tondo con le dite della mano.

– Alcune, con documenti veri falsi-originali, provenienti dalla “Fiera dell’Est” se lei lo capisce Commissario….. o comunque dall’estero.

Per un momento parse prendere fiato. Poi continuò.

– L’anno scorso a Malerba ci venne a occasione di vedere sta machina che ci sembrava, come dicevo, una Ferrara e se la vose comprare. Pagò con assegni…. naturalmente vacanti.

Una sera bussarono alla sua casa. Lui aprì e senza manco sintirisi dire buongiorno e buonasera, due tizi vestiti di nero con giubbotto di pelle e cappello di lana in testa, ci ammollarono due cazzotti, uno in faccia, spaccandoci il naso e facendogli saltare due denti, e l’altro nella “vucca di l’arma” (bocca dello stomaco), dicendogli, mentre lo lassavano a terra con la faccia piena di sangue, che aveva due giorni per pagare, mansennò (in caso contrario) pestavano lui e la macchina sino a quando non portavano lui e la macchina, cioè tutti e due, dallo sfasciacarrozze, perché a lui all’Ospedale lo avrebbero rifiutato perchè sarebbe stato più là che qua e quindi manco a spardare medicine.

Falconara abbozzò.

– Ma noi non abbiamo ricevuto alcuna denuncia.

La donna con aria meravigliata.

– Siiiii…. Commissario e queste che sono cose di Polizia?

La Polizia ha tante cose importanti da fare….

Che può badare a queste cose di assegni vacanti? A queste cose normali.

Manco lei mi pare Commissario….

Falconara stava ribattendo su queste “cose normali” ma venne immediatamente stoppato da Franca Ferro che con la mano a palmo alzato intimò l’Alt.

– Ci ho pensato io sistemare la cosa.

– E come?

Chiese Falconara.

– Come? Commissario di nuovo? Ma che Commissario è? Manco lei mi pare.

– Che significa mi dice? Commissario si vede che lei sta bene. Ha lo stipendio e quindi non ha abbisogno di soldi.

Falconara interruppe la considerazione della donna

– Lasciamo stare. Continui.

La donna con naturalezza inusitata.

– Commissario, fra le mie clienti ci sono le migliori debitrici e le più brave truffaldine della città. Gente che si è comprata televisioni, materassi, pignate, collane di oro falso come quelle che vendono alla televisione e che nella intestazione dei bollettini della Posta per pagare ci mettono il nome di una ziana morta o che sta morendo. Girano pure le case riposo a finta che devono sistemare un parente anziano. Magari ci lassano venti euri all’infermiere e si fanno dare le fotocopie della tessera e del codice fiscale di un vecchio o di una vecchia che è ricoverata.

Poi se le fanno portare a casa… o la televisione o le pignate o le coperte e pagano i primi tre fogliettini della Posta. Magari si fanno aiutare da qualcuno.

Per un momento perse fiato. Poi come a giustificarsi.

– A me mi pagano, perché per una messa in piega mi piglio due euri e cinquanta….

Ma sa quanti debiti si accucchiano in una famiglia normale?

No, Commissario, lei non lo sa.

Però, per fortuna, ci sono le Finanziarie. Quelle che vogliono, per vero, le garanzie oneste e quelle – diciamo – che si accontentano delle garanzie “in amicizia”.

Una mia cliente ha lo zito che lavora in una di queste seconde Finanziarie, la “Fondoperduto” si chiama. A dire il vero lui non ci lavora. Lui ci porta i clienti indebitati e se il finanziamento va in porto ci danno dai venti ai cento euri o ci scalano la rata se ha fatto un prestito.

Sempre per pagare i debiti che ha fatto prima del nuovo prestito.

Per un attimo Falconara pensò a quanto danno si continuava ad arrecare alla povera gente, illudendola che tutti possano avere tutto, portandola sul baratro della bancarotta economica e personale, con vantaggio delle organizzazioni criminali che magari usano queste società per altri fini.

La donna continuò.

– Allora io sono andata alla Finanziaria. Ci ho detto che mi dovevano imprestare i cinquemila euro del prezzo della macchina, che poi erano l’importo dei due assegni non pagati da Malerba, e che io potevo restituirli a rate mensili di 200 euro. Loro mi hanno detto che me li davano ma che però dovevo aggiungere dieci euro alla rata per l’assicurazione così, se io non pagavo, loro i soldi se li facevano dare dalla Assicurazione. Insomma, cose giuste. Sono stati onesti con me.

Falconara intervenne.

– Quindi lei ha contratto un prestito per cinquemila euro più spese e interessi, oltre al costo della polizza assicurativa?

La Ferro.

– Veramente se c’era contratto io non lo so. Però ci ho firmato dei fogli, delle carte, dove c’erano scritte cose al computer. Loro poi mi hanno fatto arrivare i bollettini da pagare alla Posta e io sino a oggi ho pagato quasi quattromila euri.

Falconara a questo punto decise di venire a capo della situazione che non combaciava con le informazioni dettagliate ricevute nel plico che gli era stato fatto recapitare con somma ansia da Michelino Lo Brutto, da parte della Agenzia delle Entrate di Calatorre.

– Signora mi scusi ma nel suo racconto c’è qualcosa che non quadra.

– Quale quadro? Tutto quadra Commissario.

– Signora a noi risulta, documentalmente, che la vettura ha tuttora in corso una pratica di sdoganamento e immatricolazione richiesta da parte della Agenzia “Tutto & Facciamo” a nome di Armando La Muarra. Il suo fidanzato, o compagno, o quasi a fatto marito, come ama dire lei.

Falconara volle volutamente omettere l’ex, per mantenere il contatto tra la Franca Ferro e gli indizi che aveva raccolto.

– Commissario ave ragione. Io la macchina la volevo intestata a me stessa. Io pago le rate del finanziamento ci dissi al mio compagno e io la macchina la voglio per me, anche se te la guidi tu.

Falconara intervenne a chiarimento.

– Signora Ferro ma prima mi ha detto che la vettura era di Gianni Malerba.

La Ferro.

– Prima…. Prima era di Gianni Malerba. Prima dei cazzotti che i due tizi gli hanno arregalato nella faccia e nella panza, per non avere pagato gli assegni che erano risultati vacanti.

Falconara

– E quindi….

La parrucchiera.

Commissario ma cheffà non lo ha accapito?

Ancora Falconara.

– Cosa?

La Ferro, adesso, con gli occhi sbarrati.

– A certo Commissario… Lei come Commissario. mi scusasse… ma non per maladucazione… ma lei, certe volte, pare vero una mezza minkia.

Mi segua perché una seconda volta non glielo spiego più.

Falconara ingoiò ancora una volta la mezza bile per amore dell’indagine, di cui conosceva il finale ma non conseguito ancora la prova piena.

Fece cenno alla donna di continuare nel racconto.

– Malerba si presentò, con tutto il sangue pestato in faccia, al mio fidanzato e compagno come ci piace dire a lei e ci disse: “Per carità accattati sta machina mansennò mi ammazzano”.

Il mio fidanzato cosa inutile ci disse che soldi non ne aveva. Allora il Malerba ci disse di farmela accattare a mia che travaglio e così lui si salvava la vita, il mio compagno come dice lei, anche se lui non è comunista, si pigliava la macchina e io la pagavo.

Ha capito, ora, Commissario?

Falconara un poco meravigliato delle assurdità sin lì sentite.

– Ma lei perché l’ha fatto.

La Ferro con aria meravigliata, guardando negli occhi a Falconara.

– Perché l’ho fatto mi chiede?

E perché? Ma certo che lei…..  

L’ho fatto perchè io ci voglio bene al mio fidanzato quasi a marito.

Ma lei sentimenti non ne ha?

Falconara rimase stupito di come alcune donne paghino oltre misura per il loro amore.

– Ora però mi sono stufata. E non pago più. La macchina pertanto si è abbrusciata con l’attentato che ha fatto la mafia. Quindi…

Falconara tenne a precisare.

– Signora non è così. Lei deve continuare a pagare sino alla estinzione del debito.

La Ferro invece sempre più convinta.

– Nonzi signor Commissario. Non è così. La macchina a quello sdisonorato si ci abbusciò per colpa della mafia che ha incendiato la panineria. Ed è vero questo perché l’ha detto la televisione. Quindi perchè devo pagare?

Falconara di contro.

– Signora il debito va onorato anche se la vettura è andata a fuoco.

La Ferro ancora più convinta.

– E l’assicurazione allora a che serve.

Gli ultimi mille euri la Finanziaria se li deve fare dare dall’Assicurazione.

Io a posto sono. Anzi mi sono messa a posto.

A Falconara mancava l’ultima tessera.

Proseguì nell’interrogatorio, cambiando registro.

– Signora va bene. La ringrazio per queste informazioni. Abbiamo capito che la macchina anche se in uso del suo fidanzato Giovanni La Muarra è intesta a lei che paga le rate della Finanziaria, compresa l’assicurazione in favore della stessa Finanziaria.

Ora mi dica un’altra cosa.

– Sentiamo quest’altra cosa.

La Ferro, mettendosi in punta della sedia e tirandosi la gonna sin quasi al ginocchio.

– Sabato scorso lei doveva andare dalla signora Lo Celso e invece non è andata perché doveva curare la messa in piega alla amica di una sua cugina, tale Francesca Ferro.

La parrucchiera a conferma.

– E vero. Sissignore. Con Francesca siamo cugine. Ci chiamiamo pure uguali.

Ma che è reato adesso non andare dalla signora Lo Celso?

A Falconara balenò l’idea di suggerire una norma che vietasse ogni contatto con la acre vedova dirimpettaia. Poi ritornò in sé.

– No. Non è reato. Ma a noi serve la conferma di quanto ci ha detto la signora Lo Celso

La parrucchiera ancora.

– E che vi ha detto?

Falconara.

– Che lei non si è recata, nel pomeriggio di sabato scorso, dalla signora Lo Celso perché doveva accompagnare un’amica di sua cugina presso un rifornimento di benzina.

Franca Ferro parse accendersi come una “vampa di San Giuseppe” in una piazzetta palermitana.

– Sissignore. Mia cugina Francesca Ferro, nel mentre ci stavo facendo i capelli, chiacchierando del più e del meno, mi ha parlato delle sue disavventure sul suo posto di lavoro. Diciamolo pure, perché il lavoro non è vergogna, mia cugina – e lei Commissario lo sa – fa la buttana e, non per vandalismo, mia cugina…la buttana lo sa fare bene. Cose giuste.

Così mi ha parlato di uno che, con una macchina sportiva bianca, ogni sera ci andava a fare la posta. Mi ha detto che questo con la coupè bianca la taliava di sopra e di sotto. Perché, parliamoci chiaro Commissario, mia cugina – per vero e non per scherzo – è una bomba di petto e di fianchi. Mi disse pure che quando passava questo con la machina sportiva si sentiva dire cose vastase. Signor Commissario e non mi domandasse cosa erano queste cose vastase perché io – buttana della miseria e senza offesa per nessuno – sono educata e mi vergogno e pure mi sbaratto a dire le cose facchine che mia cugina mi ha detto che sentiva…..

Falconara con finta sorpresa, con un cenno invitò la Ferro a continuare.

Poi vista l’esitazione.

– E allora signora, cosa è che non le andava? Lei che cosa c’entra.

Chiese, con falsa innocenza, Falconara alla parrucchiera.

Questa in un attimo si innervosì a tal punto che Falconara temette l’approssimarsi di un ictus per la stessa. Si alzò dalla sedia e iniziò a sbraitare gesticolando con le braccia come se volesse scalare una montagna.

– Che c’è? Che c’è mi chiede? Ma lei che uomo è?

Ma non ne ha onore? Ma ce ne ha sangue addosso?

Ma chi mascolo è? Ma lei è uno che si agghiutte tutte cose? Non è ha reazione?

Ma vidi, vidi, che omu…

Poi con ancora più forza.

– Guardi che io, come molte femmine, ho le corna… ma io le corna le voglio e ce le ho  SOLO per antenne.

Io le corna “per vero” non ne voglio.

E poi io le corna “per vero”, soprattutto, non le voglio con una “buttana”… anche se è mia cugina.

Sempre con finta meraviglia Falconara replicò.

– Ma perché lei lo conosce a questo con la macchina sportiva?

– Lo conosco? Come se lo conosco. Commissario ma non l’ha capito che è quel cosa fitusa del mio zito e fatto a marito. Giovanni La Muarra, il mezzo incendiato. Quella macchina c’è l’ha solo lui. E sino al mese passato, come le ho detto già, le rate le pagavo io.

Falconara sempre più finto di un Rolex quasi vero.

– Si ma allora?

La Ferro, adesso lei, con gli occhi incendiati.

– Allora. Allora io mi sono siddriata assai. Corna non ne voglio e manco voglio le corna a pagamento e pure con i soldi miei e pure imprestati che mi ha dato la Finanziaria.

A questo cosa inutile, ora tutto e non mezzo, del mio zito fatto a marito gliela dovevo fare pagare. E pagare assai.

Falconara, di mestiere, capì che il momento era quello giusto, incalzò la parrucchiera.

– E allora?

La Franca Ferro con gli occhi ancora più infuocati e senza capire quello che stava facendo.

– Allora? Ho fatto che mi sono andata a nascondere dietro la panineria dove lui si ferma solitamente con gli altri cosa inutili dei suoi amici. Appena l’ho visto arrivare ho aspettato che scendesse. Lui è entrato nella panineria che fa pure pub. Sapevo che sti quattro sciamuniti si sfidano a chi mangia il panino che “arzia” di più. Più piccante. Non so se ha capito.

Adesso Franca Ferro, ferita nell’onore, era un fiume in piena.

– Ho preso le due bottiglie di plastica con la benzina che avevo comprato prima e le ho piazzate sotto la macchina che fa finta di essere una Ferrara. Poi ho messo un filo di lana attaccato a una ruota e mi sono nascosta dietro la panchina dell’aiuola di fronte questo pub, con l’insegna del gatto con la scritta “Sette Vite”. Quando hanno chiuso e lui si stava andando a fare un giro in macchina con gli altri nullafacenti a incuitare le buttane, fra cui pure mia cugina Francesca che mi aveva dato, involontariamente, la notizia, ho acceso il filo di lana e ho aspettato che l’auto gli si incendiasse,

Falconara fece segno di continuare.

– La minchiata quale è stata?

Falconara fece un (finto) cenno di non capire.

– La minchiata è stata che le macchine vicino si sono incendiate pure. E pure un pezzo del telone del chiosco che sta fuori della panineria del “Sette Vite” si è preso di incendio e ha mezzo incendiato il pub.

La parrucchiera ferita nell’onore, con ancora più fervore.

– Lo sdisonorato del mio zito fatto a marito se ne è accorto e si mise a correre per infilarsi dentro la macchina pensando di spostarla. Invece pigliò fuoco pure lui. O meglio ci pigliò fuoco quel minkia di giubbotto, pure falso originale, con la etichetta di quella della nave che corre sul mare. Se non era per i suoi amici che lo uscivano dalla macchina sarebbe diventato come il wurstell che si fa mettere nel panino.

Sul momento mi sono scantata. Mi sono detta “Sugnu futtuta” e sono scappata a casa.

Ma poi… quando ho sentito quelli della televisione nuova, quella che dicono sia degli amici del Sindaco, incominciarono a dire che la mafia aveva fatto l’attentato alla panineria dissi “Minkia un terno ho preso. Me la sono scansata”.

Ho pensato. La televisione che è degli amici del Sindaco dice che è stata la mafia.

Quindi ci devono credere, perché loro sono per la legalità.

La macchina la paga l’Assicurazione.

Lo zito mio senza macchina non può più andare a incuietare buttane.

Con la faccia mezza incendiata che ci abbruscerà per tutta la vita ci penserà due volte prima di cuminare altre minkiate.

Che volevo di più?

Ho pure pensato… mi creda Commissario….

“E poi dicono che la mafia fa male.”

La Ferro dopo un lungo attimo di silenzio, parse prendere coscienza della realtà. Guardò il Commissario e con ammirazione disse.

– E bravo Commissario Falconara. Bravo. Mi ha scoperto. Senza farmelo capire, ci è riuscito a farmelo dire. Lei è bravo assai. E tutti lo dicono.

Lei, ce lo devo dire, è uno che della mafia – di quella vera – non si scanta e manco di quelli che dicono che vanno contro la mafia e che invece lo fanno per convenienza.

Bravo. Veramente bravo.

Ce ne fossero come lei. Lei è un uomo.

Vero.

Un attimo dopo Franca Ferro scoppiò in lacrime e mentre veniva accompagnata questa volta inevitabilmente nella camera di sicurezza, si voltò indietro e diede un ultimo sguardo di sincera ammirazione al Commissario che l’aveva incastrata.

Falconara non sapeva se essere contento o essere triste per come – per opportunismo e per profitto – molte volte si tende a coprire alcune povere miserie private con il clamore della mafia.

Aveva avuto sin dall’inizio il sospetto che un incendio a una panineria non poteva essere frutto della locale malavita organizzata.

Adesso aveva avuto la prova e la conferma che l’attentato al “Sette Vite” non era una questione di pizzo, di mafia, come tutti quanti volevano.

Tutti avrebbero preferito il fracasso di un canonico caso di mafia.

Del resto nell’Isola, quando accade qualcosa, se non è la mafia?

Cosa può essere d’altro?

Poi, seppure contento di avere risolto il caso, pensò con tristezza a quanto male si può fare per amore e per un presunto tradimento.

Prese il suo trench, lo appoggiò su una spalla e si incamminò in direzione della sua Golf bianca. Lungo il tragitto con la mente tornò a Tanino “l’Informatore” e a quel suo bigliettino lasciato sul tavolo con la scritta “Chercez la famme”.

Tanino aveva avuto ragione.

Tanino aveva saputo la verità prima della Polizia.

Aveva lasciato al Commissario il compito di accertare la verità.

Tanino aveva detto il vero.

Tanino, come diceva sempre, era un lavoratore fedele e puntuale.

“Lui un lavoro ce l’aveva. Faceva l’informatore della Polizia”.

Lo sapeva fare.

E come più volte rinfacciava a Falconara.

“Lo faceva onestamente”.

FINE

Lillo ARIOSTO

*Ogni riferimento a persone, cose ed eventi – naturalmente – è puramente casuale.

Qualche tempo dopo…..

  “Cherchez la femme”, “Cercate la donna”.

Dietro ogni problema o mistero c’è sempre una donna. Falconara non poteva accontentarsi della soluzione del caso “servita” dalla parrucchiera Franca Ferro.

Nella testa gli era rimasto il ronzio di quel bigliettino “rivelatore”, lasciatogli clandestinamente da Tanino “l’informatore”. Ne aveva pure apprezzato l’onestà intellettuale. Ma lui, il Commissario Filippo Falconara, non era tipo da soluzioni semplici. Era sicuro che c’era dell’altro. Decise di ricorrere a quello che nel campo dei “Secret Services” si chiamano “contro-informatori”.

Le “vampe” al “Sette Vite” non potevano essere nate da una semplice questione di gelosia. La parrucchiera aveva ammesso l’incendio alla coupè “finta Ferrara”. Aveva pure confermato l’accidentale incendio del telone del pub, che tutti avrebbero voluto opera della mafia locale. Nessuna di queste soluzioni però era per Falconara quella vera. O quanto meno non era la sola.

Da bravo sbirro quale era, per lui, c’era dell’altro.

Ricordò che durante il corso di addestramento, successivo al concorso a vice commissario, aveva conosciuto una collega. Una tipa in gamba. Magari troppo. Per un paio d’anni si erano persi di vista. Si erano rivisti qualche tempo prima non ricordava dove. Avevano parlato delle loro reciproche esperienze. Falconara aveva intuito che la tipa gravitava negli ambienti dell’Intelligence. Volle fare un tentativo. In meno di due settimane Falconara aveva compreso cosa c’era – davvero – dietro l’incendio al “Sette Vite”.

Tutto era iniziato con un grandioso, cinematografico, due di picche.

Un incontro “finto-casuale” che una persona, ben conosciuta da Falconara, aveva avuto in una serata di pioggia con Franca Ferro. Questa di ritorno da una messa in piega casalinga si era trovata nel mezzo di un temporale. Gli si era presentato un provvidenziale ombrello king-size tenuto da qualcuno, ben noto a Falconara, che si era offerto di accompagnarla sino al portone di casa. La Ferro aveva accettato dal momento che il tratto di strada era veramente breve. Non così breve però da permettere a quel qualcuno di dichiarare il suo amore disperato per la parrucchiera.

Questa guardandolo con una tenerezza infinita, gli aveva messo una mano sulla spalla e gli aveva detto:

“Lo so. Ti conosco. So chi sei. So cosa fai per vivere. E so che lo sai fare bene. Ti ho visto. E conosco a chi rendi i tuoi servizi. Forse sei davvero un pezzo di pane. Ma una come me preferisce piatti più conditi. E magari difficili da digerire.

Se vuoi possiamo essere amici.”

In fondo era stato un rifiuto gentile, educato, garbato pure un pò ironico.

Ma quel qualcuno non poteva rassegnarsi. Era stato così che quel qualcuno aveva pensato che se fosse riuscito a interrompere il legame tossico tra Franca Ferro e il suo zito “fatto a marito”, lagnuso e profittatore, avrebbe potuto avere qualche chance di conquistare l’amore della parrucchiera.

Aveva così ordito una messinscena, gridando nell’ombra, a Francesca Ferro – la cugina buttana della parrucchiera – improperi e sconcezze, al passaggio della “finta-Ferrara” condotta da Giovani La Muarra, così da irretire la mondana sino a far giungere all’orecchio di Franca Ferro il tutto.

Falconara conosceva – e bene – quel qualcuno.

FINE

Lillo ARIOSTO

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