Il Capitano Mancuso, sancataldese, trucidato dai nazisti il 5 ottobre 1943, ricordato nella sua città dall’ANPI

Chiara Milazzo
Chiara Milazzo 50 Views
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Oggi, 5 ottobre 2026 ricorre l’83° anniversario della fucilazione del Capitano di complemento Gaetano Mancuso di Domenico e Vassallo Rosa, nato a San Cataldo il 5 gennaio 1904 e abitante in Via Lauricella al n.131.

La Sezione A.N.P.I. “Sandro Pertini” di San Cataldo, ricorda l’eroe sancataldese fucilato dai tedeschi in Albania nel 1943 per non essersi arreso e averli combattuti.

Secondo di quattro fratelli in ordine: Cataldo, Gaetano, Attilio e Eduardo, nipote dell’arcivescovo Mons. Alberto Vassallo di Torregrossa, studente universitario a Catania in giurisprudenza.

Arruolatosi giovanissimo all’Artiglieria a Cavallo e corsista nella scuola ufficiali di Modena, si sposa il 22 maggio del 1943 con Elsa Ascari di Carpi (Mo). Al rientro del viaggio di nozze è richiamato dal suo comando del 1290 Rgt. di Fanteria della Divisione “Perugia” alle operazioni militari nel Kosovo.

La Divisione “Perugia”, comandata dal Generale Ernesto Chiminello, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e sino al 5 ottobre 1943, non si arrese ai tedeschi e non consegnando loro le armi si sottopose a marce forzate nel tentativo di raggiungere e difendere i porti di imbarco di volta in volta indicati dal Comando supremo. La marcia verso il mare, contrassegnata da continui scontri con i tedeschi, si concluse tragicamente a Porto Edda (l’odierna Sarandë Albania), dove il Generale Chiminello, catturato con molti suoi uomini, venne fucilato. Analoga sorte toccò ai suoi ufficiali e sottufficiali tra essi il Capitano Gaetano Mancuso, che si erano opposti con coraggio alle forze naziste: il 5 ottobre 1943, 120 di loro vennero mitragliati dai tedeschi, i loro corpi cosparsi di benzina e poi incendiati prima di essere buttati in mare.

Circa 170 militari della Divisione “Perugia” si salvarono dalla cattura e, insieme a quelli di altre unità disperse, costituirono il Battaglione “Antonio Gramsci”, che partecipò alla difesa della cittadina di Berat nell’entroterra del territorio albanese e a numerose operazioni contro le truppe naziste. Contribuì infine alla conquista di Tirana e poté sfilare, da liberatore, il 28 novembre 1944. Agli uomini del Battaglione “Antonio Gramsci” venne concesso quindi l’onore di rientrare in Italia completamente armati, nell’uniforme dell’esercito italiano cui erano appartenuti.

L’onorificenza della Medaglia d’Argento al Valor Militare è stata consegnata alla vedova Signora Elsa Ascari , durante una cerimonia ufficiale nell’agosto 1952 ed è in possesso dei nipoti Domenico e Gaetano Mancuso. Durante la consegna in piazza della Repubblica erano presenti personalità militari e politiche, tra cui il senatore Giuseppe Alessi.

Così recitava l’encomio:”Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 partecipava alle eroiche gesta della divisione ‘Perugia’ in Albania nell’aspra lotta contro i tedeschi. Catturato insieme ai resti del proprio reparto, veniva condannato a morte per aver opposto resistenza agli aggressori. Davanti al plotone di esecuzione teneva contegno fiero e dignitoso. Colpito a morte da una raffica di mitragliatrici trovava ancora la forza di gridare: “Viva l’Italia”.

Il 26 aprile 2016 su proposta dell’A.N.P.I. e con il benestare dell’Amministrazione comunale, gli è stata intitolata alla presenza delle massime autorità civili e militari, la sala riunione posta al primo piano del Palazzo di Città.

Inoltre, una lapide in marmo posta il 31 maggio 2022 sotto il portico del Comune alla presenza dell’Amministrazione Comunale e della famiglia Mancuso, ricorda il suo sacrificio.

“Rifiutarono la resa ai nazisti per salvare l’onore della Patria : il sacrificio del Generale Chiminello e dei 120 ufficiali fucilati dalle SS in Albania e gettati in mare: questo il ricordo della strage della Divisione ‘Perugia’ a Porto Edda il 4 ottobre 1943

Veterano della Campagna di Libia e della Prima Guerra Mondiale, il Generale di Brigata Ernesto Chiminello (4 dicembre 1890 – 4 ottobre 1943), già comandante della Divisione “Acqui” a Cefalonia, si trovava ad Argirocastro al comando della 151ª Divisione Fanteria “Perugia” nei giorni fatidici dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Di fronte all’ultimatum delle truppe hitleriane, Chiminello e il comando della divisione decisero all’unanimità di rifiutare la resa e di opporsi con le armi alla consegna dei mezzi agli ex alleati. Dopo aver respinto gli attacchi dei partigiani albanesi e cercato una via di evacuazione verso il mare per salvare i propri uomini, la ‘Perugia’ venne circondata e rastrellata dai cacciatori delle Alpi tedeschi (1ª Divisione Gebirgsjäger) nel corso della spietata “Unternehmen Spaghetti” (Operazione Spaghetti).

Catturato il 3 ottobre dopo giorni di resistenza nei boschi, il giorno seguente — 4 ottobre 1943 — il Generale Chiminello fu condotto sulla spiaggia di Baia Limione a Porto Edda (oggi Saranda) e passato per le armi a freddo insieme al suo Capo di Stato Maggiore, il Maggiore Sergio Bernardelli. Nelle ore successive, la Wehrmacht scatenò una vera e propria esecuzione di massa, trucidando altri 118 ufficiali italiani. I loro corpi vennero portati al largo e affondati nelle acque dello Ionio con pesanti pietre legate alle gambe per occultare il massacro.

Mentre una parte della colonna guidata dal colonnello Adami tentava di raggiungere Valona prima di essere catturata e deportata nei campi di concentramento in Germania, la figura del Generale Chiminello rimase un simbolo di dignità militare e fermezza morale. Riconosciuto nel dopoguerra con l’intitolazione di vie e monumenti, il suo sacrificio testimonia la scelta drammatica di un intero reparto che preferì la morte e il martirio al servilismo verso l’occupante nazista.

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