Da qualche giorno ci troviamo nella ex capitale del Regno dell’Isola. Siamo della hall di un Grande Albergo, una volta mèta dei viaggiatori del Grand Tour. Oggi si ritrova ad essere l’ordinaria sede di un altrettanto ordinario incontro politico di un partito qualsiasi. L’edificio è di antica tradizione. E’ stato riammodernato ma non è dotato dei moderni accorgimenti tecnici che impediscono il blocco dell’ascensore tra un piano e l’altro. Assistiamo a una scena di cui nessuno vorrebbe essere protagonista. Una voce, neanche tanto alterata, chiede un intervento per rimediare all’inconveniente che si è appena verificato. Il personale di servizio si rivela di una efficienza inusitata e in pochi istanti il meccanismo di sicurezza che governa il movimento della cabina fa arrivare al piano l’ascensore. Si aprono le porte. Vediamo scendere un personaggio che abbiamo già notato la sera prima. E’ l’onorevole Salvatore Saltapanchina. E’ appena passato dallo schieramento che lo ha fatto eleggere a quello opposto. Per molti è uno spregevole voltagabbana. Lui ha un’opinione diversa.
Per smaltire i minuti di tensione in ascensore bloccato lo invitiamo nella saletta del Caffè. Accetta perché sa che scriviamo su una testata online. Forse teme di essere schernito per l’accaduto. Noi lo rassicuriamo ma gli dichiariamo che vorremmo fare qualche domanda sul suo cambio di casacca politica. Sorprendentemente si tranquillizza. Forse temeva peggio.
Onorevole vediamo che sta bene e che si è ripreso dalla brutta avventura. Lei è claustrofobico per caso?
– Assolutamente no. So ben affrontare le situazioni di stress. Stare al chiuso non mi preoccupa. Mi preoccupa di più non potere agire per il bene del mio elettorato e del mio collegio.
In che senso?
– Nel senso che se devo dire di soffrire una sindrome da ansia da spazio chiuso la mia al più può essere definita come “claustrofobia dell’opposizione”. Per me fare parte della minoranza parlamentare, dove non mi è possibile agire per il bene comune mi crea ansia, un senso di soffocamento, di impotenza che mi costringe a transitare tra i banchi della maggioranza.
Quando ha deciso di essere un voltagabbana politico?
– Iniziamo col dire che un politico non si sveglia la mattina decidendo di diventare un voltagabbana. E’ il contesto istituzionale a offrirgli l’opportunità se non la necessità di farlo. Con il crollo dei partiti tradizionali, come la DC e il PCI, i parlamentari si sono ritrovati privi, se non “orfani”, di una struttura identitaria. La scelta di cambiare sigla è diventata una necessità per non scomparire. Quindi la responsabilità è del partito e non del deputato.
Addirittura?
– Si. Non si meravigli. O faccia finta di meravigliarsi. E’ sotto gli occhi di tutti che con le nuove leggi elettorali la rielezione ha smesso di dipendere dalla fedeltà al partito e a dipendere dalle alleanze di coalizione. Spostarsi nel carro del vincitore è diventato lo strumento principale per salvare il seggio.
Ma non sembra molto onesto?
– La prego. Non faccia il moralista. La conosciamo. Lei è una persona realista. Sa bene che la politica ha iniziato a ruotare attorno alla figura dei leader, Berlusconi in primis ma anche Renzi, Grillo, Salvini, Conte, la signora Helly. Il legame programmatico si è indebolito, se non sparito del tutto. Nel momento in cui un parlamentare entra in rotta con il capo del partito, la separazione o il passaggio ad un altro gruppo diventa l’unica strada percorribile per salvarsi. L’istinto di conservazione (del seggio) supera il costo reputazionale del cambio di casacca davanti ai propri elettori.
Lei si guarda mai allo specchio?
– Certo che mi guardo allo specchio. Lo faccio ogni mattina. E devo dire che mi vedo benissimo. La rasatura è sempre perfetta, il sorriso brillante, la cravatta sempre a posto. La vergogna – oggi – è un lusso emotivo che chi fa politica non può permettersi. Se avessi avuto un super-io morale sarei rimasto a fare il militante idealista in qualche sezione di periferia, non sarei in Parlamento a votare le leggi. La mia morale non è assente, è semplicemente elastica. Si adatta alle stagioni. Come i vestiti.
Prova mai vergogna?
– I politici che cambiano casacca non provano vergogna perché scatta il potente meccanismo psicologico dell’auto-assoluzione, che più nobilmente viene definito di assunzione di responsabilità. Il parlamentare si convince e deve convincere gli altri di non essere lui ad aver tradito il partito ma che sia stato il partito ad aver tradito i valori originari. Anzi ci si definisce “responsabili” perché con il passaggio allo schieramento opposto si è salvata la stabilità del Paese. Celebre l’affermazione di un politico di lungo corso che disinvoltamente partecipando di volta in volta alle coalizioni di governo di centrodestra e di centrosinistra affermava che lui stava sempre al centro. Erano gli altri che si spostavano una volta più a destra o un’altra volta più a sinistra.
Lei, quando è entrato in politica, aveva già in mente di diventare un voltagabbana?
– Certo che no. Quando sono entrato in politica ero un giovane idealista, convinto di voler cambiare il mondo con il mio primo partito. Poi, una volta arrivato nei corridoi del Palazzo, ho capito come funziona davvero. O impari a oscillare a seconda di come tira il vento, o il vento ti spazza via alla prima tornata elettorale. Non ho pianificato di essere un voltagabbana, ho semplicemente pianificato di sopravvivere.
Ma è sempre un volgare voltagabbana politico?
– Guardi accetto la definizione di voltagabbana politico solo per semplicità lessicale. In verità si dovrebbe parlare in termini più istituzionali e quindi dovremmo fare riferimento a una pratica antica definita a suo tempo “trasformismo”, che poi a dire il vero èun fenomeno più complesso. Nel parlamento italiano il cambio di casacca non avviene e non è mai avvenuto per un unico motivo ma per una combinazione di fattori, come spinte e necessità strategiche, dinamiche di potere e, più di recente, per mutamenti del sistema elettorale.
E lei perché lo è diventato?
– Non voglio essere ipocrita, né voglio vestirmi di etichette che non mi possono appartenere. La motivazione più pragmatica è la conservazione del seggio. Con le leggi elettorali moderne, le liste sono bloccate o fortemente controllate dai leader di partito. Se un parlamentare capisce che il movimento in cui si trova è in forte calo nei sondaggi, cambiare aria diventa l’unico modo per assicurarsi un posto sicuro o una candidatura blindata alle elezioni successive.
Quindi è una motivazione prettamente personale?
– Non sia così frettoloso. E’ vero ma in parte. E’ vero che molti cambi di gruppo avvengono in direzione della maggioranza di governo. Entrare nella coalizione che governa o nel partito del premier in carica aumenta le opportunità di ottenere incarichi di governo, la presidenza di una commissione o in ogni caso un maggiore potere di emendamento e stanziamento di fondi per il proprio territorio di riferimento. E’ anche vero però che a volte la spinta ha una motivazione più ampia, più politica, se vuole più istituzionale.
In che senso?
– Vede, rispetto alla Prima Repubblica dove i partiti erano gigantesche macchine ideologiche stabili e cambiare partito significava cambiare fede religiosa, i partiti della Seconda e, possiamo oggi anche parlare di Terza Repubblica, sono fluidi, legati a leader temporanei e il più delle volte privi di storia e di radici identitarie profonde. Quando i partiti si trasformano in comitati elettorali personali, per un politico diventa molto più facile e psicologicamente meno problematico passare da una sigla all’altra.

E quindi niente più impedisce il cambio di casacca?
– Lei ha una visione novecentesca. Bisogna guardare la realtà odierna come un utente televisivo o meglio di social media, dove tutto è generico, atecnico, per non dire incolto. Non dimentichi che il cambio di casacca non è vietato da alcuna norma. Dal punto di vista normativo, i parlamentari sono protetti dall’articolo 67 della Costituzione Italiana, che recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questa norma nasce storicamente per tutelare la libertà di coscienza dell’eletto e soprattutto per evitare che i partiti possano ricattare i deputati. Di fatto, in una classe politica opportunista come quella contemporanea, offre lo scudo giuridico perfetto per cambiare gruppo in qualsiasi momento senza rischiare la decadenza dalla carica.
Quindi è corretto giuridicamente ma moralmente insano.
– Lei si ostina a ragionare per luoghi comuni e per categoria sorpassate. Non tutto il trasformismo è cinico calcolo. A volte un politico cambia gruppo perché il proprio partito ha compiuto una svolta programmatica giudicata inaccettabile. Quando un leader impone una linea politica o economica radicalmente opposta a quella delle origini, il parlamentare può decidere di andarsene per rimanere, paradossalmente, coerente con le proprie idee iniziali, seguendo una scissione o confluendo in un gruppo più affine.
Va bene. Sarà come dice lei. Ma mi tolga una curiosità. Il voltagabbana è di destra o di sinistra?
– Lei non riesce proprio a smaltire la vecchia cultura politica. Lei ancora immagina una destra e una sinistra. Le avrei già risposto. Ma ribadisco. Se le fa piacere allora le dirò che io mi sento profondamente “di centro”, ma con una spiccata tendenza a gravitare ovunque ci sia una maggioranza. La distinzione rigida tra destra e sinistra appartiene al passato. Quelle categorie oggi non sono identità, ma semplici coordinate geografiche temporanee. La geopolitica del Parlamento è fluida e io mi adatto alla situazione. Posso essere di destra quando scopro una improvvisa e viscerale devozione per le radici identitarie, per la sicurezza, per la flat tax e anche per il primato dell’iniziativa privata.
Se sento di averne bisogno politico, sono a sinistra, quando il mio cuore comincia a battere per i diritti civili, la parità di genere, la transizione ecologica, l’inclusione sociale. Pronuncio parole come solidarietà e progresso con una commozione che stupisce persino me stesso. Anche se tengo sempre ben presente che tutti sono dei semplici slogan, appartenenti al più bieco marketing politico.
E quindi?
– Lei deve capire una volta per tutte che il voltagabbana non è né di destra né di sinistra. E’ post-ideologico. Se la destra vince le elezioni, scopro che le sue tesi sono le uniche ricette concrete per il Paese. Se i sondaggi preannunciano un campo largo progressista, avverto un irresistibile richiamo verso i valori della giustizia sociale. Come diceva una celebre battuta attribuita a un cinico della politica: “Questi sono i miei principi, e se non vi piacciono… ne ho degli altri”.

Mi dica la verità. Il cambio di casacca politico è figlio del cosiddetto berlusconismo o è sempre esistito?
– Dovremmo smettere di demonizzare chi non c’è più. Nel nostro Paese si tende sempre a demonizzare il nemico politico di turno, specialmente quando è passato a miglior vita. De Pretis, Mussolini, Andreotti, Berlusconi. Il cambio di casacca è sempre esistito. E’ nato insieme allo Stato italiano. De Pretis e Giolitti ne fecero largo uso. Dopo la seconda Guerra Mondiale, con la Prima Repubblica il cambio di campo era motivato da grandi manovre geopolitiche e centralità dei partiti, mentre a partire dagli anni ’90, con la Seconda Repubblica e la personalizzazione della politica si è trasformato in una scelta legata alla fedeltà al leader di turno o al calcolo sulla propria rielezione.
Quindi è sempre stato così?
– Del cambio di casacca non si può incolpare il berlusconismo. Forse il suo leader, con l’anima commerciale che aveva, sapeva come meglio usare questa tecnica. Il fenomeno però che ha radici profonde. Il termine stesso “trasformismo” è stato coniato nel 1882 da Agostino Depretis, Presidente del Consiglio della Sinistra Storica. Depretis invitò gli esponenti della Destra Storica a “trasformarsi” e a confluire nella sua maggioranza per governare il Paese. Non era visto come un tradimento volgare ma come un atto di responsabilità istituzionale al fine di garantire la stabilità del neonato Regno d’Italia contro gli “estremismi” che all’epoca erano definiti clericali e repubblicani.
Ma il voltagabbana è utile o dannoso alla vita pubblica delle istituzioni?
– E’ difficile da accettare ma a volte il cambio di casacca si rivela come un farmaco potente che può essere una valvola di sicurezza vitale per le istituzioni o un veleno distruttivo per la democrazia, a seconda di come e perché viene usato. In parlamenti frammentati, il passaggio di alcuni deputati verso la maggioranza, che generalmente vengono nobilitati con il termine “responsabili” ha spesso evitato crisi di governo al buio in momenti delicati, senza dover tornare continuamente al voto.
L’effetto “collaterale” è la crescita dell’astensionismo. Quando i cittadini vedono un politico eletto con una coalizione passare dopo pochi mesi a quella avversaria, avvertono un profondo senso di tradimento del voto. Questo porta alla disaffezione democratica e alla convinzione che il voto non conti nulla.
Il cambio di casacca politico è un fenomeno solo nostro o esiste anche in altri paesi democratici?
– Il cambio di casacca non è affatto un’esclusiva nostra. E’ un fenomeno diffuso in moltissime democrazie del mondo. Semmai as sume vesti e denominazioni più “alte”. Da noi si parla di “voltagabbana”, all’estero lo si definisce Crossing the Floor. Nei Paesi anglosassoni il cambio di partito viene letteralmente definito “attraversare l’aula”, appunto crossing the floor. Questo deriva dalla struttura fisica dei loro parlamenti, dove la maggioranza e l’opposizione siedono su banchi posti l’uno di fronte all’altro, separati da un corridoio. Cambiare partito significa fisicamente alzarsi e andare a sedersi dal lato opposto. Questo “transito” fisico è però segnato da una forte sanzione morale degli elettori. Con i sistemi maggioritari uninominali, dove si vota il singolo candidato “residente”, il cambio di partito viene visto dagli elettori come un tradimento fortissimo. Chi cambia casacca viene quasi sempre punito e non rieletto al turno successivo.
Da noi, per fortuna, non è così.
Un’ultima domanda. Se dovesse guardare indietro alla sua carriera, c’è un filo conduttore, una coerenza di fondo che lega le numerose tessere di partito che ha collezionato?
– Guardi che la mia è una coerenza assoluta. C’è stato un leader di partito che ha fatto del “cambiamento” il suo mantra. E’ quello che in una elezione ha pronunciato la famosa frase: “Siamo arrivati primi ma non abbiam vinto”. Un ossimoro quasi comico ma che per quel politico era drammatico. Vede io non voglio fare la fine di quel “lenzuolista”. Io il “cambiamento” non lo predico a parole. Io lo metto in opera. Io sono un uomo fedele al cambiamento. Il mondo si evolve e io mi evolvo con esso, possibilmente un passo avanti agli altri. E soprattutto, un passo più vicino alle poltrone che contano.
Una flessibilità davvero ammirevole. La ringraziamo per il suo tempo e le auguriamo buon lavoro per questa nuova… “stagione” politica.
– Sono io che ringrazio lei. Lei mi ha dato il modo di spiegare la nuova politica. Quella senza ideologie preconfezionate, senza pregiudizi e soprattutto flessibile. Se vuole può anche scrivere che ho un cuore che batte a sinistra ma la mia mente ragiona a destra. Quello che rimane al centro è il mio seggio.
Almeno fino al prossimo sondaggio.
Con un sorriso garbato si allontana. Imbocca una via che porta a un’Aula parlamentare. Non importa quale. La sua è una figura ecumenica. Guardandolo da lontano ci sembra di scorgere una andatura ondeggiante. La sua schiena ci appare flessibile. La sua anatomia sfida le leggi della fisica. I suoi muscoli reagiscono istantaneamente ai risultati elettorali. Se vince la destra, assume una tonalità blu istituzionale, se vince la sinistra, sfoggia un’abbronzatura da cooperativa solidale, se avanzano i populisti, coltiva una leggera barba “debolmente cubana”. Quel che sicuramente sente, come un felino nella savana, è il fruscio di un rimpasto di governo prima ancora che venga deliberato. Lui è il nuovo politico “evoluzionista”.
Un politico alla “Ciao Darwin”.


