C’è un momento, nella vita delle repubbliche, in cui la storia smette di balbettare e ricomincia a parlare chiaro. È accaduto ieri sera in America. È accaduto nelle urne, nelle contee, nelle piccole città del Midwest dove da decenni il nome repubblicano era una religione ereditata dal padre al figlio.
Il trumpismo è finito. Non è stato sconfitto. È finito, che è cosa diversa e più definitiva. È crollato su se stesso, come crollano gli imperi costruiti sulla paura e sul rancore.
I Democratici hanno conquistato la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato. Non una maggioranza risicata, tecnica, da trattativa notturna. Una maggioranza assoluta, morale prima che numerica. Il Paese ha votato per dire basta.
E lui, Donald Trump, è rimasto lì, alla Casa Bianca, privo di poteri, privo di scudo, privo di popolo. Un re senza regno. Un uomo solo al comando di un esercito che non esiste più.
Perché questa è la verità che le elezioni di midterm hanno scolpito nel marmo: l’America non è più trumpiana. L’America si è guardata allo specchio e non si è riconosciuta in quel volto gonfio di odio, di menzogne, di vendette. Ha visto un uomo che aveva trasformato la più grande democrazia del mondo in un reality show permanente, e ha detto: no, grazie.
Ha perso dove non si poteva perdere. Ha perso nelle roccaforti. Ha perso dove i Repubblicani vincevano da trenta, quarant’anni, con il pilota automatico. Questo non è un voto. È una rivolta civile. È la riscossa silenziosa di quell’America profonda, cristiana, conservatrice nei costumi ma democratica nel cuore, che non aveva mai accettato di farsi rappresentare da un miliardario di New York che parlava come un capopopolo e governava come un padrone.
E ora si apre la questione più drammatica, quella che nessuno osa pronunciare ad alta voce ma che tutti leggono nei corridoi del Congresso: l’impeachment.
Un presidente senza maggioranza, senza partito, senza legittimazione popolare, è un presidente dimezzato. È un presidente che governa per decreto e per tweet, e che ogni giorno che passa diventa più pericoloso per la Repubblica stessa. Il Congresso dovrà decidere se lasciarlo agonizzare per due anni, avvelenando il pozzo della democrazia, o se assumersi la responsabilità storica di rimuoverlo.
Io credo che l’America abbia già deciso. Ha deciso che il tempo dell’uomo solo è finito. Ha deciso che la democrazia non è un optional, non è un fastidio da aggirare con i decreti, è la sostanza stessa della nazione.
Trump pensava di essere eterno. Pensava che il suo nome sarebbe rimasto scolpito nella storia come quello di Lincoln o di Roosevelt. Resterà scolpito, sì. Ma come quello di un incidente. Come una parentesi buia, una febbre alta che l’America ha avuto e da cui, finalmente, sta guarendo.
La notte del trumpismo è finita. Domani, per l’America, sarà un altro giorno.

