Al passaggio nei corridoi del Quirinale, i corazzieri in alta uniforme scattano sull’attenti. Lo schiocco del tacco dà il ritmo al passo per arrivare alla Sala degli Specchi e incontrare il Presidente. Tanta emozione e la consapevolezza di essere parte dello Stato. Scortato dalle guardie d’onore, entra il Presidente Mattarella: un uomo a cui tutti gli italiani affidano il presente e il futuro del Paese.
Vedendolo seduto ad ascoltare i discorsi degli studenti delle quattro scuole di giornalismo — Luiss, Università Cattolica, Università di Torino e Lumsa — si coglie l’integrità e l’umiltà di una persona che, con la sua esperienza, è simbolo di autorevolezza e difesa della Repubblica. Dopo il suo intervento, ha stretto la mano a tutti, nessuno escluso, proprio come un perfetto padrone di casa. Con occhi rassicuranti ha fatto gli auguri ai giornalisti del futuro.
«Sembra di essere ricevuti in un salone elegante, come se andassi a casa del nonno, avverto la stessa intimità e non il rigore istituzionale», dice uno dei ragazzi. Il Presidente entra discreto nella sala e si siede in prima fila. Ascolta, strizza gli occhi, dalla tasca tira fuori un fazzoletto, accavalla le gambe. Al termine di ogni discorso ringrazia con un applauso e sorride di nuovo, come se ci fosse un non detto tra lui e lo studente che ha letto il discorso.
Nel suo saluto ha ribadito il valore del giornalismo, sottolineando che, rispetto alle altre professioni, non si ha un rapporto con un cliente perché «lo scopo è la tutela di un bene pubblico dei cittadini: l’informazione», citando la legge Gonella sul diritto di cronaca. Ha insistito sull’importanza di riportare i fatti come sono e su quanto sia difficile distinguere oggi la differenza tra vero, verosimile e falso: «I giornalisti non sono in campo per rendere verosimili le narrazioni. Sono, invece, testimoni di verità, antidoti ai tentativi di manipolazione delle opinioni pubbliche».
Ha citato poi Joseph Pulitzer che diceva: «Il giornalista è il ponte di comando sulla nave dello Stato. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare sui pericoli incombenti». E rivolgendosi agli studenti ha aggiunto: «A voi sta il compito di diradare quelle nubi, affermando sempre la verità della realtà».
Appena girato l’ultimo foglio del suo discorso, ha voluto infrangere il protocollo per parlare a braccio. Ha invitato tutti a leggere il discorso di Papa Leone XIV e ha ribadito che sono due gli antidoti per non farsi inebriare dal potere: l’equilibrio dei poteri tra i vari organi costituzionali e una buona dose di autoironia.
Appena ha concluso, tutti in piedi ad applaudire. Davanti al leggio, circondato dai ragazzi, ha esclamato: «Facciamo un maxi selfie?». Da questa frase si intuisce la disponibilità con cui rompere i protocolli e mettere tutti a proprio agio.
Un ragazzo accanto a lui per la foto ha poi confessato: «Ho pensato e ripensato a cosa dire al Presidente, mentre ero a fianco a lui, probabilmente non avrei mai più avuto questa occasione. Ma l’emozione del momento ha strozzato le parole in gola. Ho pensato che il silenzio e il rendersi conto di ciò che stavo vivendo sarebbero stati la migliore risposta ad un ricordo che porterò nel cuore. Per una volta non avevo il telefono in mano per fare il video, ma ho vissuto la realtà con i miei occhi. Mi sentivo al sicuro accanto a lui».
Si è poi fermato per le foto, concedendo selfie singoli e di gruppo.
Un pomeriggio difficile da dimenticare.



