Il principe del bosco

redazione
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di Edvige Presti

In una casa ricca e lussuosa, immersa nel bosco, viveva un bambino dagli occhi tristi, tristi perché era malato; infatti non aveva mai imparato a camminare, le sue gambe erano troppo deboli ed egli non riusciva a reggersi da solo.

Si trascinava da una stanza all’altra della sua casa immensa e solitaria su una sediolina a rotelle. Sembrava il principe sovrano di quel vasto regno solitario e la sua sediolina a rotelle il trono di cui era prigioniero.

Trascorreva ore a guardare il bosco tutt’intorno da dietro i vetri delle finestre. Lo osservava affascinato dai suoi colori, dai suoi profumi, dalle profondità dei suoi sentieri che si inoltravano sino a perdersi tra il verde fitto degli alberi.

Di questi seguiva verso giù il percorso delle radici contorte che sprofondavano nel terreno tenendogli segreto il loro nascondiglio più recondito. Alzando poi lo sguardo, seguiva il loro opposto verso il cielo nell’intrecciarsi fitto dei rami, sperando che questi fossero più generosi nel rivelargli i loro segreti; ma anche essi ad un certo punto si perdevano tra le nuvole come se fossero divenuti eterei e fossero evaporati, così come le radici si perdevano nelle profondità del sottosuolo. Il bosco poi era popolato da creature che lui non aveva mai visto, ma della cui esistenza aveva il sentore.

Era come un altro regno, un regno che sembrava non avere un principe sovrano, un regno a lui sconosciuto, un regno impenetrabile e che, tuttavia, lo attirava verso i suoi segreti, quasi volesse invitarlo a scoprirli.

Un piccolo uccellino, in particolare, lo teneva in comunicazione con quel regno. Le sue piume variamente colorate brillavano e cambiavano i loro colori mentre vibravano per volare sotto la luce calda e scintillante del sole. Era fragile e delicato e cinguettava dolcemente e allegramente; ma, nonostante la sua fragilità, sembrava non avere paura della vastità e profondità del bosco. Il suo canto esprimeva gioia e serenità. Sembrava non avere paura neppure della malattia del bambino e della sua tristezza; veniva, infatti, spesso a trovarlo e si posava sul davanzale dietro i vetri, allietandolo con i suoi colori e il suo canto.

Nelle giornate primaverili, il bambino apriva la finestra e l’uccellino si lasciava persino accarezzare. Non aveva paura, sembrava ignaro dei pericoli del mondo, del male e della cattiveria degli uomini, o forse pensava che non esistessero. Il calore dei suoi colori e il suo dolce cinguettio facevano evaporare la tristezza del bambino che dimenticava tutto, e, per qualche attimo, come l’uccellino, sembrava pensare che il male non esistesse, malgrado la sua malattia; per qualche istante non doveva più difendersi e si sentiva felice.

Ma vennero l’inverno ed il gelo, e questo aggravò la sua malinconia e la sua malattia, quindi difficilmente poteva portarsi sino alla finestra per cercare l’unico riposo al suo dolore.

Così pensò, un giorno che era molto triste e solo, di prendere l’uccellino per poterlo sempre avere dentro casa vicino a sé, per potere sempre sentire il suo soffice calore nell’accarezzarlo.

Lo catturò un giorno che si posò come al solito sul suo davanzale, e fu facile perché l’uccellino non si difese dalla leggera stretta delle mani del bambino di cui aveva conosciuto il calore. Lo portò dentro, contento di poterlo proteggere dal gelo, e, per potergli anche aprire le finestre e dargli così la sensazione di essere libero, gli legò le ali con un filo di seta.

Si sentì contento di potere avere l’uccellino sempre accanto a sé adesso e di non dovere più aspettare che si posasse sul suo davanzale. Pensava che lo avrebbe protetto da tutti i pericoli del mondo e gli avrebbe evitato il gelo dell’inverno.

Ma l’uccellino, dopo un po’, batté le ali nel tentativo di volare e si accorse di non poterlo più fare; provò più volte, ma fu inutile. Per la prima volta nella sua vita ebbe paura, paura di non potere più rivedere il bosco, il suo regno nei cui cieli aveva volato libero e felice. Un brivido percorse il suo piccolo corpicino e lo invase un gelo più forte di quello dell’inverno che neppure un tiepido raggio di sole poteva più sciogliere perché proveniva dall’interno.

Giorno dopo giorno, il suo canto, prima gioioso e allegro, divenne sempre più flebile e triste, fino a trasformarsi in un mesto lamento; persino i colori delle sue piume sembravano meno belli adesso che non vibravano più nel volo, sotto la luce scintillante del sole.

L’uccellino amava ancora il bambino malato, ed era triste perché non riusciva più a offrirgli nulla, poiché non c’era più gioia nel suo piccolo cuore ora che i colori ed i suoni del bosco erano lontani, ma solo un gelido dolore, solo questo gli era rimasto da dare al bambino.

Il bambino, infatti, nel guardare l’uccellino, non trovava più riposo alla sua tristezza, anzi questa diveniva più profonda ed opprimente e lui si domandava come era possibile adesso che ciò che aveva sempre desiderato era lì, accanto a lui.

Un giorno l’uccellino morì e il bimbo sentì un profondo dolore sciogliersi nel suo cuore. Sentì che l’uccellino avrebbe voluto tornare nel bosco da dove un giorno era stato sottratto e così, nonostante fosse quasi impossibile per lui, decise di seppellirlo lì.

Al tramonto, si trascinò con fatica e paura, con la sua sediolina a rotelle, fin dentro il regno che aveva sempre temuto, seguendo quei sentieri che da lontano sembravano perdersi nel nulla. Giunto nel cuore del bosco, vi seppellì con fatica l’uccellino e, sopra il cumulo di terra che copriva il suo gelido corpicino, piantò una piccola croce di legno e un mazzolino di fiorellini rossi; quindi si inginocchiò con fatica ed iniziò a pregare con le mani giunte e con gli occhietti chiusi, anche se aveva paura del buio.

Ad un certo punto udì un canto dolce e delicato, come quello che un tempo gli aveva regalato il suo uccellino morto; aprì gli occhi e su un ramo scorse un uccellino simile al suo che fece vibrare le sue piccole ali sotto gli ultimi raggi del sole e si posò sul cumulo di terra, proprio vicino al bambino.

Sembrava triste per la morte del suo compagno, ma non disperato e, soprattutto, sembrava non avere paura del bambino perché gli si posò anche sulla mano come per chiedergli una carezza che attutisse la sua pena.

Gli occhi del bambino brillarono di dolore e di gioia; le sue manine tremanti accarezzarono il piccolo uccellino che, a questo punto, come rinfrancato dal suo dolore, spiccò il volo verso il cielo e verso il sole.

Il bambino si alzò, spinse via la sua sediolina a rotelle e cominciò a correre, prima un po’ goffo, poi sempre più veloce e leggero, dietro l’uccellino colorato.

Sapeva che non l’avrebbe mai raggiunto così in alto dove lui volava, così vicino al sole; ma sapeva anche che, ogni tanto, l’uccellino si sarebbe di nuovo posato sulla sua mano e si sarebbero sempre incontrati, e poi, se correva tenendo lo sguardo verso l’alto, si sentiva molto vicino a lui comunque perché vedeva brillare i suoi colori nel cielo tra l’intrecciarsi fitto dei rami.

Per la prima volta nella sua vita si sentiva sicuro, libero e felice; le sue gambe adesso potevano reggerlo bene, anzi gli sembrava quasi di volare, e non solo il bosco, ma il mondo intero divenne il suo regno.

Edvige Presti

disegno di Edvige Presti

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