“La Madonna degli Angeli” l‘antico quadro, fortemente legato alla storia fondativa di Caltanissetta, intorno al quale sono fiorite tante leggende, “fake news” e si sono confrontati negli ultimi tre secoli diversi studiosi con conclusioni diverse, tornerà al suo antico splendore.
Oggi 5 maggio sono stati consegnati i lavori di restauro del dipinto, custodito presso la chiesa del Collegio di Maria a Caltanissetta.
L’importo, comprensivo di IVA, è pari a €. 10.360. Sono previsti tre mesi di lavori di restauro, che saranno eseguiti dalla ditta “Alaimo e Gulino conservazione e restauro” con sede a Gangi (PA).
Sono previste., preliminarmente all’intervento di restauro del dipinto, indagini diagnostiche che permetteranno di individuare eventuali ridipinture e alterazioni della pittura originaria.
I lavori, diretti dall’arch. Daniela Vullo Soprintendente ai Beni Culturali della provincia di Caltanissetta, sono stati finanziati dall’Assessorato Regionale ai Beni Culturali con impegno di spesa del 15 dicembre scorso.
Alla consegna dei lavori erano presenti l’arch. Vullo ed il funzionario direttivo geom. Michele Nicosia per la Soprintendenza, l’ing. Michrele Lunetta, consulente tecnico dell’istituto Collegio di Maria con la superiora Suor Maria Natoli, la signora Vincenza Santa Gulino titolare della ditta affidataria dei lavori.
La Madonna degli Angeli è un grande dipinto, con dimensioni di circa due metri per tre, la cui origine, nella storiografia locale, si fa risalire al XII secolo. Una leggenda molto diffusa nel nisseno narra del suo ritrovamento, pare nel ‘600, tra le macerie del castello di Pietrarossa dal quale fu prelevato e trasportato nella vicina chiesa di S.Maria alla quale diede il nome.
Fin qui la leggenda, ben diversa dalla realtà.
Osserviamo che il quadro della Madonna degli Angeli è contenuto nell’inventario del 1560, ragione per cui era preesistente al crollo del castello di Pietrarossa, avvenuto nel 1567, tra le macerie del quale, secondo la leggenda, fu ritrovato.
Il dipinto presenta nella parte superiore l’iscrizione “Regina Angelorum” e nella parte inferiore, sul gradino dove poggiano i piedi della Madonna, riporta una data: MCLIII. Quest’ultima, chiaramente erronea perchè non compatibile con i caratteri stilistici del dipinto, è dovuta ad un discutibile restauro durante il quale la lettera D della datazione originaria, MDLIII, forse semi cancellata, fu trasformata in C passando dal 1553 al 1153, con un salto indietro nel tempo di quattrocento anni.
Un restauro ottocentesco, effettuato dal pittore Raimondo Butera, è documentato da un atto del Decurionato di Caltanissetta del 14 agosto 1836.
Con la delibera predetta si concede al Butera, su richiesta del Padre Guardiano del convento degli Angeli, una “gratificazione” di quattro onze per avere eccellentemente ristaurato l’antica imagine di Maria SS.degli Angioli.
L’alterazione della data, tuttavia, non si deve al Butera ma ad un precedente restauro.
Camillo Genovese, nella sua “Storia generale della città di Caltanissetta”, redatta nel 1793, dunque antecedentemente al restauro ottocentesco, asserisce già che il dipinto fu realizzato nel 1153.
Con certezza invece si deve al Butera l’intervento sugli scudi adiacenti la datazione. Il primo da sinistra è lo stemma dei Moncada: otto pani d’oro in campo rosso; quello centrale contiene le insegne papali ed il terzo, incredibilmente, contiene la dicitura posta dal restauratore “vuoto per non potersi rintracciare”. Quest’ultimo conteneva in origine lo stemma dell’ordine francescano, come riferito dal Genovese nell’opera citata, la cui venuta a Caltanissetta era stata promossa dal conte Francesco Moncada a metà del XVI secolo.
Il feudatario auspicava fermamente la presenza dei frati mendicanti in città, ai quali aveva rivolto numerosi inviti e, nel 1551, formalmente, richiamò i Giurati nisseni per non avere ancora provveduto ad accogliere in città l’ordine francescano.
Considerato, dunque, che il culto della Madonna degli Angeli è notoriamente diffuso tra i francescani, è lecito ipotizzare che il quadro sia stato commissionato dal conte Francesco I, padre di Cesare e suocero di Aloisa de Luna, in vista della venuta dei frati a Caltanissetta, con la volontà di tramandarne la committenza apponendo lo stemma della propria casata.
L’erronea datazione del quadro ha tratto in errore molti studiosi tra i quali anche autorevoli personaggi come l’Ispettore Regio ai Monumenti, ing. Luigi Pappalardo, il quale nella sua relazione sullo stato della “chiesa degli Angioli”, redatta nel 1881 asserisce che il quadro, a suo dire rinvenuto nel 1600 dentro il castello di Pietrarossa, fu dipinto nel 1153 ed alterato dai frati i quali ebbero “la infelice quanto imperdonabile idea, forse nell’atto di far ristaurare quel quadro, di appiccicarvi lo stemma dell’ordine monastico di S.Francesco ed il blasone di Casa Moncada, senza riflettere che nel 1153 né il primo era venuto al mondo, né la seconda inSicilia dove fu importata solo nel 1282, regnando Pietro I d’Aragona”.
Non cade nel tranello, invece, l’illustre archeologo Antonio Salinas il quale, durante un’escursione effettuata a Caltanissetta nel 1872, visita la chiesa di Santa Maria degli Angeli e, in una relazione descrittiva della stessa, soffermandosi su due dipinti in essa contenuti così si esprime:
“Vi si conservano due quadri sopra tavola con le date non genuine del MCLIII e MCLVIII alle quali sono da aggiungere almeno un due secoli e mezzo. Quello sedicente del MCLIII è posto sul terzo altare a destra e rappresenta la Madonna col Bambino, attorniata da Angeli che suonano.
Nello zoccolo sono tre scudi: quello a sinistra porta in campo rosso otto pallebianche poste in cinta (e però più o meno l’arme dei Moncada che ebbero Caltanissetta nel 1407); l’altro del centro, pure in campo rosso, due chiavi sormontate da una tiara; e l’ultimo a destra, su di un fondo azzurro la scritta a lettere bianche “vuoto per non potersi rintracciare”. Ciò prova l’opera del restauratore, il quale ridipinse tanto nel quadro che, a compenso della molta fatica durata, ebbe la rara improntitudine di aggiungervi questa iscrizione: a sinistra dipinto MVLIII, a destra DA RAIMONDO BUTERA RISTAURATO.“
Nell’inventiario post mortem di Aloisia Moncada del 1620, tra gli oltre trecento quadri in esso contenuti sono citati due dipinti raffiguranti la “Madonna degli Angeli”, uno dei quali, di antica fattura, era un piccolo altarino da viaggio chiuso da due sportelli lignei. L’altro quadro citato dal Salinas, anch’esso a suo dire con una data falsa pur se non ha provato ancora la mano di un restauratore epigrafista come il Butera, raffigurava una Madonna mentre allatta il bambino che tiene in braccio, posta sopra due angeli. La pittura, su tavola lignea di media grandezza, circa m.1,50 x 1,10, secondo alcuni storici era conosciuta come “Madre del Salvatore” o “Madonna delle Grazie” ma i frati la denominavano Maria Santissima della porta. Con questo appellativo dovuto alla sua collocazione nella portineria del convento, il quadro viene citato nel registro di introito ed esito del convento del 1826, relativamente al pagamento di nove tarì per alcune lampade poste innanzi ad esso.
Rocco Pirri, nel XVIII secolo, nella sua opera “Sicilia Sacra”, riferisce che nel 1600 la duchessa Aloisia de Luna fece trasferire dal castello di Pietrarossa a Santa Maria degli Angeli un’immagine miracolosa dipinta su parete raffigurante Santa Maria della Grazia alla quale, come già riferito, era dedicata la cappella dell’antico maniero. Si tratta quasi certamente dello stesso quadro anche se rimane l’imprecisione legata al supporto del dipinto, ligneo secondo il Salinas, su pietra o intonaco a detta del Pirro il quale tuttavia, a differenza dell’archeologo che vede il quadro, riferisce di un fatto accaduto oltre centocinquanta anni prima.
Notizie tratte da Storia, architettura e restauro del complesso conventuale di Santa Maria degli Angeli a Caltanissetta a cura di Daniela Vullo – Caltanissetta 2016

