L’editoriale di BRERA
Due punti in cinque partite, una squadra smarrita e una società che sceglie il mutismo. Ma il pallone lo calpestano i giocatori, ed è da loro che la gente aspetta risposte.
«Chi vince festeggia, chi perde spiega». La massima, resa celebre da Julio Velasco, maestro di pallavolo e di pensiero sportivo, è diventata una specie di comandamento laico per chi vive di agonismo. Antonio Conte, a modo suo, ne ha raccolto il testimone, perché nel calcio, quando il risultato si fa indigesto, il primo dovere è presentarsi davanti alla gente e rendere conto del proprio operato.
Alla Nissa, invece, pare che il vocabolario si sia fermato alla prima metà della frase. Quando si vince, si brinda; quando si perde, si tace. E se il pallone rotola storto, meglio abbassare la saracinesca delle parole, confidando forse che il tempo, come certi arbitri distratti, lasci correre.
Ma il tempo non segna gol e il silenzio, per quanto solenne, non porta punti in classifica.
Dopo l’ennesima sconfitta rimediata a Lamezia contro il Sambiase, la Nissa si ritrova con appena due punti raccolti nelle ultime cinque partite: una media che somiglia pericolosamente a un passo da retrocessione. Numeri che non hanno bisogno di traduttori, perché la classifica, quando si mette a parlare, adopera una lingua brutale: quella dei fatti.
Eppure, davanti a questo naufragio sportivo, la risposta della società è stata il silenzio stampa. Una pratica ormai sempre più desueta, che qualche volta può avere una sua ragione tattica, ma che in altre circostanze finisce per somigliare a un paravento dietro il quale nascondere le proprie inquietudini.
A metterci la faccia, finora, sono stati soprattutto l’allenatore Ivan Moschella e, ancora una volta, il presidente Luca Giovannone, intervenuto questa mattina. A loro va riconosciuto almeno il merito di non essersi sottratti al confronto. Ma non può bastare.
Non possono essere sempre gli stessi a portare il peso delle sconfitte, mentre chi scende in campo si rifugia dietro il sipario.
Perché il calcio è una faccenda collettiva quando si vince, ma non può diventare improvvisamente una questione privata quando si perde. La maglia è una responsabilità, non un paravento. E chi la indossa ha il dovere di spiegare, soprattutto quando il rendimento della squadra precipita in una spirale che inquieta e disorienta.
DOVE SONO FINITI I LEADER?
Viene allora da domandarsi dove siano finiti i giocatori capaci di assumersi una responsabilità pubblica. Dov’è il capitano? Dov’è la voce dello spogliatoio? Dove sono quei calciatori che, quando la barca imbarca acqua, hanno il coraggio di alzarsi in piedi e dire che la navigazione è diventata complicata?
Lo scorso anno Francesco Agnello e Luca Bruno non si sottraevano al confronto. Oggi ci si aspetterebbe un atteggiamento analogo da chi ha esperienza, personalità e mestiere. Un giocatore navigato come Francesco Rapisarda, per esempio, non avrebbe forse qualcosa da dire in un momento tanto delicato?
Non si pretende il processo pubblico, né si chiede a un calciatore di consegnare ai giornalisti le chiavi dello spogliatoio. Ci mancherebbe. Ci sono questioni che devono restare riservate, discussioni che vanno affrontate a porte chiuse e problemi che si risolvono soltanto lavorando sul campo.
Ma una cosa è custodire i segreti dello spogliatoio, un’altra è sottrarsi al dovere di spiegare ciò che accade sotto gli occhi di tutti.
I tifosi non sono spettatori di passaggio. Pagano il biglietto, si abbonano, seguono la squadra in casa e in trasferta, consumano chilometri, denaro e passione. Soprattutto, investono una parte dei propri sentimenti in una maglia che, per loro, vale assai più del risultato di una domenica.
E quando quella maglia smette di lottare, quando la squadra si smarrisce, quando le prestazioni si fanno opache e la classifica diventa una minaccia, il pubblico ha diritto a qualche risposta.
Non pretende miracoli a mezzo stampa. Pretende rispetto.
IL MUTISMO NON È UNA TATTICA
Il silenzio stampa, in certe circostanze, può essere una scelta legittima. Non è un obbligo parlare sempre e comunque, né ogni sconfitta deve trasformarsi in una conferenza stampa di scuse. Ma quando il silenzio diventa la risposta abituale a una crisi evidente, rischia di produrre l’effetto contrario a quello desiderato.
Il tifoso si sente abbandonato. Il malumore cresce. La delusione si trasforma in rabbia e, sui social, la rabbia spesso perde misura, scivolando in espressioni sgarbate che non aiutano nessuno.
È un circolo vizioso. La squadra perde, la società tace, i sostenitori protestano e il distacco si allarga.
Eppure basterebbe poco per interromperlo: un capitano davanti ai microfoni, un giocatore che riconosca le difficoltà, una parola franca, un’assunzione di responsabilità. Non per cercare colpevoli da sacrificare sull’altare della domenica, ma per dimostrare che il gruppo ha compreso la gravità del momento.
Dire «stiamo sbagliando», ammettere «non stiamo rendendo secondo le nostre possibilità», riconoscere «dobbiamo dare molto di più» non significa arrendersi. Significa cominciare a reagire.
L’umiltà non indebolisce una squadra: può essere il primo mattone della sua ricostruzione.
E forse, proprio in questo frangente, i calciatori dovrebbero avere il coraggio di chiedere ai tifosi una mano, un incoraggiamento, persino un sostegno morale. Non come chi pretende indulgenza, ma come chi riconosce di avere bisogno della propria gente per uscire dal pantano.
Perché il pubblico può essere severo, persino impietoso, ma difficilmente resta indifferente a chi dimostra di lottare.
IN CAMPO, LO SPETTACOLO DELLA DESOLAZIONE
Se le parole mancano fuori dal campo, quelle viste sul terreno di gioco, purtroppo, non sono più confortanti.
La sensazione è quella di una squadra impacciata, involuta, che manovra spesso senza costrutto, palleggia talvolta per il gusto sterile di palleggiare e finisce per smarrire il senso più elementare del gioco: avanzare, creare, mordere, cercare la porta.
Il calcio, quando perde la sua necessaria cattiveria agonistica, rischia di ridursi a un esercizio scolastico: passaggi orizzontali, movimenti prevedibili, iniziative senza convinzione. Si giochicchia, insomma, mentre la partita chiede di essere aggredita.
E la desolazione cresce quando arrivano gli errori grossolani, soprattutto da parte di chi dovrebbe mettere in campo mestiere ed esperienza. Perché l’inesperienza può spiegare qualche ingenuità, non giustificarla all’infinito; ma l’esperienza, quando non si traduce in lucidità, diventa soltanto una voce sul curriculum.
Qui non si tratta di pretendere che undici uomini giochino sempre la partita perfetta. Nessuna squadra ne è capace. Si tratta, piuttosto, di riconoscere una preoccupante involuzione tecnica e caratteriale, una difficoltà a reagire alle avversità, una mancanza di quella scintilla che distingue una formazione in crisi da una formazione decisa a venirne fuori.
La domanda, allora, è inevitabile: che cosa sta succedendo alla Nissa?
È una questione di condizione atletica? Di organizzazione tattica? Di fiducia? Di equilibri interni? Di uomini che non riescono a esprimere il proprio potenziale? O c’è qualcosa di più profondo che sfugge a chi osserva dall’esterno?
Non spetta a un editoriale distribuire sentenze senza conoscere fino in fondo ciò che accade quotidianamente sul campo di allenamento. Ma spetta al giornalismo porre le domande che la gente si fa e che, finora, rischiano di restare senza risposta.
E una domanda, soprattutto, non può più essere elusa: la Nissa ha davvero compreso il pericolo in cui si sta cacciando?
L’ORGOGLIO NON SI ANNUNCIA: SI DIMOSTRA
La retrocessione, oggi, è una minaccia da prendere sul serio. Non è una condanna già scritta, ma neppure uno spauracchio da liquidare con una pacca sulla spalla. Due punti in cinque partite impongono una riflessione severa, perché il campionato non aspetta chi ha smarrito la strada.
La classifica non conosce il blasone, non concede sconti alla storia e non si commuove davanti alle buone intenzioni. Premia chi fa punti e punisce chi li lascia per strada. Tutto il resto appartiene alla letteratura, che pure nel calcio ha il suo fascino, ma non sposta di un millimetro la graduatoria.
Alla Nissa servono fatti, prima ancora di parole. Serve una reazione concreta, un’identità riconoscibile, una squadra capace di giocare con coraggio e di combattere su ogni pallone. Serve che i giocatori si guardino negli occhi, si dicano la verità e ritrovino la volontà di essere all’altezza della maglia che indossano.
E serve anche che qualcuno si presenti davanti ai tifosi senza cercare riparo dietro formule di circostanza.
Il capitano, soprattutto, dovrebbe essere il primo a raccogliere questa responsabilità. Non perché debba rispondere da solo dei risultati di tutti, ma perché la fascia non è un ornamento: è un impegno. Significa parlare quando le cose vanno bene, ma soprattutto quando vanno male. Significa rappresentare il gruppo anche nei momenti in cui il gruppo preferirebbe non farsi vedere.
I tifosi non chiedono necessariamente promesse. Di promesse, nello sport, se ne sono sentite fin troppe. Chiedono orgoglio, convinzione, grinta. Chiedono di vedere una squadra che possa anche perdere, ma che non dia mai l’impressione di essersi arresa prima ancora di combattere.
Perché perdere fa parte del gioco. Perdere senza reagire, invece, è un’altra faccenda.
E perdere senza spiegare, quando una comunità sportiva attende un segnale, rischia di diventare una ferita ulteriore.
BASTA SILENZI. PARLINO I FATTI, MA ANCHE GLI UOMINI.
La Nissa è davanti a un bivio. Può continuare a lasciare che siano l’allenatore e il presidente a esporsi, oppure può chiedere ai propri calciatori di assumersi finalmente la loro parte di responsabilità pubblica.
Può lasciare che il malcontento fermenti, oppure può provare a ricucire il rapporto con una tifoseria che ha tutto il diritto di essere delusa.
Può continuare a giocare con la paura addosso, oppure può ritrovare il coraggio di una squadra che sa di essere in difficoltà e decide di affrontarla a viso aperto.
Nessuno pretende confessioni spettacolari, né lacrime davanti alle telecamere. Basterebbe un uomo che si presenti, guardi in faccia la gente e riconosca che così non va. Basterebbe un capitano che dica: abbiamo capito, ci assumiamo le nostre responsabilità, adesso tocca a noi dimostrarlo.
Poi, naturalmente, dovrebbero arrivare i risultati. Perché le parole, senza i fatti, sono soltanto aria che si disperde.
Ma anche il silenzio, senza una reazione, finisce per diventare un messaggio. E non è quello che una tifoseria vorrebbe ascoltare.
La gente della Nissa continuerà a sostenere la propria squadra, come ha sempre fatto. Ma il sostegno non è un assegno in bianco, e la passione non può essere scambiata per rassegnazione.
Chi perde spieghi, dunque. E chi indossa la maglia ci metta la faccia.
Perché il pallone può essere rotondo, la sconfitta può avere mille padri e la crisi può conoscere infinite sfumature. Ma quando una squadra precipita, nessuno può pretendere che siano sempre gli altri a rispondere.
E se fuori dal campo regna il mutismo, dentro il campo almeno si ritrovi la voce più importante: quella dei piedi, della corsa, del coraggio e dell’orgoglio.
Alla Nissa, oggi, non servono alibi. Servono uomini.
E soprattutto, serve una reazione.
Perché la classifica non aspetta. E il silenzio, purtroppo, non fa punti.

