L’estetica del lavoro: da Caillebotte a Pezzani

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di Edvige Presti

Se nel corso dell’Ottocento l’arte aveva eletto a protagonisti della fatica i contadini e i lavoratori della terra — si pensi alla solennità dell’Angelus di Millet o alla forza cruda de Gli spaccapietre di Courbet — il proletariato urbano era rimasto fino ad allora quasi invisibile, ai margini della rappresentazione pittorica. La svolta avviene con Gustave Caillebotte: i suoi Raschiatori di parquet rappresentano una delle prime testimonianze in cui l’operaio delle grandi città entra con pieno diritto nella pittura. L’opera non è solo il ritratto di tre uomini al lavoro in un’elegante dimora parigina, ma un atto che conferisce dignità artistica al motore pulsante della nascente economia borghese.

Caillebotte pone l’accento sulla durezza di questo mestiere, ma lo fa con un’eleganza che non trascura mai il lato estetico. Sebbene i corpi tesi sottolineino lo sforzo fisico, le braccia che si allungano nel gesto sono accompagnate da riflessi di luce che si intensificano sul legno, creando lunghi fasci di chiaroscuro che si alternano fino a formare una trama quasi ipnotica. Questo protendersi in avanti dei piallatori sembra quasi una danza, un movimento ritmato che, per quanto faticoso, trova una sua intrinseca armonia. La luce naturale entra da un’apertura di cui scorgiamo solo l’elegante ringhiera, spingendo tutta l’attenzione verso il basso: è lì che lavorano gli operai, chini a terra, in una composizione che non lascia spazio a distrazioni. Anche le pareti decorate dell’appartamento signorile fanno da contrappunto allo sforzo dei protagonisti, inquadrandolo in un contesto di privilegio che rende il loro impegno ancora più evidente.

La prospettiva allungata del parquet sembra quasi dilatare il tempo del lavoro: il pavimento pare non finire mai, tagliato dai bordi della tela come se proseguisse oltre lo sguardo, suggerendo che quel gesto possa ripetersi all’infinito. È come se l’autore avesse voluto rappresentare qualcosa di perenne: la fatica dell’uomo che viene da lontano e si proietta nel futuro.

Apprezzo profondamente l’eleganza e l’originalità con cui Caillebotte ha trattato il tema del lavoro, sottintendendo un profondo rispetto per i soggetti. Questo stesso sentimento lo ritrovo in una poesia di Renzo Pezzani, Le mani dell’operaio.

È stata la prima poesia che ho imparato da piccola, ancor prima di saper leggere e scrivere, ascoltandola dalla voce di mio padre. Pur nella sua semplicità, esprime tutta la dignità che merita anche il lavoro più umile. Desidero riportarla qui perché è un testo antico che forse molti non ricordano più, ma che resta, a mio avviso, uno dei più bei inni al lavoro mai scritti:

“Dice il Signore a chi batte / alle porte del suo Regno: / «Fammi vedere le mani; / saprò io se ne sei degno». / L’operaio fa vedere / le sue mani dure di calli: / han toccato tutta la vita / terra, fuochi, metalli. / Sono vuote d’ogni ricchezza, / nere, stanche, pesanti. / Dice il Signore: «Che bellezza! / Così son le mani dei Santi!»”

Edvige Presti

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