Era seduto nel suo divano. Fuori la bufera di freddo e di neve che imperversava. E loro due a ricordare tutti quelli che non c’erano più ed erano scomparsi.
Lui sedeva sulla sua sedia di legno. Aveva cenato con gusto, apprezzando tutte le cose buone che aveva comprato. Non gli poteva mancare il vino rosso, rosso come le guance della sua salute.
Aveva un tono di voce pacato, pieno di grazia umana, attraversato da quel sentimento di pace che illuminava i suoi occhi. Occhi sereni e riflessivi. Occhi caritatevoli posati sulle ingiustizie del mondo che vedeva scorrere nelle immagini televisive e impietose dei telegiornali.
Non una parola in più dal giovane vecchio. Diceva il dovuto e tagliava corto con le sue parole misurate. Non era una saggezza conquistata sui libri. Era la sua esperienza che parlava, la maestra di vita che gli aveva insegnato ad affrontare le traversie e gli ingombri sperimentati della realtà.
Vita e morte, morte e vita. Cosa ci aveva capito lui che era canuto e non si preoccupava di nulla!
“Non pensare a me nipote, io sto bene e non ho bisogno di nulla …. Un paio di scarpe per andare in giro … Come diceva la canzone cantata da Nino Manfredi: mi bastano un paio di scarpe per girare il mondo!”.
Una vita povera, una vita fatta di poche cose.
Parlavano ore e ore per ripetersi sempre le stesse cose, perché era nella ripetizione il gusto dell’esistenza motivata, vissuta sino in fondo, piena di quella dignità che solamente i “compagni” sapevano conferirle. Compagni di lotta, compagni d’amore, compagni di vita vissuta insieme.
Altrove erano i bagordi delle feste e le leccornie di carnevale, di Pasqua e di Natale. Che fossero “chiacchiere” o “pignulate” o teste di turco o “mbriulate”. Poco importava. Erano le umane parole quelle che riempivano le loro giornate, le gite e le uscite fuori porta, le conversazioni sui santi mancanti e sulla politica corrotta che tanto somigliavano alle storie del passato.
Lo zio ripeteva con ironia: “a me, “amme”, voglio per me!”. Erano gli ingordi del potere politico, quelli che guadagnavano 10000 euro al mese, e ne volevano sempre di più, come se non bastassero mai per le spese di casa e di famiglia. “Ma che se ne faranno di tutti quei soldi i maiali del governo, i parlamentari eletti con i nostri voti?”.
Come tutti gli altri cittadini si indignava, dopo una vita di lavoro e di sacrifici, lui che era stato presidente della “Casa del popolo” di Paperino, una frazione del comune di Prato, in Toscana. Ma parlava a bassa voce, senza farsi sentire fuori in strada, lì sul balcone vedeva gli altri che lo guardavano e lo ascoltavano.
Non ci fu mai incomprensione e parola d’offesa tra zio e nipote, anche quando la pensavano diversamente. Si volevano bene e il volersi bene travalicava gli ostacoli dei pensieri differenti per lasciare il giusto posto alle ragioni del cuore. Non era il mantra di un finto affetto né il formale riconoscimento di una parentela acquisita. Era nei fatti indubitabili, quel dialogo quotidiano tra due diverse generazioni che possedevano il manuale non scritto dell’affetto.
Oltre le parvenze dei legami, in quel rito quotidiano del divano e della sedia di legno, la garbata conversazione tra uno zio e un nipote. Con quel semplice ricordo onorava la memoria di suo zio ancora vivo per lui, più delle esistenze mortifere che adesso incontrava per strada o in un altrove dimenticato.
Tonino Calà

