Non la fine, ma il compimento del mondo

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di don Massimo Naro

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella commemorazione dei fedeli defunti

Gb 19,1.23-27; Sal 26/27; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40 (prima messa)

Is 25,6-9; Sal 24/25; Rm 8,14-23; Mt 25,31-46 (seconda messa)

Sap 3,1-9; Sal 41/42 e 42/43; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12 (terza messa)

La santità cristiana è una prerogativa gratuita e graziosa per tutti i battezzati e per tutte le persone di buona volontà. È una fondamentale verità di fede. Vale per tutti, nessuno escluso, specialmente per coloro che non disdegnano di immergersi dentro le pieghe strette della storia e nelle piaghe aperte del mondo, lì dove Cristo Gesù si è seminato come chicco di frumento destinato a marcire e nondimeno a fruttificare tra le zolle. Deriva da questa consapevolezza credente la speranza che sostiene anche il nostro suffragio per tutti i defunti, che certamente – in vita – hanno sperimentato le gioie, ma pure le angosce, della nostra comune condizione umana.

C’è una reale continuità tra la santità che affonda le radici in terra e la condizione di chi riposa per sempre fra le braccia di Dio Padre. La prima lettura nella prima messa della commemorazione dei fedeli defunti ce lo ricorda, riportando le parole di Giobbe: «Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non quelli di un altro». Giobbe, il sofferente, ci aiuta a comprendere che, seppure la condizione dei defunti sia ormai svincolata dai condizionamenti terreni (la pelle, la carne), questi stessi hanno nondimeno conferito un’impronta peculiare a ciascuno di loro, plasmandone la personalità, che in Dio non evapora e – piuttosto – viene mantenuta da ognuno. Lo sguardo che infine fisseremo su Dio sarà lo stesso che abbiamo prima rivolto all’ambiente in cui siamo vissuti, alla realtà per la quale abbiamo lavorato, alle persone che abbiamo incontrato, accudito e voluto bene. E in tal modo – come Gesù predicava sul monte – neppure una virgola o un puntino risulteranno inutili, ogni momento di storia sarà salvato, ogni frammento di mondo sarà valorizzato.

A pensarci bene, ogni morte è, in qualche misura, la fine del mondo, come scriveva il filosofo francese Jacques Derrida. Possiamo aggiungere: del mondo di chi muore, ma anche di parte del mondo di chi gli sopravvive, del mondo che essi hanno abitato insieme. Cosicché in ogni morte anche un po’ dell’esistenza di chi non muore sembra sprofondare nel vuoto. Ma pure attraversa il vaglio della purificazione, depositandosi nella culla dell’essere, facendo “corpo” col defunto che risorge a vita nuova e perenne.

Così, in realtà, il mondo non finisce affatto, ma giunge a compimento. E qualcosa di chi continua a vivere lungo i sentieri della storia terrena fa già capolino nell’Eterno, in virtù del ricordo che di lui chi muore porta in sé. In ciò consiste la salvezza universale di cui il cristianesimo parla: non soltanto la salvezza di tutti e di ciascuno, ma anche e più precisamente la salvezza di ognuno con gli altri, negli altri e grazie agli altri. Questo significa che non ci salviamo solo noi e che non ci salviamo da soli. E ciò vale non solo per le persone umane, ma anche per tutte le altre creature: tutto – ciò che abbiamo coltivato e custodito, e ciò che abbiamo mortificato e sprecato, il fiore che abbiamo innaffiato e il filo d’erba che abbiamo calpestato – è raccolto e riplasmato nelle mani robuste e delicate di Dio, mentre noi in Cristo Gesù veniamo avvolti dal suo abbraccio eterno.

È la verità insita nella volontà dello stesso Dio Padre, come Gesù insegna nella pagina evangelica della prima messa nella commemorazione dei defunti: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno». Se i nostri occhi scorgeranno questa verità nella vita nostra e altrui, rientreremo nel raggio d’azione della volontà divina, per la quale – come leggiamo nel vangelo secondo Giovanni – «chiunque vede il Figlio e crede in lui, ha la vita eterna». I «giusti», di cui parla il brano di Matteo che ascoltiamo nella seconda messa della commemorazione dei defunti, potranno anche non rendersene pienamente conto, ma resterà il fatto che proprio perché hanno visto – accolto e servito – il Cristo anche e soprattutto nei suoi «fratelli più piccoli», nello straniero e nel migrante, nel povero e nell’ammalato, nel carcerato e nell’emarginato, avranno pieno diritto a ereditare il cielo.

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