Recuperare e rilanciare la speranza europea: un convegno a San Cataldo

redazione
redazione 249 Views
9 Min Leggere

di Don Massimo Naro

È programmato per sabato 18 aprile, a cominciare dalle ore 17, a San Cataldo, presso l’Auditorium “G. Saporito” della BCC Toniolo, in corso Vittorio Emanuele, un convegno organizzato dal Centro Studi Cammarata il cui titolo promette un’intensa e interessante riflessione sull’Europa, sul suo passato, sul suo presente, sul suo possibile futuro: Curare la tristezza d’Europa, dall’oblio di sé alla speranza paziente.

La scelta della data non è casuale: il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni per il rinnovo dei due rami del parlamento della neonata Repubblica italiana, il cui esito fu nettamente favorevole alla Democrazia Cristiana – sino ad allora guidata da Alcide De Gasperi – con percentuali che si avvicinarono al 50% dei suffragi (il 48% su un’affluenza nazionale alle urne di oltre il 92%). La vittoria democristiana diede adito a un “centro” forte e ben definito, che avrebbe potuto dimostrarsi – almeno per qualche tempo – capace di non lasciarsi ipotecare dalle forze politiche che si collocavano agli estremi, da una parte o dall’altra, a destra (missini, nostalgici monarchici e, su posizioni più moderate, i liberali) o a sinistra (comunisti e socialisti). In realtà, la conquista della maggioranza dei seggi in Parlamento non assicurò a De Gasperi la longevità dei governi da lui presieduti, ben tre tra il 1948 e il 1953. Anni di grandi tensioni sociali, che De Gasperi gestì con faticoso equilibrio, per un verso assicurando all’interno dei suoi governi il pluralismo politico (li formò assieme con i partiti laici di quel tempo, i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici, pur potendoli costituire esclusivamente con esponenti democristiani) e per altro verso puntando all’integrazione dell’Italia in un’unione europea alla quale egli, assieme ad altri leader di altissima levatura – in particolare il tedesco Konrad Adenauer e il francese Robert Schumansperava moltissimo.

Il convegno di San Cataldo, però, non vuole semplicemente (e semplicisticamente) rievocare quella prima vittoria nazionale della Democrazia Cristiana. Vuole, piuttosto, ricordare proprio l’imprinting centrista, pluralista ed europeista che De Gasperi tentò di ricavarne per la politica italiana, focalizzando specialmente questa terza connotazione.

Il titolo del convegno s’ispira a una battuta che si legge in una pièce teatrale di Albert Camus: «Cette Europe est si triste… Quest’Europa è talmente triste…»: così esclama uno dei personaggi de Le malentendu (Il malinteso), dramma composto nel 1943, in una Francia occupata dalle truppe tedesche. La battuta riverbera efficacemente sull’intera Europa il dramma familiare messo in scena da Camus: una madre e sua figlia non riconoscono Jan, figlio dell’una e fratello dell’altra, tornato da un prolungato soggiorno all’estero; e lo uccidono per derubarlo, finendo per disperarsi e rovinare del tutto le loro stesse esistenze. Anche l’Europa, per lo scrittore francese, era diventata – in quei decenni terribili – una casa degli orrori e una terra matrigna, inabile a riconoscere e ad amare i propri figli, propensa a considerarli estranei e nemici, in definitiva autolesionista, mortalmente incline a precludersi ogni futuro.

Più recentemente, soltanto qualche anno fa, anche papa Francesco considerava l’Europa alla stregua di una donna ormai decrepita, incapace di generare ancora: una nonna con il grembo inaridito e il seno smunto più che una vera e propria madre. Una diagnosi severa, quasi presaga dell’odierna incapacità del “vecchio continente” di restare unito e coeso dentro i propri confini e della sua tendenza a proiettare sul resto del mondo l’ombra dei suoi malintesi e delle sue rinunce. Come curare l’Europa da questa sua tendenza alla tristezza, come infonderle fiducia e serenità? Come indurla a recuperare il coraggio della franchezza, per chiamare le cose con il loro nome, per dire la parola giusta al momento opportuno, per onorare la verità, per contrastare l’ingiustizia, per promuovere la pace ed evitare di perseverare nell’abbaglio delle guerre?

Sono domande non facili, la cui risposta si può indovinare solo soffermandosi a riflettere seriamente. È il motivo per cui i tre relatori invitati al convegno – moderato da Fiorella Falci – sono stati incaricati di altrettanti interrogativi, come tali aperti a risposte spiazzanti, non scontate, non ovvie. A Marco Follini, già politico di lungo corso e oggi lucido politologo, è chiesto di riflettere sull’impegno di De Gasperi e degli altri padri fondatori dell’Europa: furono pionieri o epigoni di un’unione che sotto vari profili sembra essersi usurata o persino non esser mai stata realizzata? A mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina, già segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana e attualmente presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea, è chiesto di riflettere su quale contributo può ancora dare il cristianesimo a un’Europa sospesa tra una secolarizzazione ormai avanzatissima e la necessità di valorizzare il più possibile il confronto e l’incontro tra le diverse tradizioni religiose – antiche e nuove – che pur vi si possono registrare ai nostri giorni: ci si può rassegnare a uno scenario religioso disseminato di monumenti vuoti e di radici divelte? A Bruno Tabacci, anche lui politico di lungo corso ed esperto economista, deputato al Parlamento italiano, è chiesto di riflettere – in un vasto ventaglio di prospettive – sulle attuali migliori potenzialità dell’Europa: può essa restare solo un’espressione geografica?     

Questo momento di riflessione a più voci è proposto dal Centro Studi Cammarata a quasi vent’anni dalla scomparsa di mons. Cataldo Naro, fondatore dello stesso Centro Studi Cammarata, storico del cristianesimo e arcivescovo di Monreale, che più di una volta si fermò a ragionare sulle radici culturali europee – importante questione per lui sempre aperta –, per discernere se l’Europa, al di là delle sue illusioni e delusioni, rappresenti un’utopia irrealizzabile oppure possa continuare a nutrire la «speranza paziente» che deve spingerci tutti incontro al futuro.

L’espressione virgolettata – «speranza paziente» – ricorre spesso negli scritti di Cataldo Naro. Dire che «la speranza è paziente», significava per lui che la speranza implica l’attesa di qualcosa d’importante, che non c’è ancora ma che non potrà non esserci, un futuro così alto da esigere la disponibilità a convertire il passato e a trasformare il presente in vista di esso, la radicale determinazione a spendersi per esso, se necessario a soffrire per esso.

Chi è stato accanto a mons. Naro e chi ancora ne legge gli scritti, comprende che essere pazienti non vuol dire essere rinunciatari. Significa semmai assumersi, con tenace senso di responsabilità, la fatica di aspettare, come chi sparge le sementi sapendo che altri potranno raccogliere i frutti. In questi termini si configuravano la sua personale sensibilità culturale e il suo servizio pastorale, consonanti con la spiritualità civica di don Luigi Sturzo, il cui pensiero Naro – da studioso del movimento cattolico – conosceva bene. E proprio Sturzo, in un articolo dell’11 gennaio 1959, l’anno della sua morte, illustrava compiutamente il senso della spiritualità civica di cui era stato testimone in prima persona e che lasciava come un testamento ai posteri: «Il civis romanus sum di san Paolo, rivendicazione di diritto e di dignità, nulla negando del suo giudaismo di origine né della sua fede cristiana, dovrebbe essere per ognuno di noi il civis italianus sum, e domani anche il civis europæus sum, senza togliere nulla alla nostra concezione civile, politica e religiosa, al nostro essere individuale nella sua completezza e nella sua realtà».

Condividi Questo Articolo