Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXI domenica del tempo ordinario (anno A)
Is 22,19-23; Sal 137/138; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20
Gesù è ormai nel pieno della sua missione messianica. Attraversa le contrade della Palestina, su e giù, da oriente a occidente. Secondo il racconto che l’odierna pagina evangelica ci restituisce, talvolta egli scantona nei territori in cui risiedono i funzionari e i contingenti romani, là dove si parla, più che l’ebraico o l’aramaico, la koinḕ diálektos: una sorta di esperanto ellenistico, derivante dal greco classico ma pronunciato con tante diverse inflessioni dialettali, a Cesarea di Filippo specialmente quella latina, ma non solo. Oggi potremmo paragonarlo all’inglese, o più precisamente allo slang americano. Una lingua, in ogni caso, che rappresentava bene la complessità dell’impero di Cesare e il contrasto fra il tentativo di imporre ovunque la logica di Roma e la resistenza che a tale progetto opponevano le varie culture locali, a cominciare da quella greca. Per non parlare di quella ebraica, per la quale ogni cultura “pagana” era da aborrire, in particolare quella di cui erano portatori gli invasori romani.
Il Maestro di Nazareth s’è spostato, dunque, in un territorio in cui si nutre una certa aspirazione universalistica: gli sembra, probabilmente, il luogo più adatto per far emergere la vera indole del messianismo, smarcandolo dall’interpretazione nazionalistica che se ne dava allora in Giudea. La sua fama s’è sparsa dappertutto, perché egli insegna con autorità, compie prodigi eclatanti, incontra le persone e ne trasforma la vita, guarendole dai loro acciacchi e convertendone le intenzioni prima ancora che le azioni. Vuole, pertanto, appurare come venga compresa la sua “strategia” messianica. E per questo apre una discussione con i suoi discepoli, coinvolgendoli in quello che oggi considereremmo un sondaggio sociologico: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Essendo «Figlio dell’uomo» un titolo tipicamente messianico, che Gesù era solito attribuirsi, la domanda che egli rivolge ai discepoli vuol dire, appunto, “come viene interpretato il mio messianismo?”.
Le risposte censite dai discepoli potrebbero apparirci alquanto disparate. Esse, però, sono accomunate dal profilo marcatamente profetico che il messianismo di Gesù dimostra agli occhi della gente. La quale ancora non lo acclama come un re, alla stregua di un novello Davide, o come un nuovo giudice, magari alla maniera del famoso Jefte. Lo considera, invece, un grande profeta. Forse il Battista redivivo. Oppure la “reincarnazione” del principale degli antichi profeti, Elia. O, anche, di Geremia, il più eroico dei profeti d’Israele. Tutti personaggi la cui fine era stata misteriosa e, al limite, persino tragica. Elia era scomparso senza lasciare traccia di sé, rapito in cielo su un carro di fuoco, secondo la testimonianza resa dal suo allievo Eliseo, che era tornato dal deserto da solo e con sulle spalle il miracoloso mantello lasciatogli in eredità dal suo mentore. Geremia era stato quasi sicuramente liquidato violentemente dai suoi avversari: gli esperti d’antimafia parlerebbero di “lupara bianca”. Giovanni Battista era stato decapitato nelle segrete del palazzo di Erode e l’occasione futile in cui quel delitto era stato perpetrato non ne aveva dissimulato la gravità. Insomma, la gente sembrava voler dire che anche per Gesù non sarebbe andata a finire granché bene. O, comunque, che l’esito del suo impegno generoso restava un’incognita.
Sarebbe utile indovinare il tono con cui i discepoli riferirono al loro Maestro tutte quelle opinioni. Ho l’impressione che fosse un po’ ironico, quasi a voler dire che no, la gente non aveva capito niente. Non è detto che Gesù condividesse le loro perplessità. Tant’è che, nel brano evangelico di Matteo, subito incalza i suoi amici con un interrogativo più diretto, formulato con un timbro provocatorio nei loro confronti e riferito a se stesso in prima persona: «Ma voi, chi dite che io sia?». La risposta che Pietro gli dà, come portavoce dei suoi compagni, svela la discrepanza tra l’opinione dei discepoli e quella della gente comune: ci mancherebbe altro, sono loro che gli stanno vicino giorno e notte e che quindi lo conoscono come le loro tasche: «Tu sei il Cristo…». Tornerebbe utile indovinare anche il tono usato da Pietro nel dare questa risposta. Sarà stato certamente un tono squillante, sicuro, trionfale. Ed è per quel tono squillante, sicuro, trionfante, che Gesù infine «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che era il Cristo» (e anche i paralleli di questo brano matteano, in Mc e in Lc, riportano il medesimo severo rimbrotto). Perché quel tono era completamente sbagliato e avrebbe indotto in errore, riguardo alla verità personale di Gesù, anche gli altri.
Difatti Gesù non si riconosceva in un messianismo trionfalistico. E dire con spensierata sicumera che egli è il Cristo, dando implicitamente a questo termine il senso che la tradizione ebraica comunemente gli attribuiva, significa affermare proprio quell’interpretazione ristretta da cui Gesù desidera smarcare il suo messianismo: egli non è semplicemente un profeta messo in fila con tutti gli altri profeti, ma non è neppure un duce destinato dalla Provvidenza a guidare una fronda politica o una ribellione armata contro i romani e i loro fiancheggiatori. Egli è sì l’unto del Signore, il Messia da sempre atteso, ma in un senso inedito e inaudito rispetto a quello che la parola “Cristo” all’epoca significava. Per questo sarebbe utile anche per noi indovinare il tono con cui pronunciarla. Ci metterebbe al riparo dall’equivoco dei discepoli e, nondimeno, dal sospetto che qualche studioso contemporaneo agita distinguendo nettamente Gesù dal Cristo, quasi che Gesù non si considerasse affatto il Cristo. Certamente egli non si considerava il Cristo come lo potevano considerare – impastoiati nei loro condizionamenti culturali e religiosi – i figli di quell’epoca e, tra di loro, anche gli apostoli. Ma non meno certamente egli andava maturando la consapevolezza di essere l’inviato del Padre suo, il Servitore di Adonai, il Messia mandato da Dio per la salvezza integrale delle persone, per la vita di tutti e non per la morte di alcuno, per la liberazione delle coscienze, per la giustizia nel mondo come pure per la giustificazione del mondo, anche al di là dei confini nazionali d’Israele.
Sottolineando tutto ciò, non intendo negare che la risposta di Pietro sia stata perfettamente azzeccata. Pietro, almeno nella versione dell’episodio di Cesarea di Filippo che l’evangelista Matteo ci trasmette, ebbe la fortuna di aggiungere un’espressione che correggeva il senso complessivo della sua risposta, tanto da soddisfare Gesù: «…Tu sei il Figlio del Dio Vivente». Il senso teologico, espresso in queste parole, rettifica il (pur sempre possibile) fraintendimento politico del messianismo di Gesù.
E io devo correggere qui me stesso: Pietro non ebbe semplicemente la “fortuna” di aggiungere l’espressione teologica – Figlio del Dio Vivente – che restituiva alla missione del Cristo il significato più coerente alla persona di Gesù. Pietro ebbe, semmai, la “grazia” di corredare la sua risposta con la verità che gli veniva in quel momento «rivelata» da Dio Padre, come Gesù stesso con intima gioia gli spiega nel brano matteano. Deriva da questa docilità nel lasciarsi ispirare da Dio il “primato” che Gesù affida a Pietro: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Di nuovo bisogna indovinare il tono di questa frase. Interpretarla in senso trionfalistico è sbagliatissimo. Conferirle un senso ducesco è una iattura per la Chiesa, affidata piuttosto da Gesù a persone che, di generazione in generazione, devono mettersi al servizio di tutti gli altri nella comunità, vocate a esercitare un ministero straordinario: escogitare ad oltranza il modo più efficace per sciogliere tutti, ma proprio tutti, dai legacci che ci tengono lontani dal Padre e per sospingere tutti-tutti tra le sue braccia accoglienti.

