La storia di tutti e di ciascuno è riassunta in Dio, perché Dio vuole la salvezza di tutti e di ognuno

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella solennità dell’Assunzione e nella XX domenica del tempo ordinario (anno A)

Vigilia dell’Assunta: 1Cr 15,3-4.15-16 e 16,1-2; Sal 131/132; 1Cor 15,54b-57; Lc 11,28

Solennità dell’Assunta: Ap 11.19a e 12,1-6.10; Sal 44/45; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56  

Messa della domenica: Is 56,1.6-7; Sal 66/67; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Quest’anno la solennità liturgica dell’Assunzione di Maria al cielo cade a ridosso della domenica e pertanto si sfiora e quasi s’incastra con la liturgia domenicale.

I brani biblici proclamati nella solennità liturgica sembrano suggerire che l’Assunzione di Maria sia la “pasqua” personale della Madre del Signore: cioè la sua maniera singolare di partecipare alla Pasqua eterna di Gesù. Difatti, la Pasqua del Crocifisso-Risorto resta anche per lei – sin dal suo concepimento messa per grazia al riparo dalla rovina mortale e mortifera del peccato delle origini – il passaggio necessario per entrare in Dio “per Cristo, con Cristo e in Cristo”.

La singolarità del modo in cui tale passaggio pasquale accade, al culmine della vicenda terrena di Maria, vale però come una promessa attendibile, anzi sicura, per tutti noi: anche noi parteciperemo eternamente della Pasqua di Cristo Gesù, «quando questo nostro corpo mortale si sarà rivestito d’immortalità». L’immortalità di cui Paolo parla, scrivendo ai Corinzi, è proprio quella sperimentata già da Maria, la stessa che il Crocifisso-Risorto ha guadagnato per tutti e per ciascuno di noi, sconfiggendo la morte («La morte è stata inghiottita nella vittoria», scrive sempre Paolo), così ospitandola nel più vasto orizzonte della risurrezione e rendendola penultima, vale a dire trasfigurandola in via d’accesso all’abbraccio del Padre suo.

È quel che si realizza per Maria, con la sua integrale “assunzione nel cielo”. Potremmo anche dire con il suo totale ingresso nella Vita di Dio. Assunzione e ingresso che, tuttavia, si compiono non in virtù del fatto che Maria è pure l’Immacolata, colei che fu concepita senza peccato, bensì per il fatto che «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti», come ancora Paolo spiega nella sua prima lettera ai Corinzi.

Ma la risurrezione di Cristo Gesù vale anche per noi, perciò il destino di Maria prefigura il nostro destino finale. Anche per noi accadrà ciò che è accaduto per Maria: anche la nostra storia personale, intrecciata inestricabilmente con la storia comune della famiglia umana, sarà “assunta” in Dio. Sì, giacché questo significa l’Assunzione di Maria in cielo. In ballo non ci sono solo il suo corpo e la sua anima, che s’innestano nell’umanità risorta di Cristo Gesù, indisgiungibili e quindi indisgiunti nel fare così il passaggio tra le braccia di Dio Padre. In ballo c’è quello che il suo corpo e la sua anima sintetizzano, cioè la sua vicenda personale: tutto ciò che Maria ha sperimentato, conosciuto, creduto, sperato, amato, vivendo la sua maternità nei confronti del Messia, da lei portato in grembo, partorito nella mangiatoia di Betlemme, accudito nella casa di Nazareth e accompagnato per le strade della Palestina, fin sul Golgota. E, nondimeno, entra in gioco tutta la storia d’Israele, cifra biblica della storia universale: la storia delle generazioni che si avvicendano l’una dopo l’altra non meno della storia della discendenza d’Abramo, la storia suscitata e agitata dalla misericordia divina, la storia dei superbi, dei potenti e dei ricchi che prima o poi vengono confusi e fermati, la storia degli umili, dei deboli e dei poveri che sperano il loro riscatto in Dio. Il Magnificat, riportato nella pagina evangelica di Luca, annuncia proprio questo.

In particolare, per i discepoli del Signore Gesù, a rendere possibile tutto questo è la traduzione spirituale della maternità di Maria nel loro vissuto credente: nel vangelo di Luca è riportato non per niente anche l’insegnamento che il Maestro di Nazareth formula in risposta a chi elogia il «grembo» che lo ha custodito e il «seno» che lo ha allattato: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano». Vivere la Parola, studiarla, meditarla, incarnarla, equivale per i discepoli – ieri come oggi e come sempre – a instaurare un’intima e vitale parentela con Gesù, non irrorata dal sangue che scorre nelle vene, ma dalla comunione spirituale che si sperimenta realmente con lui accogliendolo come Parola di vita nuova nel profondo della propria coscienza.

È il motivo per cui risulta importante meditare anche sulla liturgia della Parola proclamata nell’eucaristia domenicale. Nella quale spicca la pagina evangelica di Matteo. Ascoltandola, apprendiamo che Gesù va svolgendo la sua missione messianica in vari modi, non solo raccontando parabole alle folle, non solo compiendo miracoli in mezzo alla gente, ma anche incontrando le singole persone. È nella marcatura stretta degli incontri personali che egli vive il trasporto di due voci verbali greche che gli evangelisti usano sempre per descriverne il comportamento verso gli ultimi e gli emarginati: epimeléomai e therapeúō, prendersi in carico, prendersi cura. La sua missione messianica consiste principalmente nel prendersi in carico le debolezze altrui e nel prendersi cura di tutti, specialmente dei più deboli. Non consiste, invece, in trame politiche o in manovre militari o in speculazioni economiche.

Chi attendeva il Messia d’Israele, restava spesso spiazzato davanti a questa interpretazione della messianicità, intesa e praticata come servizio solidale e non come esercizio di potere. Gesù stesso, mentre andava portando avanti tale missione, si andava rendendo conto di cosa essa significasse veramente, in coerenza alla volontà del Padre suo. Come spiega l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù «pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,8). La qual cosa vuol dire che, partecipe della condizione umana per davvero e non per finta, egli riesperiva la sua figliolanza, vivendola non più soltanto nella chiarezza eterna della comunione agapica con il Padre suo, ma pure tra i condizionamenti che la condizione umana implica, carica di oscurità, situata dentro i medesimi limiti in cui tutti gli esseri umani si ritrovano accomunati. Scopriva, così, gradualmente – dal lato umano della sua figliolanza – il senso del suo rapporto con il Padre e di ciò a cui l’obbedienza alla volontà paterna lo impegnava. Man mano che andava svolgendo la sua missione messianica, ne andava sempre più comprendendo lo scopo e la meta ultima.

In ciò lo aiutavano le relazioni che andava intrattenendo con le persone che incontrava e con cui si confrontava. La sua eterna relazione d’amore con Dio Padre tornava, via via, a mettersi a fuoco, passando attraverso il crogiuolo delle relazioni umane. È quel che succede, in termini emblematici, nell’episodio narrato nella pagina del vangelo domenicale. Emerge dal racconto evangelico che Gesù registra un certo “progresso umano” nel suo rapportarsi filiale alla volontà paterna, discernendola sempre più lucidamente grazie al confronto che vive con la Cananea. Dialogando con lei, lasciandosi interpellare dal suo grido di aiuto in favore della guarigione della figlia, approfondisce la visione che – pur dietro al velo della sua “carne” – continua ad avere del Padre suo e della sua volontà salvifica. Per questo motivo passa da una iniziale ritrosia («Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele») verso quella donna pagana, non ebrea, al pieno riconoscimento che anche lei è inclusa nella sua missione messianica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Quella «grande fede» è una luce anche per Gesù! Come dev’essere una luce per noi la fede di chiunque creda seriamente – pur al di là della comunità ecclesiale – che Dio vuole la salvezza di tutti, non solo di alcuni.

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