dal M° Francesco Guadagnuolo riceviamo e pubblichi
Suite transreale della memoria ferita, dove la pittura sogna e la musica diventa pianto dell’anima
Apertura – Quando un quadro comincia a suonare
Prima di entrare nel quadro transreale, devo dire una cosa essenziale: quest’opera non nasce come immagine. Nasce come sogno. Un sogno che ho portato con me per tutta la vita, un sogno che non ha mai smesso di vibrare. E quando ho iniziato a dipingerlo, ho capito che non poteva restare silenzioso: doveva suonare.
La mia Caltanissetta non è un luogo: è una ferita, una nostalgia, una luce che non si spegne. E la musica – quella musica – è l’unica che può accompagnare questo ritorno.
Per questo, mentre dipingevo, sentivo che i colori non bastavano. Le velature non bastavano. Le apparizioni non bastavano.
Serviva una voce. Una voce che venisse da lontano. Una voce che avesse conosciuto la solitudine, la malinconia, la sospensione.
Quella voce è di Eric Carmen.
E così il quadro ha cominciato a suonare.
I° Movimento – L’Origine: la vibrazione che apre il sogno
Cammino dentro la mia opera. Non la guardo: la attraverso.
La prima vibrazione è tenue, quasi impercettibile. Un tremore che nasce dai blu petrolio del cielo dipinto, dai viola crepuscolari delle facciate, dagli ocra spenti che respirano come fiati sommessi.
Poi una nota. Poi un’altra. La tela si apre. Il sogno transreale si riaccende.
Ed io rientro nella mia città.
II° Movimento – L’Infanzia Perduta: la melodia che riconosco
Ho appena oltrepassato Piazza Garibaldi. La piazza reale si dissolve, come se la memoria la stesse riscrivendo.
La musica si avvicina. Non so da dove venga. È soffusa, malinconica, velata.
Poi la riconosco, è: All by Myself (Eric Carmen costruì la melodia di questa canzone basandosi sul Secondo Movimento – Adagio sostenuto del Concerto per pianoforte n. 2 di Sergei Rachmaninov, composto nel 1901).
E qui succede qualcosa che nessuno può prevedere: la musica non accompagna il quadro, lo amplifica, lo fa vibrare, lo fa piangere.
Ogni nota è un nodo alla gola. Ogni accordo è un ricordo che ritorna. Ogni pausa è una sospensione dell’anima.
III° Movimento – La Città-Ente: Caltanissetta ritorna
Per me, come disse Leonardo Sciascia, «Caltanissetta non è stata una città: è stata un principio ontologico». E mentre la musica cresce, la città dipinta si espande in tutto il suo transrealismo.
Ogni pietra del Corso Umberto è una nota. Ogni bottega è un accordo. Ogni voce è un’armonica. La musica non descrive la città: la riporta in vita.
E chi guarda il quadro sente che qualcosa si muove dentro di sé: una nostalgia che non aveva mai provato, una malinconia che non sapeva di possedere.
L’amico Filosofo nisseno Rosario Assunto lo aveva compreso: il paesaggio non è un insieme di forme, ma un’epifania dello spirito. La città è il luogo dove l’essere si manifesta nella sua forma più concreta e più fragile. Ed io, cresciuto in quella città, porto questa manifestazione come fondamento del mio pensiero.
IV° Movimento – La Dissoluzione: il dolore che non passa
Proseguo lungo Corso Umberto. La Chiesa di Sant’Agata al Collegio appare come una bellissima scenografia metafisica.
La musica si fa più grave. Il pianoforte scende in una regione dell’anima dove la città non riesce più a manifestarsi.
Il Caffè Romano, la Libreria Sciascia, le botteghe non sono scomparse: sono diventate ferite.
La musica accompagna questa dissoluzione. Ogni nota è un luogo perduto. Ogni pausa è un vuoto della memoria.
E chi ascolta sente un pianto interiore che non aveva mai sentito prima.
Assunto avrebbe detto che la città ha perduto la sua forma spirituale, la sua capacità di essere luogo dell’anima. Ed io porto questa frattura come una ferita interna del mio sistema di pensiero.
V° Movimento – Zio Peppe: la cura che resiste
Lo vedo Zio Peppe. È lì, nella parte bassa della mia composizione, seduto sul suo sgabello che non fa ombra portata perché è un’apparizione, mentre lustra le scarpe a un signore senza volto.
La musica si restringe. Il pianoforte diventa intimo, delicato. Ogni gesto del lustrascarpe è una nota. Ogni riflesso sul cuoio è una vibrazione.
La sua cassetta blu cobalto è un archivio fenomenologico. Ogni graffio è un frammento di tempo. Ogni macchia è una frequenza dell’essere.
La pittura oltre il reale lo custodisce. La musica lo accarezza.
E lo spettatore sente una tenerezza che fa male.
Assunto avrebbe visto in quel gesto un’epifania della cura, una poesia del quotidiano che resiste alla desertificazione spirituale.
VI° Movimento – La Libreria Sciascia: la soglia dell’essere
Procedo lentamente. La Libreria Editrice Salvatore Sciascia appare come un arpeggio di memoria. La vetrina è un velo tra epoche.
Dentro la Libreria percepisco la presenza dell’Editore: non lo vedo, ma lo sento. La musica si fa più luminosa, più sospesa. La voce di Eric Carmen s’intreccia alle pagine invisibili che l’Editore sfoglia nel silenzio.
La sua Fiat 600 dei primi anni Sessanta è parcheggiata con una grazia irreale, inclinata come se avesse appena compiuto un ultimo viaggio che vibra con la melodia. La Libreria non è un luogo: è una soglia tonale dell’essere. E chi guarda sente che la cultura perduta è una ferita che non smette di sanguinare.
VII° Movimento – L’Antenna Rai: la verticalità dell’infanzia
Lascio Corso Umberto alzo lo sguardo. La verticalità dell’opera mi trascina verso l’alto.
L’Antenna Rai svetta come un diapason cosmico. Non trasmette segnali: trasmette memoria.
Per me, da bambino, non era un traliccio: era un asse ontologico, una linea che univa la città al mondo, la misura del cielo, la percezione dello spazio come apertura, possibilità, trascendenza.
La musica cresce. Il tema principale si verticalizza, sale come una colonna sonora dell’infanzia.
La sua demolizione (23 luglio 2025) è stata una deverticalizzazione dell’essere urbano: un abbassamento del mondo, una riduzione del cielo, una contrazione della mia infanzia come struttura metafisica.
La musica diventa un lamento verticale. Una nostalgia che non si spegne. E chi ascolta sente che il cielo si è reso più basso per sempre.
Assunto avrebbe letto quella demolizione come una caduta dell’anima urbana.
VIII° Movimento – La Malinconia: la frequenza dell’essere
La malinconia non è un sentimento: è una modalità dell’essere.
La pittura la mostra. La musica la fa vibrare.
Il pianoforte torna a un registro intimo. La città dipinta si allontana. La musica la segue.
E lo spettatore sente un dolore dolce, una sospensione, un nodo alla gola.
Assunto avrebbe detto che la maglia sottile della malinconia è la percezione estetica del tempo che si ritira, la forma più alta della consapevolezza del paesaggio interiore.
IX° Movimento – Ciò che resta: la fondazione ontologica
Cammino nel quadro ed il quadro cammina in me nel Transrealismo più autentico. La luce è calda, ovattata, serena.
La musica accompagna l’ultima parte del cammino. Il tema principale ritorna, trasformato. La pittura lo accoglie.
Caltanissetta non è un ricordo: è un ente che continua a operare dentro di me.
La musica si spegne. La pittura resta. E ciò che resta è fondazione ontologica.
Lo spettatore sente un pianto interiore che non aveva mai sentito. Una malinconia che non aveva mai conosciuto. Una nostalgia che non aveva mai immaginato.
Questo è il potere dell’arte. Questo è il potere della musica. Questo è il potere del sogno.
Francesco Guadagnuolo

