Effetto domino sul centro-destra nisseno: una crisi inarrestabile del “sistema”, i giovani leoni e un vuoto politico devastante

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Tutto è cominciato con l’arresto dell’on. Mancuso e del suo “braccio operativo” Lorenzo Tricoli: crollava l’architrave di un “sistema” che da anni governava il territorio nisseno, e aveva messo a segno due successi strategici, l’elezione del Sindaco del capoluogo e poi del Presidente del Libero Consorzio dei Comuni, e sembrava che non ci fossero limiti alla solidità di una infrastruttura politica che, vantando un legame diretto con i governi regionale e nazionale, avrebbe dovuto essere in grado di assicurare al territorio una prospettiva di sviluppo: finanziamenti, progetti strategici, fondi europei e quant’altro una politica capace di governare può investire su un territorio. I loro elettori ci avevano creduto.

E invece il feudatario Mancuso e il suo soprastante Tricoli cadevano miseramente su una buccia di banana di 12.000 euro di mazzette per spettacoli a tariffe gonfiate, roba da fare rabbrividire di sdegno i grandi manovratori della Prima Repubblica che per una cifra simile non avrebbero offerto neppure un caffè.

Emergevano, come in un iceberg che si scioglie nell’oceano per il surriscaldamento del clima, tutte le crepe di un “sistema” che aveva funzionato fino a quando il consenso elettorale, ampio e consolidato, sembrava garantirne legittimità e impunità. Ma quando le inchieste giudiziarie e gli arresti ne avevano svelato la pochezza, anche l’assenza di qualunque progettualità politica (“visione” sarebbe un parolone in questo caso) emergeva implacabile, rivelando un vuoto che ogni giorno diventa sempre più pericoloso, fino a somigliare a un “buco nero”, quei corpi celesti con un campo gravitazionale così intenso che neppure la luce riesce a venirne fuori.

Pochi giorni dopo gli arresti il Sindaco di Caltanissetta e due assessori si dissociavano dai “genitori politici” Mancuso e Tricoli, parlando di “fiducia tradita” e mettendo alla porta un terzo assessore di Forza Italia che non aveva aderito alla dissociazione.

A quel punto, invece di assistere ad una inversione di rotta, con un rilancio di progettualità politica e la tessitura di una nuova rete di alleanze nella società civile, cominciava il logoramento delle polemiche interne, a colpi di note stampa, Mirisola contro Delpopolo e viceversa, toni infuocati ma nessun accenno a contenuti di programma. La faida si gioca sulla lotta interna dalle posizioni di potere mantenuto o perduto, una battaglia di posizionamento totalmente autoreferenziale, scollegata dai problemi del territorio, dalle sue prospettive di sviluppo, dalle ipotesi progettuali per contrastarne lo spopolamento e la desertificazione sociale e civile.

Si aggiungeva subito dopo un altro “fronte interno” al centro-destra: il conflitto con la nuova governance del Consorzio Universitario (nominata dalla Regione di cemtro-destra, anche se in quota Lega), con il risultato di paralizzarne l’operatività, fino a mettere seriamente a rischio la presenza stessa dei corsi universitari a Caltanissetta, per la carenza delle sedi, l’assenza di una mensa universitaria, la mancata realizzazione di progetti annunciati da anni, come l’acquisizione del palazzo Banca d’Italia, rimasti ancora fermi alle enunciazioni.

Lo scandalo CEFPAS ha dato poi il colpo di grazia alla credibilità di governo del centro-destra, rivelando a tutta la Sicilia e all’Italia un verminaio clientelare di infima lega, con risvolti al di sotto di qualunque precedente analogo e non trascurabili riflessi bipartisan. .

La bufera della legalità ha investito anche il Presidente del Consiglio comunale del capoluogo, con la vicenda della interdittiva antimafia che la Prefettura aveva comminato all’azienda presieduta dal padre, scuotendo il profilo di legittimità dello stesso Consiglio comunale, la cui maggioranza di centro-destra votava contro la sfiducia al Presidente proposta dalle opposizioni.

Resistere, resistere, resistere, è sembrato il mantra del centro-destra nisseno, a qualunque costo, contro qualunque motivazione. Resistere, ma senza cambiare.

Nelle ultime ore, l’inchiesta giudiziaria che ha portato alle dimissioni del Sindaco di Sommatino (Forza Italia) indagato per corruzione insieme ad altre sette persone tra politici, funzionari e imprenditori, ha suggellato la vocazione “trasgressiva” che sembra caratterizzare larga parte del centro-destra siciliano (per limitarci al nostro territorio).

Emerge da questo quadro sommario un sistema di occupazione delle istituzioni locali devastante per il metodo ed il merito delle vicende che stanno travolgendo un’intera classe dirigente (?) di centro-destra: si sono concepiti gli Enti Locali come postazioni per realizzare affari abbastanza spiccioli, utilizzando la “copertura” regionale, ritagliarsi qualche privilegio, vestire una livrea di potere subalterna ai livelli regionali e nazionali puntando a distribuirne le briciole senza metterne in discussione gli indirizzi di programma e le scelte economiche per un territorio sempre più abbandonato ad una estenuata agonia.

Se il nucleo hard del centro-destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia, subisce i colpi della bufera giudiziaria e del vuoto politico, le “ali” dello schieramento tentano un posizionamento tattico di rafforzamento autoreferenziale “salvavita”: le nomine dell’assessora regionale Ingala, del sottosegretario Dell’Utri, e persino la recente riesumazione dell’on. Pagano sembrano lanciare segnali disperati di sopravvivenza politica di uno schieramento che, sopratutto in Sicilia, non sembra avere più nulla da dire e da esprimere in termini di efficacia nel governo del territorio rispetto ad una prospettiva di cambiamento positivo.

Ma è ancora più preoccupante che la società civile onesta, le professioni, gli intellettuali, in una parola quella che dovrebbe essere la classe dirigente della società, siano rimasti attoniti, sgomenti per il quadro che emerge, ma sostanzialmente afoni rispetto alle possibilità di riscatto con cui affrontare una crisi profonda che diventa irreversibile di fronte a questa apnea della coscienza civile e a questo silenzio di voci autorevolmente dissonanti.

Non bastano i comunicati di principio di qualche forza di opposizione per costruire una inversione di tendenza reale ed efficace alla morte civile di questo territorio. Bisognerebbe mettere in campo momenti di dibattito aperto e libero da posizioni strumentali, percorsi progettuali concreti su cui lavorare, discriminanti etiche trasparenti e rigorose per validare la legittimità dell’azione istituzionale, uscendo dai posizionamenti tattici e costruendo legami sociali forti intorno agli interessi legittimi dei lavoratori, delle forze produttive, sopratutto dei giovani, da aggregare e mobilitare intorno ad una speranza che sappia diventare azione concreta di cambiamento.

Se non si riuscirà a farlo, la responsabilità non sarà soltanto dei “politici” e di chi li ha votati, ma anche di chi con il suo silenzio indifferente e/o rassegnato continua a consentirne l’agibilità istituzionale e continua ad attendere che il cambiamento arrivi, miracolosamente, da qualcun altro.

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