Il giuramento di Ippocrate: la cura come imperativo etico

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di don Massimo Naro

Intervento offerto nel Convegno di Cardiologia tenutosi a Caltanissetta il 6-7 novembre 2026, sul tema “L’arte di fare il medico”.

Sono lieto di intervenire in questo convegno di cardiologia, benché io non sia un medico e mi occupi semmai di studi teologici.

1. Mi viene chiesto di condividere una riflessione sul (o, più esattamente, a partire dal) giuramento di Ippocrate. Molti medici lo avranno pronunciato iniziando la pratica della loro professione, ovviamente nella versione moderna. La quale – nei termini in cui è formulata – si caratterizza per il suo timbro laico, così com’è giusto che sia.

L’accento laico non è determinato semplicemente dall’omissione del rimando alle divinità greche, con cui invece cominciava la versione originale, attribuita a Ippocrate. Né è dovuto soltanto al rimando ricorrente verso gli standard scientifici che oggi la medicina non può disattendere in nessun caso. Deriva piuttosto dalla tensione etica che il giuramento custodisce ed esprime:

«[…] giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire quali scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica della persona umana e il sollievo dalla sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale e alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione».

Queste parole appartengono, in buona parte, proprio al lessico dell’etica: libertà e autonomia (nel testo: indipendenza di giudizio), responsabilità, comportamento, difesa della vita e rispetto della persona, solidarietà, coscienza, deontologia, doti morali, dignità. È un vocabolario che può (e dovrebbe) esser parlato da tutti, praticanti di una qualche tradizione religiosa e non, scienziati e non, medici e altri operatori professionali d’ogni tipo. In questo senso – come accennavo sopra – il giuramento mantiene un tono laico, che come tale non esclude pregiudizialmente le ragioni religiose (del medico e dei suoi pazienti), ma anzi le integra nel quadro del pluralismo che connota l’odierna nostra cultura e rispecchia la complessità della società in cui viviamo.

Il prosieguo del giuramento, sempre nella versione moderna, conferma questa mia interpretazione:

«[E giuro] di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; […] di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e sul reciproco rispetto […]» e così via continuando con altre belle espressioni, che certamente i medici ricordano.

Il pluralismo e la complessità del reale, in cui siamo situati, esige peraltro una calibratura olistica della cura, non solamente perché essa si deve basare sullo studio previo di cause e concause e sul collegamento effettivo che c’è tra gli organi del corpo umano, ma anche perché essa dipende dalla coesione del corpo sociale. Quando si ferisce o si deteriora un organo, è tutto il corpo che ne risente e i cardiologi lo sanno bene, perché il cuore di cui si occupano presiede a molte funzioni vitali e irrora di sangue tutto il corpo, ma al contempo è messo a rischio dalle debolezze di cui patiscono tutti gli altri organi (finanche la piorrea, a partire dalle gengive, può contribuire a intaccare il buon funzionamento del cuore). Analogamente quando una persona si ammala, ne risente sotto tanti profili l’intero contesto in cui essa è situata, in primo luogo quello perimetrato nel nucleo familiare, ragion per cui tutto il corpo sociale, a vari livelli (da quello specificamente sanitario a quello politico, da quello domestico a quello pubblico), deve prendersi cura della persona ammalata.

Ippocrate lo affermava già nel primo dei suoi aforismi: «La vita è breve, l’arte non si finisce mai di apprenderla, l’occasione propizia è fugace, l’esperienza è fallace, la diagnosi è difficile. Bisogna che non solo il medico sia pronto a fare in prima persona le cose che debbono esser fatte, ma anche il malato, i suoi familiari e badanti, il contesto tutt’attorno». Insomma, è il malato che deve guarire. Agli altri, compresi ai medici, spetta l’impegno di prenderselo in carico e di prendersene cura, ognuno secondo le sue peculiari capacità e secondo il proprio ruolo.

2. Mi permetto, a questo proposito, di rievocare la figura di un altro medico antico, Gesù, il maestro di Nazaret, che ci siamo abituati a considerare miracolisticamente come un taumaturgo – ossia come un operatore di stupefacenti guarigioni –, ma che con maggiore sapienza della nostra i Padri della Chiesa antica consideravano più precisamente un terapeuta, un medico vero e proprio, se non nel senso auroralmente scientifico di Ippocrate, nel senso esistenziale di chi si prende in carico le debolezze altrui e si prende cura di chi soffre. Che fosse considerato un medico dai suoi stessi concittadini è registrato nel vangelo secondo Luca (anche lui medico, stando alla tradizione): a Nazaret, infatti, Gesù cita un proverbio, col quale i suoi conterranei volevano provocarlo a compiere anche lì gli stessi prodigi che andava facendo per le altre contrade di Palestina: «Medico, cura te stesso: Ἰατρέ, θεράπευσον σεαυτόν» (Lc 4,23). E giustappunto la voce verbale therapéuō è quella che ricorre nella maggior parte dei testi evangelici che riferiscono le guarigioni operate da Gesù. Non sṓzō, cioè guarire o salvare, bensì therapéuō, cioè prendersi cura.

Vero è che i nostri traduttori sbrigativamente e superficialmente traducono sempre con “guarire”, ma così facendo travisano la reale personalità medicale e terapeutica del Rabbi galileo, che si fermava quando vedeva uno storpio da tutti abbandonato a sé stesso per chiedergli se potesse essergli di aiuto, come accadde presso la piscina di Betzaetà a Gerusalemme; oppure che si lasciava raggiungere lungo la strada dai lebbrosi, da cui tutti invece si scansavano; o quando cercava con lo sguardo la donna affetta da perdite di sangue che i medici non le avevano mai saputo curare, per intrattenere con lei un autentico dialogo, in tal modo guarendola dal suo affanno interiore, di cui quelle emorragie erano una dolorosa somatizzazione; oppure quando stendeva la mano per toccare gli occhi dei ciechi, guarendoli certamente ma pure trasmettendo così un segno di attenzione, una prova di tenerezza amicale.

Non sto scivolando indebitamente sul crinale religioso, anche perché Gesù di Nazaret fu un maestro di autentica laicità. Ippocrate, se è per questo, era molto più religioso, giurando al cospetto di «Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni». Gesù non giurava mai, non blindava mai un suo insegnamento o una sua azione dentro un cerchio sacro. Al contrario distingueva, pur senza distanziare, le varie dimensioni dell’esperienza umana. Basti pensare al suo detto: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Lc 20,25). Ai teologi e ai devoti di quel suo tempo, un sabato – per gli ebrei osservanti giorno consacrato a Dio –, attraversando un campo di grano, spiegò che lo Shabbat non incatena gli esseri umani, poiché è Dio per primo a dedicarsi sempre a loro, anche e soprattutto di sabato, nel giorno che più di tutti gli appartiene (Mc 2,27).

Anche in ambito “sanitario”, se così posso dire, egli fu maestro di laicità. Difatti, sempre di sabato, a Gerusalemme, tornò a spiegare ai dottori della Torah e ai farisei che nel giorno votato al Signore non solo è lecito ma persino urgente prendersi cura di chi è ammalato. In quel frangente gli si era parato davanti un uomo affetto da idropisia, tempestato di edemi. Gesù «prendendolo per mano lo guarì: ἐπιλαβόμενος ἰάσατο αὐτὸν» (Lc 14,4). Di nuovo qui i traduttori sono sbrigativi nel versare in italiano il verbo greco iáomai, che significa sì sanare, ma pure e innanzitutto curare e medicare, specialmente se accompagnato dal gesto con cui si prende per mano qualcuno, per rialzarlo dalla sua prostrazione, per sostenerlo, per accompagnarlo. Nessun magico schiocco di dita, nessuna formula rituale: solo un amichevole contatto umano.

La cura è contatto, attenzione, dialogo, confronto, incontro: difficile purtroppo, per noi, ricordarlo ai nostri giorni, in cui la diagnostica “per immagini” si può fare a distanze continentali, tramite gli strumenti informatici, o è affidata ai calcoli algoritmici dell’IA. Difficile apprezzarlo ancora, per noi, che per auscultare un cuore siamo passati dal poggiare l’orecchio sul petto di una persona all’uso dello stetoscopio a imbuto dapprima e, in seguito, persino all’uso del più prolungato fonendoscopio, quasi a voler allargare sempre più la distanza tra cardiologo e paziente.

3. Da parte sua Ippocrate, ai suoi tempi, a cavallo tra V e IV secolo a.C., era molto più attento al rapporto personale con i suoi pazienti, disciplinando la propria vita per soddisfare al meglio le necessità dei malati. Cito dalla versione originale del suo giuramento, tradotta dal filologo Giovanni Baffioni in un volumetto curato dallo storico della medicina Massimo Baldini: «Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati […]. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo [fa capolino qui un’opzione etica che nel giuramento moderno sembra restare troppo implicita: l’obiezione di coscienza]. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte».

Sono tutte espressioni – specialmente quest’ultima: «custodirò la mia vita e la mia arte» – in cui riemerge la tensione etica, che faceva della medicina di Ippocrate una postura relazionale ed esistenziale: vera cura di qualcuno, concreto prendersi in carico qualcuno. Torna in mente un’altra figura evangelica, quella del buon samaritano, che – secondo la parabola narrata da Gesù in Lc 10 – si caricò addosso uno sconosciuto ferito, lo accudì, lo portò dove potessero fasciarlo, investì il proprio tempo e il proprio denaro per garantirgli i farmaci necessari, tutto ciò facendo per compassione, vale a dire condividendo i patimenti di quel ferito, prendendoseli a cuore, volendone il bene, volendogli bene.

Nel giuramento di Ippocrate risalta, inoltre, l’intreccio tra due distinti risvolti dell’esperienza etica, I greci scrivevano la parola ethos in due modi leggermente diversi, facendola iniziare con due differenti lettere dell’alfabeto: con la épsilon e con la êta. Nel primo caso significava “abito”, modo di vestirsi, modo pubblico di comportarsi; nel secondo caso significava “abitazione”, modo privato di vivere. Questa distinzione serviva a dire che l’esteriorità affonda le radici nell’interiorità, il come etico dell’uomo esprime il suo essere etico. Per tal motivo Ippocrate coniugava – nella sua medicina – la vita e l’arte, il suo essere col suo agire.

Rivolgendomi a dei cardiologi, mi soffermo a sottolineare l’importanza dell’etica perché essa trova nel cuore il suo simbolico cespite sorgivo. Il cuore è l’organo che risulta più “intimo”, custodito en thymṓ, in petto. Ormai in piena modernità, Immanuel Kant collocava la coscienza al livello di questa interiorità non solamente somatica, ma anche emotiva e intellettiva. Non per niente ammetteva il suo stupore filosofico per «il cielo stellato sopra di me» e per «la legge morale dentro di me», come scrisse nella chiusa della sua Critica della ragion pratica (1788). Quest’affermazione sembra spazzare via l’incipit numinoso del giuramento di Ippocrate (il cielo non è popolato di divinità, ma è un orizzonte astronomico). Tuttavia ne mantiene intatta la valenza etica, innestando la consapevolezza vocazionale nella competenza professionale, l’êthos nell’éthos. La lingua tedesca riesce a evidenziare bene l’affinità che veramente sussiste tra vocazione/missione e professione: Berufung und Beruf, due parole che dimostrano una comune radice lessicale e semantica. Ma la coimplicazione tra vocazione e professione è da sempre intuita anche dalla lingua italiana e proprio in ambito religioso: i frati e le suore, che sanciscono con i voti pubblici la loro vocazione, non fanno altro che, appunto, “emettere la loro professione”. Può essere – questo – un utile promemoria anche per i medici che giurano con le sagge parole di Ippocrate.

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