di Don Massimo Naro
«Qui ci si mette l’anima e se non vi piace potete pure andarvene»: così grida – derogando al copione – il centurione romano alla folla dei paesani e dei turisti che ridono delle gaffes di un pachidermico Gesù che – col suo (sovrap)peso – sfonda lo sgabello su cui è seduto durante la messa in scena dell’ultima cena.
L’ambiente è il set di un bel film, intitolato La Passione e uscito nel lontano 2010 per la regia di Carlo Mazzacurati, il cui protagonista è un bravissimo Silvio Orlando nei panni di un regista cinematografico costretto da varie difficoltà personali ad accettare dal sindaco del paesino toscano, in cui egli possiede una casa di villeggiatura, l’incarico di direttore artistico della sacra rappresentazione del venerdì santo.
L’attore che in quella scena svolge il ruolo di Gesù – Giuseppe Battiston – non ha quello che si dice le physique du rôle: è un ex detenuto, ancora inseguito dalla polizia, che però interrompe la sua fuga pur di aiutare l’amico regista a imbastire la sacra rappresentazione, per la quale non si riesce a trovare un attore capace d’interpretare la parte di Gesù. Andandolo a rialzare da terra, Silvio Orlando gli sussurra, per incoraggiarlo: «Sei un Cristo perfetto: povero, ricercato, tutti ridono di te». «Ma sono grasso», ribatte quello. E il regista replica: «Anche Cristo lo sarebbe oggi, sai?».
A coloro che, pur seguendo con interesse ed entusiasmo i vari appuntamenti di questa settimana santa – soprattutto la Scinnenza e analoghe rappresentazioni della salita al Calvario o della deposizione del Crocifisso dalla croce – dovessero avere l’impressione che manchi un po’ di “anima” in tutto ciò, o che qualcosa di troppo artificioso finisca per lasciare in ombra il senso profondo del sacrificio di Cristo, viene da suggerire di ritrovarsi di nuovo insieme, dopo Pasqua, per fare un cineforum con questo film.
Il quale, difatti, offre spunti interessanti per riflettere sulla passione e sull’intelligenza che ci vogliono per ben curare un evento importante – ormai di portata precipuamente folkloristica, se lo si considera al netto delle celebrazioni liturgiche – come la settimana santa in Sicilia. Passione viscerale, antica quanto la tradizione che nelle nostre città e nei nostri paesi si reitera ogni anno da più di un secolo. E intelligente attenzione alle metamorfosi culturali con cui pur bisogna fare i conti oggi.
Del resto la stessa tradizione non è sinonimo di fissismo ma, al contrario, consiste in un composto e graduale dinamismo, che la induce a progredire continuamente, per far evolvere le consuetudini del passato dal loro stesso interno, senza stravolgerne il significato fondamentale e le forme tipiche. Per riuscire in questo non occorre alcun tipo di imprimatur e men che meno alcun tipo di ipoteca, né ecclesiastica né politica. Occorre piuttosto una serie di reali competenze (storiche, artistiche, religiose) da mettere a confronto e in dialogo, assieme a una buona dose di rispetto reciproco e di buon senso. Come nel film di Mazzacurati. Mi pare che, sotto questo riguardo, siamo a buon punto, stando ai risultati apprezzabili che possiamo constatare.
Fin qui, però, sto parlando di una questione culturale, non di una questione pastorale. Quando si chiede che i preti di una città o di un paese tornino a presenziare le manifestazioni “popolari” della settimana santa, cosa davvero si sta chiedendo? Che si lascino coinvolgere in un’espressione di autentica pietà popolare? Oppure che accettino di fare – a loro modo, si capisce: in talare, avvolti di tabarro e col tricorno in testa – le comparse in qualcosa che non è più propriamente pietà popolare, fatte salve alcune suggestive eccezioni come – al venerdì santo – la processione del Signore della Città a Caltanissetta o il cosiddetto U‘ncuntru mattutino (tra i simulacri della Madonna e san Giovanni col Cristo) a San Cataldo?
Da questi interrogativi, nondimeno, emerge la questione pastorale, che pur bisogna se non altro mettere a fuoco. Le manifestazioni “popolari” della settimana santa nei nostri paesi e nelle nostre cittadine sono cominciate – pressappoco nelle forme in cui continuano a essere realizzate oggigiorno – un po’ oltre la metà dell’Ottocento. Il motivo per cui ebbero inizio fu quello della non significatività della liturgia ufficiale, all’epoca già incapace di trasmettere efficacemente la verità della Pasqua che veniva celebrata nei riti liturgici. Erano, infatti, riti incomprensibili, in quanto celebrati in latino.
Immaginate il venerdì santo mattina (prima della riforma liturgica del triduo pasquale, sancita da Pio XII nel 1955-56, i riti liturgici del triduo pasquale si celebravano di mattina) la gente di questo nostro centro-Sicilia, in chiesa, ad ascoltare il lunghissimo brano evangelico che racconta la passione di Gesù, tutto in latino, senza che poi seguisse un minimo di omelia per spiegarne almeno una o due righe. E poi le numerose preghiere che corredano la liturgia della Parola del venerdì santo, anch’esse lunghe e tutte in latino. “Cosa ci stiamo a fare qui dentro?”, potevano legittimamente chiedersi tutte quelle persone, che erano i nostri trisavoli e i nostri bisnonni.
Da lì vennero fuori le manifestazioni della settimana santa (che prima erano, non a caso, concentrate tra il giovedì santo e la domenica di Pasqua, mentre ora – per iniziativa di varie associazioni o delle pro-loco – sono trasbordate anche nei giorni precedenti al triduo pasquale): la gente voleva capirci qualcosa. E i preti, a loro volta, volevano far capire qualcosa, talvolta facendosi loro stessi promotori di quelle manifestazioni. Che perciò, allora, erano effettivamente devote, dovute cioè al desiderio diffuso di vivere in una qualche effettiva misura il ricordo della Pasqua e alla necessità pastorale di smarcarsi dalla crisi di un sistema liturgico che celebrava senza comunicare.
Pio XII nel 1955 intervenne risolutamente per mettere una pezza alla crisi, che tuttavia perdurò – negli anni precedenti al concilio Vaticano II – soprattutto per l’uso prolungato di una lingua ai più incomprensibile. Le manifestazioni popolari si proposero come alternativa alla liturgia. Esse via via finirono per esautorare, nel cuore dei fedeli, la consuetudine di frequentare i riti liturgici in chiesa, semmai attirando le folle nelle piazze e nei vicoli. Le nostre chiese, con le loro facciate baroccheggianti e i loro portoni sbarrati, rimanevano solo come le quinte di uno scenario più vasto, in cui non si celebravano più atti di culto ma coreografie religiose. Fu un abbaglio pastorale, le cui conseguenze ora sono evidentissime.
Oggi tutto ciò non solo resiste, ma pure rifiorisce. Come mai? Come mai, oggi, allorché la liturgia è celebrata in lingua italiana, la gente preferisce ancora seguire processionalmente le statue e assistere a un dramma recitato – almeno in alcuni casi – in un dialetto siciliano arcaico, ottocentesco, non più correntemente parlato, piuttosto che riempire le chiese per vivere assieme – sacramentalmente e spiritualmente, non solo devozionisticamente – l’atto di culto celebrato liturgicamente, l’unico che davvero, per la fede cristiana, ci mette in contatto reale con il Crocifisso-Risorto e con la Pasqua di cui è stato e rimane il protagonista?
Come mai espressioni di vera pietà popolare, come per esempio la visita ai tabernacoli nelle sette chiese (devozione popolare, questa, che forse fu un adattamento del pellegrinaggio tra le basiliche romane di cui s’era fatto fautore, nel Cinquecento, dopo il concilio di Trento, san Filippo Neri: devozione, in ogni caso, che è stata a lungo radicata in alcuni nostri paesi, specialmente quelli in cui sorgevano gli oratori dei religiosi filippini, in particolare San Cataldo), non sono più vissute e praticate dalla nostra gente?
Anche quest’anno, al venerdì santo mattina, ho fatto il pellegrinaggio delle sette chiese: in nessuna delle chiese visitate ho trovato molti fedeli raccolti in preghiera (uno, due, tre al massimo) davanti al luogo della reposizione dell’eucaristia, mentre per le strade vedevo la folla seguire le statue che sfilavano in processione accompagnate dalle bande musicali e dagli incappucciati. E alla sera del giovedì santo, facendo capolino qua e là in alcune chiese, ho visto assemblee liturgiche tutto sommato sparute a confronto della folla che per le strade rincorrevano i gruppi statuari che raffigurano i misteri della passione del Cristo? Come mai? Come mai le manifestazioni popolari della settimana santa continuano a surclassare le espressioni di autentica pietà popolare e soprattutto le liturgie del triduo pasquale?
Mi si potrà dire che le liturgie, seppur celebrate in lingua italiana, permangono non comunicative, magari perché troppo austere, o troppo fredde, poco calorose e colorite, troppo poco corroborate da espedienti teatrali. Qualche parroco potrà anche pensare che il problema stia proprio lì, in un deficit di teatralizzazione, ragion per cui si industrierà a spettacolizzare il più possibile questa o quella celebrazione liturgica della settimana santa, questa o quella parte della messa, magari seminando qualche battuta spassosa nell’omelia, così tanto per ridestare l’attenzione dei fedeli. E così potrà racimolare qualche spettatore in più.
Ma il problema pastorale non è di forma, è di sostanza. Esso si annida nel grave deficit di senso che rende vuote le liturgie e le fa naufragare nella distrazione dal mistero santo, fra trilli di telefonino e fotografie scattate a raffica, tra echi giornalistici e osservazioni sociologiche apprese dal bignamino che riecheggiano al posto dell’omelia, in riflessioni sature di rimproveri più o meno velati da una parte e di spirito umoristico (più che di afflato spirituale) dall’altra parte, non più tese a interpretare il mondo e la storia, le nostre stesse vite, alla luce del vangelo proclamato e ascoltato.
Potranno indispettire molti, queste mie righe. E attirarmi qualche critica. D’altronde, può darsi che io mi sbagli nel fare queste mie valutazioni. A me preme, comunque, che chi ne ha la responsabilità pastorale pensi seriamente a come far sì che riviva la pietà popolare (penso a esperienze già ben riuscite, come la via crucis cittadina in quaresima), per un verso distinguendosi dal folklore e dalle manifestazioni culturali, per altro verso senza porsi in alternativa alla celebrazione liturgica del mistero pasquale. E a come far sì che la stessa liturgia torni a trasmettere il senso salvifico della Pasqua, senza porsi in competizione col folklore.
